Estate più calda della storia e giuramento: chi piange per il “freschino” lo prendo a calci in c…

Accadrà. Eccome se accadrà.
E’ una certezza scientifica. Più certa delle maree, dell’aumento delle bollette e del fatto che, prima o poi, qualcuno ricomincerà a parlare di emergenza influenza.
Basterà una timida perturbazione ed una mattina con qualche grado in meno, una foglia ingiallita, un refolo di vento, l’ombra di un albero che, per qualche inspiegabile motivo, si allunga di mezzo metro.
E allora succederà. Mi sembra di vedere già la scena.
Il tipo seduto accanto a me al bar si stringerà nelle spalle.
La signora davanti a me al supermercato tirerà fuori dal nulla un cardigan che sembrava essere stato imbalsamato insieme alla primavera.
Qualcuno si strofinerà le mani.
E arriverà……la frase fatidica, quella frase: “però… stamattina ho quasi freddo”.
Ecco.
È precisamente in vista di quel momento che questa estate ho fatto una promessa solenne: il primo che sento dire “ho freddo”, lo prendo a calci in culo.
Senza preavviso, senza passare dal via, senza alcuna attenuante generica.
Non l’ho giurata sul sangue di antichi eroi, non l’ho incisa sulle tavole della legge sul Monte Sinai, e non ho chiamato a testimone il fuoco degli dèi dell’Olimpo.
Ma il valore è lo stesso, se non superiore: è un voto sacro fatto al cospetto di tre mesi di sofferenza pura.
Non è una minaccia.
È una misura di prevenzione sociale.
Perché spesso la gente dimostra di avere la memoria storica di un pesce rosso.
Non sono passate ere geologiche!
Passatevi una mano sulla coscienza e ricordate dove siamo stati negli ultimi tre quattro mesi.
Siamo stati immersi in un brodo primordiale di umidità folle, trasformati in lucertole spompate alla ricerca disperata di un alito d’aria, ostaggi di notti tropicali passate a fissare il soffitto mentre il ventilatore girava a vuoto come un elicottero in avaria.
Abbiamo passato mesi con le magliette appiccicate alla schiena già alle otto del mattino, e con un asfalto rovente che liquefaceva le suole ed asciugava i pensieri.
Eravamo pronti a vendere l’anima al diavolo per una pala di ghiaccio.
Alle dieci cominciavi a chiederti se fosse ancora opportuno definirsi Homo sapiens, oppure se fossimo ormai diventati semplicemente dei rettili con il conto dell’Enel.
La notte dormivamo con il ventilatore puntato addosso, l’aria condizionata a palla o la finestra spalancata nella vana speranza che, per una volta, la fisica ci facesse un favore.
Abbiamo passato settimane a cercare ombra come profughi climatici, abbiamo bevuto acqua a litri, abbiamo guardato il termometro con odio, abbiamo aspettato la sera come i condannati aspettano l’ora d’aria, abbiamo invocato l’inverno, e nei momenti di massima disperazione persino un’era glaciale.
E adesso? Adesso basta che il termometro scenda di quattro o cinque gradi e ricomincia la liturgia?
«Che freschino». «Stamattina si sta proprio bene col maglioncino». «Mi sa che quest’anno l’estate è finita».
E quello che pronuncia quest’ultima frase, naturalmente, lo dice con la faccia di chi ha appena ricevuto la notizia della fine della civiltà occidentale.
No. Mi dispiace. Quest’anno non attacca.
Non dopo quello che abbiamo passato.
Non potete prima implorare un temporale, invocare il vento, maledire l’anticiclone africano e minacciare di trasferirvi definitivamente in Norvegia, e poi, magari alla prima mattina con 17 gradi, presentarvi al bar avvolti in un piumino come se aveste attraversato il Passo del Tonale.
Non funziona così.
E soprattutto non accetto più il concetto di “freschino”.
Il “freschino” è una delle più subdole invenzioni linguistiche degli italiani. “Freschino” può significare tutto e niente.
Può essere 16 gradi, può essere 12.
Può essere una temperatura con la quale in altri Paesi europei la gente fa tranquillamente la spesa in bicicletta mentre noi siamo già alla ricerca del plaid.
Il “freschino” è uno stato mentale, è il primo sintomo della sindrome del maglioncino.
E io quest’anno ho deciso di combatterla.
Con fermezza, solenne ed irrevocabile.
Il primo che, dopo questa estate, mi dirà «ho freddo”, sappia che non riceverà solidarietà.
Non avrà il mio conforto, non avrà il mio maglione.
Non avrà nemmeno il diritto di lamentarsi
Perché qui non stiamo parlando di problemi, stiamo parlando di quei malnati che già a settembre rimpiangeranno il caldo.
Gente che troverà davanti a sé un uomo che ha trascorso mesi a sudare anche stando fermo, e che ha ormai sviluppato una forma di intolleranza selettiva verso gli eternamente scontenti del meteo.
Come accennato, le scarpe buone sono già pronte.
E sono perfettamente consapevole che, in una società civile, i problemi non si risolvono a calci nel culo.
Ma almeno consentitemi di incazzarmi di brutto quando qualcuno oserà pronunciare la parola “freschino”.
Perché, amici, il caldo prima o poi passa; ma la nostra memoria selettiva, invece, sembra non conoscere stagioni.
Umberto Baldo
P.S. Stamattina, quando ho visto il cielo nuvoloso, mi si è aperto il cuore e ho pensato: “Dio c’è”. Ora speriamo che quelle nuvole scarichino anche una bella pioggia. La celebrerei prendendomela tutta all’aperto, come nel vecchio film Il mago della pioggia.


















