Setta in Francia, sponda a destra in Italia: due Paesi, due letture dello scisma lefebvriano

Di Alessandro Cammarano
Lo scisma consumato mercoledì 1° luglio a Ecône, nel Vallese svizzero, con la consacrazione di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio e la conseguente scomunica automatica della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha reso improvvisamente attuale un dossier che Francia e Italia leggono da tempo con lenti opposte. Da una parte uno Stato che dagli anni Duemila cataloga i lefebvriani come fenomeno settario e ne sorveglia scuole, finanze e prassi interne. Dall’altra un Paese dove la stessa area, pur minoritaria, trova sponde crescenti nella destra che si definisce post-missina o identitaria. La cerimonia svizzera, durata cinque ore davanti a diciassettemila fedeli giunti da tutto il mondo, ha così finito per fotografare in un solo pomeriggio la distanza tra i due approcci nazionali, ben prima che si arrivasse alla scomunica formale pronunciata da Roma.
In Francia la Fraternità, fondata nel 1970 dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, non è percepita anzitutto come una costola estrema della Chiesa cattolica, ma come un oggetto di attenzione della Miviludes, la missione interministeriale incaricata di vigilare sulle derive settarie. Già nel rapporto 2016-2017 l’organismo l’aveva definita una mutazione di tipo settario, e l’ultimo rapporto d’attività, relativo al biennio 2022-2024 e pubblicato l’8 aprile 2025, torna sul punto segnalando casi di appropriazione di eredità e rotture forzate con l’ambiente familiare e sociale di chi si allontana dal movimento, insieme a pressioni esercitate su membri o figli che intendono prendere le distanze dalla comunità.
Il dossier che ne emerge, ricostruito negli anni da testate come StreetPress e France 3, non riguarda la sola dottrina. Riguarda anzitutto i soldi: nel 2012 l’associazione che gestisce i culti della Fraternità in Francia dichiarava quasi sette milioni di euro di donazioni e oltre dieci milioni di euro di lasciti, un flusso finanziario che secondo alcuni ex fedeli si accompagna a pressioni implicite sulla comunità perché continui a versare. Riguarda le donne, in una struttura dove il velo e il ruolo domestico sono presentati come naturale complementarità tra i sessi e non come forma di subordinazione. Riguarda infine le scuole: la Fraternità gestisce sul territorio francese decine di istituti fuori contratto, con manuali di storia che, secondo un’inchiesta di France 3 Pays de la Loire, non menzionano mai la parola Shoah mentre glorificano la figura del maresciallo Pétain, e con episodi di epidemie di morbillo legati, secondo la stessa Miviludes, a coperture vaccinali insufficienti nelle scuole e nei campi estivi del movimento.
C’è infine il capitolo giudiziario, forse il più pesante: preti condannati per abusi su minori, accuse ricorrenti di omertà interna, e una rete di oltre duecentotrenta luoghi di culto censiti sul territorio francese, alcuni dei quali, come la parigina chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet, punto di riferimento storico dell’estrema destra radicale della capitale. Il quadro complessivo restituisce l’immagine di un corpo numericamente contenuto, con stime che oscillano tra quindicimila e trentacinquemila fedeli, lontane dalle seicentomila persone rivendicate a livello mondiale dalla Fraternità stessa, ma dotato di un patrimonio immobiliare e finanziario sproporzionato rispetto alla sua base reale, e di una capacità di attrazione, specie tra i più giovani, cresciuta sensibilmente nel periodo successivo alla pandemia.
In Italia la vicenda viaggia invece su un binario del tutto diverso. Il primo scisma lefebvriano, quello del 1988, era già stato letto prevalentemente come una rottura dottrinale interna al mondo cattolico, non come una questione di ordine pubblico o di vigilanza sulle derive settarie. Trentotto anni dopo, la seconda frattura consumata a Ecône conferma la stessa asimmetria: nessun ente pubblico italiano equivalente alla Miviludes si occupa della Fraternità, che resta oggetto quasi esclusivo di cronaca religiosa e, sempre più negli ultimi anni, di cronaca politica.
Il dato saliente delle consacrazioni del 1° luglio è proprio la presenza, tra i circa ventimila fedeli giunti a Ecône, di esponenti dell’estrema destra italiana riconducibili a Forza Nuova e a Futuro Nazionale, il movimento fondato dal generale Roberto Vannacci. Non si tratta di un episodio isolato: la stessa voce enciclopedica italiana dedicata alla Fraternità ricostruisce legami di lungo periodo con Forza Nuova, il cui leader Roberto Fiore frequenta abitualmente le messe lefebvriane ed è stato inserito nel consiglio di amministrazione di un ente educativo britannico assieme a un membro della Fraternità stessa.
Gli osservatori più attenti invitano tuttavia a non semplificare troppo il quadro. Massimo Introvigne, direttore del Centro studi sulle nuove religioni di Torino, ha osservato ai microfoni della radiotelevisione svizzera che la presa dei lefebvriani sull’elettorato di destra sarebbe oggi minore di quanto la scena di Ecône lasci intendere, e che la nuova consacrazione andrebbe letta più come un segnale di difficoltà interna al movimento che come una dimostrazione di forza politica. Resta comunque, a suo giudizio, una quota non maggioritaria ma tutt’altro che trascurabile della popolazione italiana pronta a schierarsi ogni volta che vengono agitate bandiere tradizionaliste, nostalgiche e marcatamente identitarie: un riflesso di cui la stessa ascesa politica di Vannacci sarebbe, secondo lo studioso, un sintomo più ampio.
Il paradosso ideologico, sempre secondo Introvigne, è che questa affinità resta parziale. I lefebvriani condividono con la nuova destra italiana ed europea l’ostilità verso l’Islam pubblico e le sue manifestazioni negli spazi urbani, ma la loro teologia non fa sconti a nessuno. Nella visione più intransigente della Fraternità, anche l’ortodossia russa di Putin e il protestantesimo evangelico dell’amministrazione americana finirebbero, in linea teorica, nello stesso campo degli estranei alla vera fede riservato ai musulmani: una teocrazia esclusiva che male si presta a diventare, nel lungo periodo, una piattaforma politica stabile e condivisibile.
Ciò che resta, mettendo a confronto i due Paesi, è più una differenza di approccio istituzionale che di giudizio morale sul fenomeno. Parigi tratta la Fraternità anzitutto come un problema di diritto interno, fatto di trasparenza finanziaria, tutela dei minori e salute pubblica nelle scuole fuori contratto, a prescindere dalle simpatie politiche che essa raccoglie negli ambienti più radicali. Roma, e più in generale il dibattito pubblico italiano, la tratta invece quasi esclusivamente come questione ecclesiale interna, salvo poi accorgersi, quando qualche migliaio di persone converge su un prato svizzero, che tra i pellegrini siedono anche i vertici di un movimento ormai presente, sia pure ai margini, nel discorso politico nazionale.
Lo scisma del 1° luglio, con la sua scomunica automatica e la freddezza con cui il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin lo ha definito un gesto molto doloroso invitando al dialogo, rischia dunque di restare l’ultimo episodio di una storia che i due Paesi continueranno a raccontarsi in due lingue amministrative diverse: quella, francese, della prevenzione delle derive settarie applicata senza distinzioni di colore politico, e quella, italiana, assai più indulgente, della cronaca politica interna, dove uno scisma ecclesiale diventa notiziabile soprattutto quando vi si riconosce, tra la folla, qualche bandiera di partito.


















