27 Agosto 2026 - 9.44

Miracolo a Palermo: prima il complotto, poi la fila per il vaccino

Umberto Baldo

“Ma poscia, più che ’l dogma, poté il vaccino”.
Potremmo quasi metterla così, parafrasando Dante, per raccontare una delle più fulminanti conversioni collettive di questi giorni.
Perché c’è una cosa che riesce ancora a fare la realtà, quando si decide a presentarsi senza preavviso: mettere in fila le persone.
A Palermo, dopo la morte di Anna Rosa, quattro anni, colpita da una sospetta difterite, è scattata infatti la corsa al vaccino.
Nei centri vaccinali si sono presentati genitori con bambini che non avevano la copertura contro la malattia. Alcuni senza neppure prenotazione, pronti ad aspettare il proprio turno.
E improvvisamente il vaccino, quello stesso vaccino che fino a ieri veniva guardato con diffidenza, è diventato una cosa piuttosto urgente.
Non una dittatura sanitaria, non un complotto delle multinazionali, non uno strumento di controllo delle masse.
Una puntura, da fare possibilmente subito.
La notizia, naturalmente, sarebbe soltanto drammatica se non contenesse anche una di quelle formidabili contraddizioni con cui gli esseri umani riescono periodicamente a deliziare gli osservatori esterni.
Per anni ci hanno rotto i coglioni con il mantra della «libera scelta».
«Mio figlio è mio e decido io.» «Il corpo è mio.» «Nessuno può impormi niente.» «Prima voglio informarmi.» «Non mi fido della scienza.» «I vaccini sono pericolosi.»
E giù discussioni infinite, video sui social, sedicenti esperti, professoroni improvvisati, influencer con il camice virtuale e naturalmente l’immancabile «me l’ha detto un medico».
Poi arriva una bambina di quattro anni che muore di una malattia che in Italia sembrava ormai confinata ai libri di storia.
E succede il miracolo.
La fede vacilla, il dogma si incrina, il microchip può aspettare, il grafene pure, la dittatura sanitaria viene momentaneamente archiviata.
E la domanda diventa molto più concreta: «Scusi, per il vaccino dove devo mettermi in fila?»
Ecco la grande vittoria della realtà. Non della scienza, perché la scienza aveva già parlato. Non dei medici, perché i medici lo ripetono da anni.
Non del Ministero della Salute, che continuerà naturalmente a produrre circolari che qualcuno leggerà con la stessa attenzione riservata ai libretti delle istruzioni.
Ha vinto la paura.
Quella sì che è una comunicatrice formidabile.
Basta una tragedia e improvvisamente quello che sembrava un problema teorico diventa terribilmente concreto.
Il professor Giovanni Corsello ha riferito che nelle 48 ore successive al decesso le richieste ai pediatri sono aumentate del 10 per cento, soprattutto da parte di genitori che non avevano vaccinato i figli, di persone esitanti o semplicemente dubbiose.
E allora viene da chiedersi: possibile che la stessa informazione, quando arriva da un pediatra, da un epidemiologo o dall’Istituto superiore di sanità, abbia bisogno di anni per entrare nella testa di qualcuno, mentre quando arriva dalla morte di una bambina riesce a raggiungere il cervello in meno di quarantotto ore?
Evidentemente sì.
La scienza parla. La realtà urla. E noi, curiosa specie, sembriamo avere un udito selettivo.
Il problema è che la realtà non discute, non partecipa ai talk show, non apre un canale Telegram, non scrive post indignati su Facebook, non si presenta in televisione con un cartello «Io non ci casco».
La realtà semplicemente arriva. E quando arriva, spesso presenta il conto.
La vicenda di Palermo dovrebbe far riflettere anche su un’altra cosa.
Il parroco dello Zen ha detto di essere rimasto stupito nel constatare quanti bambini non fossero coperti dalle vaccinazioni obbligatorie.
E qui il discorso diventa molto meno divertente.
