1 Settembre 2026 - 9.42

Il mistero del cappotto fantasma 

Umberto Baldo

C’era una volta un rito consolatorio e immutabile.

Fine agosto. Rientro dalle vacanze. Le giornate si accorciano. La sera, magari, arriva quella brezza che fa pensare che prima o poi tornerà il fresco.

E tua moglie, davanti all’armadio spalancato, pronuncia la frase rituale: «Non ho assolutamente niente da mettermi per l’autunno».

Una scena che, chiunque abbia una moglie, ha vissuto sicuramente più volte nella vita. 

E che si ripeteva puntualmente ogni anno, perché l’armadio femminile, per una misteriosa legge della fisica, riesce a contenere centinaia di capi e contemporaneamente essere sempre drammaticamente vuoto.

Solo che oggi c’è un piccolo problema.

Il 1 settembre ci sono 35 gradi.

E quando tua moglie apre l’armadio chiedendosi cosa mettere per l’autunno, la prima cosa che pensi non è al cambio di stagione; è al Pronto Soccorso.

Perché il vero problema non è più dentro l’armadio, è fuori, nelle vetrine dei negozi di abbigliamento.

Immaginate il povero commerciante che deve allestire la vetrina di fine agosto.

Per decenni il meccanismo era semplice: via costumi e sandali, dentro maglioni, giacche, trench, stivali e cappotti.

Settembre annunciava l’autunno, l’autunno annunciava il fresco, ed il fresco annunciava che era arrivato il momento di comprare qualcosa di nuovo.

Un sistema perfetto.

Poi è arrivato il cambiamento climatico e, come spesso accade, nessuno ha pensato di avvertire il commerciante.

Oggi siamo ai primi di settembre, fuori ci sono più di 30 gradi, l’asfalto frigge ed il poveretto dovrebbe mettere in vetrina un cappotto di cashmere.

Il risultato è surreale.

Il passante guarda il manichino con il cappotto, poi guarda il termometro, poi guarda di nuovo il manichino.   E pensa che probabilmente qualcuno, nel negozio, abbia bisogno di un buon medico.

Perché la moda può anticipare la stagione, ma non può ancora anticipare la temperatura ambientale.

Ed ecco il problema vero.

L’industria dell’abbigliamento lavora da sempre con mesi di anticipo. 

I capi vengono disegnati, ordinati e prodotti quando nessuno sa ancora che tempo farà.

Il negoziante ha ordinato i maglioni a febbraio, li riceve ad agosto, dovrebbe venderli a settembre.

Solo che a settembre  come quest’anno, magari ci sono ancora 32 gradi e più.

Poi arriva ottobre e magari ce ne sono 28.

A novembre finalmente si abbassa la temperatura.

E a quel punto il cliente ha già imparato a vivere in maniche corte.

Il maglione resta lì, piegato, imperturbabile, come un monumento alla vecchia meteorologia.

E il problema non è soltanto il maglione.

Sono le giacche, i cappotti, gli stivali, i piumini, tutta quella merce che una volta aveva davanti a sé una stagione precisa nella quale essere venduta.

Pensare che fino a qualche anno si vendevano ancora le pellicce!

Oggi quella stagione è diventata una specie di leggenda.

La famosa “mezza stagione”, per esempio, appartiene ormai alla stessa categoria del telefono a gettoni e della liretta dimenticata nel portafoglio.

Ne parliamo ancora, ma non sappiamo più dove trovarla.

E così anche le vetrine sono diventate una specie di compromesso meteorologico.

Il manichino può avere un abito leggero, perché fuori ci sono 35 gradi.

Ma magari è marrone, verde bosco o color ruggine, perché il calendario dice che siamo a settembre.

Oppure compare il bermuda con lo stivaletto (magari “estivo”, categoria che mi ha sempre fatto scompisciare dalle risa).

La camicia estiva con sopra lo spolverino, il vestito leggero accompagnato da una borsa invernale.

Una sorta di moda schizofrenica nella quale il guardaroba sembra non sapere più in quale emisfero si trovi.

E il povero commerciante deve fare quello che può, perché se espone i costumi, sembra ancora luglio; se espone i cappotti, sembra completamente impazzito; se espone le mezze stagioni, rischia di dover ricevere la visita della Usl-Reparto Neurodeliri.

La verità è che abbiamo costruito un enorme settore economico sulla prevedibilità delle stagioni.

Primavera. Estate. Autunno. Inverno.

Quattro stagioni, quattro guardaroba, quattro occasioni per rifare il fatturato.

Adesso invece abbiamo estate, estate, estate…. e qualche giorno di inverno infilato a tradimento nel calendario.

E allora il mistero del cappotto fantasma diventa anche un problema economico.

Perché il cappotto esiste, è stato prodotto, è stato trasportato, è arrivato nel negozio, è stato esposto, e dovrà essere pagato, magato mettendolo in svendita alla prima scadenza.

Ma il cliente non lo compra perché, semplicemente, non gli serve.

E quando finalmente gli servirà, magari sarà già fuori stagione.

Insomma, anche l’armadio di casa sta cominciando a somigliare all’economia mondiale: pieno di roba comprata in anticipo, ma con qualche problema nel capire quando sia il momento giusto per usarla.

Resta però una certezza.

Una delle poche che il cambiamento climatico non è ancora riuscito a distruggere.

A fine agosto tua moglie continuerà ad aprire l’armadio e a dire:  «Non ho niente da mettermi per l’autunno».

Il problema è che ormai potresti risponderle:  «Hai ragione. Non esiste più». 

L’autunno, naturalmente.  Non la moglie.

Quella, per fortuna, è una certezza climatica permanente.

Umberto BaldoRispondi a tutti

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