I due record della politica italiana: durano le leader, ma il Paese non si muove

Machiavellus
Giorgia Meloni ed Elly Schlein hanno poco in comune.
Una guida il governo, l’altra guida l’opposizione.
Una viene dalla destra post-missina, l’altra dalla sinistra progressista, non lontana dall’area dei Centri Sociali.
Una ha costruito la propria fortuna politica sulla promessa di cambiare radicalmente il Paese, l’altra sulla necessità di ricostruire una sinistra che sembrava aver smarrito perfino la strada di casa.
Eppure, curiosamente, hanno qualcosa che le accomuna.
Entrambe sono detentrici di un record.
Il 4 settembre Giorgia Meloni raggiungerà il primato del governo più longevo della storia repubblicana, superando il precedente record di Silvio Berlusconi e, guardando indietro fino all’Italia liberale, anche quello dei governi precedenti all’avvento del fascismo.
Elly Schlein, dal canto suo, ha già conquistato un altro record: è diventata la Segretaria più longeva del Partito democratico dalla sua nascita, nel 2007.
Due record apparentemente molto diversi. Ma forse raccontano la stessa cosa.
E cioè che nella politica italiana durare è diventato più facile che cambiare.
Comincio dalla premier.
Quando Giorgia Meloni entrò a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022, pochi avrebbero scommesso che sarebbe arrivata a festeggiare il quarto compleanno del suo governo.
La storia della Repubblica ci aveva insegnato altro: maggioranze litigiose, governi ballerini, crisi parlamentari, cambi di presidente del Consiglio, partiti che passavano dalla maggioranza all’opposizione con la stessa disinvoltura con cui un italiano cambia fila al supermercato quando vede che quella accanto scorre più velocemente.
Meloni ha invece costruito una maggioranza sorprendentemente stabile, e questo è un suo merito, non c’è ragione di negarlo.
Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno litigato parecchio, e continuano a farlo.
Ma hanno imparato una regola fondamentale della politica: si può litigare su tutto, purché non si litighi sul Governo.
Meloni, inoltre, ha esercitato sulla coalizione una leadership che Berlusconi, per quanto potente, non aveva mai esercitato nello stesso modo.
E c’è un altro elemento che sarebbe intellettualmente scorretto ignorare.
Sul terreno internazionale il governo Meloni ha compiuto una scelta molto più pragmatica di quella che molti, alla vigilia delle elezioni, temevano.
L’Italia è rimasta saldamente ancorata all’Unione europea e alla NATO, ha mantenuto una linea sostanzialmente atlantista, ed ha garantito un sostegno politico all’Ucraina. Anche sul piano dei conti pubblici il governo può rivendicare una certa affidabilità, che in un Paese con il nostro debito non è esattamente un dettaglio ornamentale.
La Meloni di governo, insomma, si è dimostrata molto più realista della Meloni di opposizione; il che, in politica, non è necessariamente un difetto.
Anzi.
È probabilmente uno dei motivi per cui il suo governo ha rassicurato una parte significativa dell’establishment italiano ed europeo.
Il problema arriva quando si passa dalla stabilità al cambiamento.
Perché un governo può essere longevo, può essere stabile, può essere affidabile sui mercati ed apprezzato nelle Cancellerie europee; ma prima o poi qualcuno dovrebbe ricordarsi che governare significa anche riformare.
E qui il bilancio diventa assai più controverso.
Il premierato è rimasto nel territorio delle promesse, il presidenzialismo è scomparso dal radar, la riforma della giustizia ha incontrato ostacoli e conflitti, l’autonomia differenziata è avanzata tra mille difficoltà. Sul terreno economico e sociale non si è prodotta quella trasformazione strutturale che avrebbe dovuto accompagnare il cambio di maggioranza.
La grande promessa del centrodestra era quella di imprimere una svolta. Dopo quasi quattro anni, la svolta appare assai più modesta della propaganda che l’aveva annunciata.
Forse il segreto della longevità è proprio questo; non toccare troppo gli equilibri consolidati; non fare troppe riforme capaci di creare troppi nemici; tenere i conti sotto controllo; stare saldamente dentro l’Europa e l’Alleanza atlantica; governare senza scossoni e lasciare che il Paese continui lentamente a navigare.
Non è una strategia priva di razionalità; è semplicemente molto diversa dalla rivoluzione promessa.
E qui Berlusconi aveva forse intuito qualcosa che la sua ex alleata ha imparato molto bene: in Italia è più facile governare a lungo quando si promette di cambiare tutto e poi si cambia con grande prudenza quasi niente.
Ed eccoci ad Elly Schlein.
