Nievo, Fermi, Tito Livio di Padova: meno studenti, ma nessuno vuole cambiare

Umberto Baldo
In Italia c’è una cosa che non cambia mai: la contrarietà al cambiamento
Possiamo cambiare Governi, Presidenti della Repubblica, moneta, tecnologie, abitudini, perfino il modo di comunicare.
Ma quando qualcuno propone di cambiare qualcosa che esiste già, scatta immediatamente il riflesso condizionato nazionale.
“No”. “Eh, però…” “Bisogna pensarci”. Non è così semplice”.
E alla fine, possibilmente, non si cambia niente.
Succede con l’albero pericolante che nessuno vuole tagliare perché “è lì da sempre”, con le strade che devono rimanere esattamente com’erano quando passavamo in motorino, con gli uffici pubblici che continuano ad esistere anche quando non si capisce più bene a cosa servano.
E adesso succede anche con le scuole.
Solo che, nel caso della scuola, c’è un piccolo particolare che rende il dibattito assai più surreale: gli studenti stanno diminuendo.
Non è un’opinione politica. Non è una teoria di qualche economista neoliberista. Non è un complotto della Provincia contro il liceo della nostra adolescenza.
È demografia.
E la demografia, diversamente dalle assemblee, dalle dichiarazioni sindacali e dalle conferenze stampa, ha il pessimo vizio di non negoziare.
Il caso padovano è per me emblematico.
Il Piano di sviluppo strategico degli edifici scolastici provinciali ha messo sotto osservazione il futuro della rete scolastica, prendendo in considerazione i 36 istituti provinciali, l’andamento della popolazione scolastica, l’offerta formativa, i trasporti e le condizioni degli edifici.
E tra gli scenari che potrebbero essere valutati c’è anche quello dell’accorpamento amministrativo di alcuni Licei.
Tito Livio, Ippolito Nievo ed Enrico Fermi, insieme a Modigliani e Selvatico, risultano infatti sotto la soglia dei 900 studenti indicata come riferimento per gli accorpamenti.
Ma attenzione: il piano non decide alcun accorpamento.
Le eventuali decisioni spettano agli Organismi regionali competenti, ed il quadro potrà essere ridiscusso negli anni a venire sulla base dell’evoluzione delle iscrizioni e della popolazione.
Insomma, non è ancora arrivato il becchino con la vanga.
È arrivato, più semplicemente, qualcuno che ha avuto l’idea piuttosto rivoluzionaria per l’Italia di guardare avanti di qualche anno.
Ed è bastato questo per riaccendere la discussione.
Qui entra in scena il sottoscritto.
Io al Liceo Scientifico Ippolito Nievo ci sono stato davvero.
Avevo quindici anni e frequentavo il secondo anno.
Era un altro mondo, e non soltanto perché avevamo i capelli più scuri e le prospettive di vita meno catastrofiche.
A Padova esistevano solo due Licei: il classico Tito Livio e lo scientifico Ippolito Nievo.
Allora il problema non era trovare studenti; era trovare posto per tutti gli studenti figli del boom demografico del dopoguerra.
Il Nievo era strapieno e gli studenti venivano distribuiti in succursali e locali di fortuna sparsi per la città, finché ad un certo punto diventò evidente che serviva un altro Liceo scientifico.
E così, nel 1969, nacque l’Enrico Fermi.
Proprio dal Nievo.
Il Fermi, insomma, è in un certo senso figlio del Nievo.
Oggi, 57 anni dopo, ci troviamo davanti ad un curioso scherzo della storia: quello che nacque perché il Nievo era diventato troppo grande potrebbe essere ricondotto amministrativamente al Nievo perché gli studenti sono diventati troppo pochi. Ed a questi si aggiunge anche il Tito Livio.
La storia, quando vuole, sa essere molto più ironica di noi.
Ma, come da copione italico, davanti a questa prospettiva è subito comparsa la parola magica: identità.
Il Fermi ha il suo brand. Il Nievo ha il suo brand. Il Tito Livio ha il suo brand.
Ci sono tradizioni, rivalità, esperienze, affetti.
Tutto vero.
Ed io quella rivalità, che sicuramente ha contribuito alla qualità dell’offerta didattica ed educativa, la capisco benissimo.
Quando ancora oggi mi capita di passare davanti alla storica sede del Nievo di via San Gregorio Barbarigo provo un sentimento che non ha nulla di razionale.
È nostalgia. È affectio.
È la memoria di un’età nella quale il futuro sembrava infinito, e non avevamo ancora scoperto che, prima o poi, qualcuno avrebbe inventato le riunioni condominiali.
Ma proprio perché conosco quel sentimento, mi permetto di dire una cosa: la memoria è una cosa, l’amministrazione scolastica è un’altra.
Tra gli argomenti utilizzati per difendere l’autonomia dei licei è comparso anche quello della memoria.
E qui siamo arrivati ad un livello quasi metafisico; il Tito Livio, infatti, è la scuola nella quale studiò Giorgio Napolitano.
Secondo un ex assessore provinciale ridimensionare un Istituto nel quale fu allievo l’ex presidente della Repubblica sarebbe addirittura uno “schiaffo alla memoria”.