Perché dietro le percentuali ci sono bambini. In Sicilia, per i nati nel 2022, la copertura per il ciclo completo dell’esavalente risultava all’85,13%, contro il 94,46% della media nazionale.
Sono numeri. Ma ogni numero che manca all’appello rappresenta una persona.
Ed è proprio questo che spesso sfugge nella discussione sui vaccini: la vaccinazione non riguarda soltanto il rapporto fra il singolo individuo e il proprio rischio.
Riguarda anche gli altri, i più piccoli, i più fragili, quelli che non possono essere protetti semplicemente dicendo «io ho scelto».
Perché la libertà di scelta è una cosa seria. Ma lo è anche la responsabilità delle proprie scelte.
E soprattutto bisogna ricordare che nel caso di Anna Rosa non siamo davanti a una sentenza.
I genitori sono indagati per omicidio colposo e hanno a loro volta denunciato tre ospedali palermitani. Sarà la magistratura a stabilire che cosa sia realmente accaduto e quali responsabilità, se ce ne sono, debbano essere attribuite.
Su questo non c’è spazio per le sentenze da bar.
C’è un’inchiesta e va rispettata.
Ma c’è anche una bambina morta.
E c’è una domanda che riguarda tutti noi.
Come è possibile che una malattia contro la quale esiste da decenni una vaccinazione efficace possa tornare a fare paura proprio perché qualcuno ha deciso che vaccinarsi era diventato un atto ideologico?
Qui arriviamo al capolavoro.
Perché il movimento No-Vax ha costruito per anni una narrazione nella quale vaccinarsi era una prova di sottomissione e rifiutare il vaccino una dimostrazione di indipendenza.
Poi, improvvisamente, la fila, tutti insieme, in ordinata attesa, possibilmente prima degli altri.
Non c’è nulla di più umano. E forse proprio per questo c’è qualcosa di profondamente malinconico. Perché sarebbe bastato ascoltare prima. Non serviva aspettare una tragedia. Non serviva che una bambina morisse. Non serviva che una malattia considerata sconfitta tornasse a ricordarci della propria esistenza. Bastava prendere sul serio ciò che la medicina dice da decenni.
Ma noi siamo fatti così.
Abbiamo bisogno di vedere il precipizio prima di convincerci che esiste.
E allora permettetemi di chiudere tornando al Sommo Poeta.
Dante aveva immaginato un viaggio nell’Inferno, fra peccatori di ogni genere.
Non avrebbe probabilmente previsto una categoria moderna: i convertiti dell’ultima ora.
Quelli che ieri spiegavano al mondo perché il vaccino fosse una pericolosa imposizione e oggi fanno la fila per farselo somministrare.
Non è necessariamente un male cambiare idea. Anzi.
Cambiare idea davanti a nuove informazioni è una delle cose più intelligenti che un essere umano possa fare.
Il problema è quando per cambiare idea bisogna aspettare che la realtà ci presenti una bambina senza vita.
E allora sì.
Ma poscia, più che ’l dogma, poté il vaccino.
Per anni hanno chiesto prove. La scienza gliele ha date.
Hanno chiesto studi. Ne sono stati fatti a migliaia.
Hanno chiesto certezze. La medicina ha spiegato tutto quello che poteva spiegare.
Poi è arrivata la realtà.
E la realtà, questa volta, aveva già aperto lo sportello delle prenotazioni.
Così, dopo tanto peregrinare fra complotti, microchip, grafene, dittature sanitarie e libertà individuali, eccoli finalmente tutti in fila davanti a un centro vaccinale.
Non sappiamo se sia una conversione. Non sappiamo se sia paura. Non sappiamo nemmeno se domani torneranno a scrivere che i vaccini fanno male.
Ma almeno, per una volta, la realtà ha avuto l’ultima parola.
E Dante, probabilmente, avrebbe sorriso.
Perché dopo essere scesi fino all’ultimo girone del dogma, della diffidenza e della pseudoscienza, possiamo finalmente permetterci una piccola variazione sul verso più famoso della Commedia: «E quindi uscimmo a riveder le stelle.”
Possibilmente dopo aver fatto il vaccino. Umberto Baldo

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