Qui bisogna evitare un’altra tentazione: raccontare la segretaria del PD come una specie di versione femminile dell’Anticristo politico, soltanto perché siede dall’altra parte. Non funzionerebbe.
Perché anche Schlein ha ottenuto un risultato che non era affatto scontato.
Quando arrivò alla guida del Partito democratico, il PD era un partito stanco, diviso in correnti, prigioniero di una interminabile guerra interna tra gruppi dirigenti e personalità che sembravano capaci di trovare un accordo soltanto quando si trattava di non trovare un accordo.
Schlein ha cambiato questo equilibrio.
È stata scelta attraverso primarie realmente aperte, rompendo la tradizionale dinamica per cui gli apparati decidevano il candidato e gli iscritti dovevano limitarsi a ratificare.
Ha spostato il PD più decisamente a sinistra, restituendogli una identità ideologica più riconoscibile dopo gli anni della cosiddetta Terza Via, quando il partito sembrava spesso impegnato a spiegare agli elettori di sinistra perché fosse necessario non sembrare troppo di sinistra.
E soprattutto ha ricompattato il partito. Non è poco.
Il Pd sotto Schlein è tornato a crescere rispetto alla fase precedente ed ha recuperato una parte del proprio elettorato.
Dunque anche qui il record di longevità non è casuale.
Ma è proprio qui che compare il limite.
Schlein è riuscita a rendere il PD più compatto e più riconoscibile, ma non è ancora riuscita a trasformarlo in una macchina elettorale capace di conquistare la maggioranza del Paese.
E questa è una differenza fondamentale.
Un partito di opposizione può vivere benissimo di identità e di ideologie.
Ma un Partito che vuole governare deve costruire anche una proposta capace di parlare a chi non vota già per lui.
Il problema di Schlein è che il PD ha recuperato una parte del proprio elettorato, ma continua ad avere difficoltà ad allargarsi verso il centro, e verso quella parte di Paese che non si riconosce nella sinistra progressista e movimentista.
E qui il problema non riguarda soltanto Schlein; riguarda il cosiddetto Campo Largo.
Perché un’alleanza elettorale non nasce semplicemente mettendo insieme PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e qualche altra sigla disponibile.
Una somma di partiti non è automaticamente una maggioranza di governo.
Soprattutto quando sulla politica estera, sulla difesa, sull’Ucraina, sull’Europa e su molti dossier economici le differenze sono ancora evidenti.
Sostenere che il centrosinistra non offra garanzie sufficienti su questi temi non significa essere meloniani; significa semplicemente prendere atto che un’alternativa di governo deve essere credibile anche quando il mondo non collabora.
E il mondo, ultimamente, sembra aver preso l’abitudine di non collaborare affatto.
E allora torniamo ai due record.
Giorgia Meloni ha dimostrato che un Governo italiano può durare.
Elly Schlein ha dimostrato che un Segretario del PD può durare.
La prima ha garantito stabilità alla maggioranza e continuità alla collocazione internazionale dell’Italia.
La seconda ha restituito identità e maggiore compattezza al principale partito di opposizione.
Sono risultati reali, ma entrambi hanno anche un rovescio della medaglia.
La stabilità di Meloni non si è ancora tradotta nella grande stagione riformatrice promessa.
La stabilità di Schlein non si è ancora tradotta in una alternativa di governo sufficientemente larga e convincente.
Ed è qui che i due record, apparentemente così lontani, finiscono per assomigliarsi.
Meloni governa da quasi quattro anni senza che il sistema italiano sia stato radicalmente trasformato.
Schlein guida il PD da un periodo ormai significativo senza che il Centrosinistra sia riuscito a trasformarsi in una coalizione realmente competitiva per Palazzo Chigi.
Insomma, durano le leadership, ma il Paese resta sostanzialmente fermo.
E forse è questa la vera stranezza italiana. Abbiamo finalmente trovato la stabilità politica che per decenni abbiamo invocato. Solo che, arrivata la stabilità, ci siamo accorti che non basta. Perché la stabilità è uno strumento, non è un risultato.
Un Governo può durare mille giorni e non cambiare il Paese.
Un Partito può avere un Segretario per mille giorni e non diventare maggioranza di Governo.
E allora forse il vero record italiano non sarà quello di Meloni né quello di Schlein.
Sarà quello di una politica capace di cambiare governi, leader e slogan senza riuscire a cambiare davvero il Paese.
Che, per un Paese che avrebbe bisogno di correre, non è esattamente una medaglia d’oro.
È più una medaglia alla partecipazione.
Machiavellus


















