20 Agosto 2026 - 10.14

L’ossessione dei due litri al giorno: quando anche bere diventa una teoria del complotto

Ogni estate porta con sé almeno due certezze incrollabili: l’asfalto che sembra sciogliersi sotto il sole ed il servizio del Telegiornale che, con ammirevole ed estenuante regolarità, ci ingiunge di “rimanere al chiuso nelle ore più calde, proteggere anziani e bambini, mangiare molta frutta e bere almeno due litri di acqua al giorno”.
E’ un format rassicurante e fastidioso nello stesso tempo, ripetuto a memoria da decenni.
Le stesse parole, le stesse immagini di repertorio, la testa infilata sotto l’acqua di una fontanella, l’intervista al passante che dice che «si muore dal caldo».
Da bambino mi sembrava normale. Oggi mi irrita.
Ed è qui che la faccenda diventa intrigante.
Perché nell’era in cui il sospetto è diventato la chiave primaria di lettura della realtà, anche una raccomandazione apparentemente innocua finisce nel tritacarne della narrazione cospirazionista.
Sui social network circola da tempo la convinzione che la «regola degli otto bicchieri» non sia altro che un’invenzione a tavolino dei colossi dell’acqua in bottiglia per far esplodere i propri profitti.
È la tesi di Big Water, ultimo e recente arrivo dopo Big Pharma e Big Food.
La teoria è più o meno questa: l’idratazione è certamente importante, ma qualcuno avrebbe preso questo banalissimo dato fisiologico, gli avrebbe appiccicato sopra un numero magico, «otto bicchieri», e poi avrebbe fatto partire la macchina del marketing.
Detta così sembra la solita teoria complottista buona per i social.
Ma, ed è proprio questo il punto interessante, non è completamente inventata.
Solo che la realtà è molto meno cinematografica.
La famosa regola dei due litri non è nata in una riunione segreta dei dirigenti di una multinazionale dell’acqua minerale.
Non c’erano, insomma, dodici signori in completo scuro seduti attorno ad un tavolo intenti a dirsi: “Signori, abbiamo un problema. Quale? La gente beve quando ha sete”. Silenzio. “Dobbiamo inventarci qualcosa. Otto bicchieri”. Applausi.
Peccato che la fisiologia umana non funzioni così.
Le raccomandazioni sull’assunzione di acqua risalgono a molti decenni fa ed avevano un significato diverso da quello che comunemente gli attribuiamo oggi.
Una delle raccomandazioni americane del 1945 parlava di circa 2,5 litri di acqua al giorno, ma specificava anche una cosa fondamentale: una buona parte dell’acqua necessaria all’organismo arriva già dagli alimenti.
Frutta, verdura, minestre, pasta, riso, yogurt e praticamente tutto ciò che contiene acqua contribuiscono al nostro bilancio idrico.
Insomma, quando mangiamo un’anguria non stiamo soltanto facendo una scelta gastronomica. Stiamo anche bevendo senza accorgercene.
Il problema nasce quando una raccomandazione generale viene trasformata in una specie di legge universale: due litri, tutti i giorni, per tutti, possibilmente sotto forma di acqua da bere.
E qui il marketing entra davvero in scena.
L’industria dell’acqua imbottigliata ha infatti promosso per anni il messaggio secondo cui bere una determinata quantità di acqua ogni giorno fosse indispensabile.
Non è una fantasia dei complottisti: esistono campagne, Associazioni di settore ed attività di comunicazione documentate che hanno contribuito a diffondere questo messaggio.
In Gran Bretagna, per esempio, una società di pubbliche relazioni dichiarò di aver lavorato alla campagna «drink 8 glasses of water a day» per un’associazione dell’industria delle acque minerali. Secondo i dati pubblicati dalla stessa società, la campagna contribuì a far crescere enormemente il consumo di acqua imbottigliata.
E nel 2009 tre grandi produttori, Danone Waters, Nestlé Waters e Highland Spring, fondarono il Natural Hydration Council, organismo che aveva anche l’obiettivo di promuovere il consumo di acqua attraverso campagne sull’importanza dell’idratazione.
Dunque Big Water esiste? In un certo senso sì. Tanto per dare un’idea, la filiera delle acque minerali in Italia sviluppa un giro d’affari complessivo pari a circa 3,3 miliardi di euro, ed il settore si conferma al vertice in Europa per volumi di consumo, con una produzione annua che supera i 16 miliardi di litri imbottigliati
Dunque esiste un’industria che vende acqua e che ha interesse a farne aumentare il consumo.
Però anche il panettiere tende a parlarci bene del pane.