Ora, con tutto il rispetto per Giorgio Napolitano, che naturalmente appartiene alla storia della Repubblica italiana, non credo che il suo curriculum scolastico possa diventare un parametro per decidere quante Segreterie d’Istituto debbano avere i Licei di Padova nel 2035.
Altrimenti rischiamo di aprire una nuova frontiera della Pubblica Amministrazione: il dimensionamento scolastico per illustri ex alunni.
Il Ministero dovrebbe allora predisporre una graduatoria.
Prima gli istituti frequentati da Presidenti della Repubblica, poi quelli frequentati da Ministri, poi quelli frequentati da Premi Nobel.
E infine, se avanzano risorse, quelli frequentati da noi comuni mortali.
Ed è qui che il dibattito dovrebbe tornare con i piedi per terra.
Mi sembra chiaro che nessuno sta dicendo che bisogna cancellare la storia del Fermi, del Nievo o del Tito Livio; nessuno sta dicendo che bisogna chiudere i Licei.
L’ipotesi riguarda soprattutto Presidi e Segreterie.
Il problema è capire se, con meno studenti, abbia senso mantenere strutture amministrative separate quando le norme prevedono determinati parametri.
È una domanda. Non una sentenza di morte. E soprattutto non è una guerra contro la scuola pubblica.
Inoltre, andrebbe spiegato perché i fondi risparmiati eliminando i doppioni tra Presidenze e Segreterie debbano per forza essere visti come un taglio all’istruzione, e non come un’opportunità per reinvestirli dove ce n’è davvero bisogno.
Perché qui entra in scena un’altra straordinaria caratteristica italiana.
Quando aumentano gli studenti, chiediamo più scuole. Quando diminuiscono gli studenti, chiediamo classi meno numerose. Quando diminuiscono ancora, chiediamo più personale.
E contemporaneamente diciamo che non bisogna accorpare le strutture amministrative.
In altre parole: meno studenti, ma possibilmente lo stesso numero di tutto il resto.
È una concezione dell’efficienza amministrativa che potrebbe essere studiata dagli economisti come fenomeno antropologico.
La diminuzione degli studenti non deve necessariamente significare una scuola peggiore.
Potrebbe significare esattamente il contrario.
Classi meno affollate, più attenzione individuale, più spazi, più possibilità di seguire gli studenti.
Ma tutto questo ha un costo.
E qualcuno prima o poi dovrà spiegare dove si trovano le risorse.
Perché la demografia ha un’altra caratteristica poco simpatica: non produce automaticamente più soldi quando produce meno persone.
I Sindacati e le Rappresentanze studentesche sostengono che il calo demografico dovrebbe essere utilizzato per ridurre il numero degli alunni per classe e potenziare il personale, anziché per ridurre le autonomie scolastiche.
È un’opinione legittima. Ma non basta pronunciare la formula “classi meno numerose” perché compaiano magicamente insegnanti, bidelli, segretari e risorse finanziarie.
Se fosse così semplice, avremmo risolto da tempo anche il problema del debito pubblico.
Ed è esattamente questo il punto.
Programmare il futuro quando le cose vanno ancora bene non significa ammettere che oggi vadano male.
Significa semplicemente evitare di arrivare domani con il problema già esploso. Ma noi italiani abbiamo una particolare predilezione per il contrario. Aspettiamo che il problema diventi drammatico. Poi nominiamo una commissione. Poi facciamo un tavolo. Poi convochiamo le parti sociali. Poi ascoltiamo il territorio. Poi elaboriamo un documento. Poi apriamo un confronto. Poi scopriamo che sono passati dieci anni.
E finalmente decidiamo di non decidere.
Ed eccoci al punto che va oltre Padova.
Non possiamo continuare a progettare il futuro usando come modello il mondo nel quale siamo cresciuti noi.
Io sono affezionato al Nievo, ed alla Sezione “A” che ho frequentato per 5 anni.
Lo sarò sempre.
Ma proprio perché appartengo a quella generazione, so che il mondo nel quale ho studiato non esiste più.
Nel 1969 nasceva il Fermi perché c’erano troppi ragazzi. Oggi si ragiona sul futuro dei Licei perché ci sono sempre meno ragazzi.
Non è colpa del Fermi. Non è colpa del Nievo. Non è colpa del Tito Livio.
E soprattutto non è colpa della Provincia.
È la realtà. Ed alla realtà, prima o poi, bisogna rispondere.
Possiamo anche continuare a discutere se sia più bello il Fermi, più prestigioso il Nievo, o più storico il Tito Livio.
Possiamo organizzare convegni, assemblee, raccolte di firme ed appelli alla memoria.
Possiamo perfino evocare Giorgio Napolitano, Tito Livio, Enrico Fermi ed Ippolito Nievo tutti insieme.
Ma ci sarà sempre chi non parteciperà ad alcuna assemblea: il bambino che non è nato.
E quel bambino, fra quindici anni, non entrerà in nessuna aula.
Questa è la realtà che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia.
Perché conservare la memoria è un dovere; pretendere che il mondo rimanga uguale per rispettarla è semplicemente un’altra cosa.
E forse è arrivato il momento di capirlo.
Anche a Padova. Anche a scuola.
Anche noi, ogni tanto, dovremmo avere il coraggio di dire sì al cambiamento.
Prima che sia il cambiamento, come sempre, a decidere per noi.
Umberto Baldo


