Ma da questo fatto a sostenere che l’industria abbia inventato il bisogno fisiologico di bere due litri d’acqua ce ne passa parecchio.
La differenza non è sottile.
Il nostro organismo ha bisogno di acqua.
Questo non lo ha deciso né Danone né Nestlé, e nemmeno il Consiglio d’amministrazione di qualche misteriosa Big Water.
Lo ha deciso, per così dire, la biologia.
L’acqua è indispensabile per la regolazione della temperatura corporea, per la circolazione, per il funzionamento dei reni, per il metabolismo e per una quantità impressionante di altri processi fisiologici.
Il problema è stabilire quanta.
E qui la risposta diventa molto meno soddisfacente per chi ama le regole semplici.
Non esiste un numero magico valido per tutti.
Il fabbisogno dipende dall’età, dal peso, dall’attività fisica, dalla dieta, dalla temperatura ambientale e dalle condizioni individuali.
Chi corre dieci chilometri sotto il sole di agosto non ha certamente le stesse necessità idriche di chi trascorre la giornata seduto in casa con il ventilatore davanti.
Ed in caso di caldo intenso il fabbisogno aumenta perché perdiamo più liquidi attraverso la sudorazione.
C’è poi un’altra categoria alla quale prestare particolare attenzione: gli anziani.
Con l’età il meccanismo della sete può diventare meno efficace. E quindi può accadere che il corpo abbia bisogno di liquidi senza produrre un segnale di sete altrettanto evidente.
Insomma, la sete è una straordinaria invenzione evolutiva, ma non è un commercialista infallibile.
E soprattutto non è un’applicazione dello smartphone che ci manda una notifica alle 10.30: «Umberto, hai bevuto soltanto 347 millilitri. Vergognati».
Non abbiamo bisogno di trasformare la borraccia in un contatore fiscale dell’acqua.
Allo stesso tempo, però, non bisogna cadere nell’eccesso opposto.
Il complottista che sostiene che «due litri al giorno sono una puttanata inventata dai colossi» commette esattamente lo stesso errore di chi trasforma i due litri in una legge universale.
Il primo nega la complessità della fisiologia; il secondo la sostituisce con un numero.
Sono due facce della stessa medaglia: entrambi preferiscono una risposta semplice alla realtà.
Ed è qui che le teorie del complotto diventano affascinanti.
Perché partono spesso da qualcosa di vero. Sì, l’industria dell’acqua ha fatto marketing sull’idratazione. Sì, ha finanziato campagne. Sì, ha cercato di influenzare il comportamento dei consumatori. Sì, esiste una storia documentata di conflitti di interesse tra interessi commerciali e comunicazione sanitaria.
Ma da qui a costruire la grande cospirazione di Big Water che vuole controllare le nostre vite attraverso il bicchiere d’acqua quotidiano bisogna fare un salto che soltanto i social riescono a rendere normale.
È lo stesso meccanismo che abbiamo visto mille volte.
Si prende un fatto reale, lo si semplifica, si elimina tutto ciò che lo rende complicato, si trova un colpevole; e finalmente si dispone di una storia perfetta.
Una storia nella quale i buoni hanno capito tutto ed i cattivi stanno tutti dall’altra parte.
La realtà, invece, è terribilmente meno elegante.
Dice che dobbiamo bere.
Dice che non esiste una quantità identica per tutti. Dice che parte dell’acqua arriva dagli alimenti. Dice che quando fa molto caldo dobbiamo aumentare l’attenzione all’idratazione. Dice che gli anziani possono essere più vulnerabili alla disidratazione.
E dice anche che bere quantità spropositate non diventa salutare soltanto perché lo abbiamo letto su Instagram.
Insomma, possiamo tranquillamente smettere di avere paura di Big Water.
Ma possiamo anche smettere di credere alla leggenda dei due litri come se fosse stata incisa sulle tavole della legge.
La prossima volta che in televisione ci diranno di bere almeno due litri d’acqua, dunque, non sarà necessario chiamare il controspionaggio.
E se sui social qualcuno ci spiegherà che dietro quella bottiglia d’acqua si nasconde un piano globale delle multinazionali, possiamo rispondergli con una verità molto meno affascinante: l’acqua ci serve davvero, il numero magico no.
E, soprattutto, non serve una teoria del complotto per capire che se qualcuno riesce a convincerci a comprare una bottiglia di plastica per bere qualcosa che esce gratuitamente dal rubinetto, il marketing ha già fatto il suo lavoro.
Alla faccia di Big Water.
Umberto Baldo

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