18 Agosto 2026 - 12.26

Italia, dove tutto è più bello del mondo. Ma è davvero così?

Non c’è niente da fare: noi italiani abbiamo con la modestia un rapporto molto particolare.
La consideriamo una virtù fondamentale……..per gli altri.
Quando si tratta di noi, invece, scatta quasi automaticamente una regola non scritta: se qualcosa esiste in Italia, è molto probabile che sia “la più bella del mondo”.
Non necessariamente la più efficiente. Non necessariamente la più moderna. Non necessariamente quella che funziona meglio.
La più bella.
È una specie di riflesso condizionato.
Una piccola patologia nazionale che potremmo chiamare sindrome da primato coatto.
Abbiamo trasformato il gusto personale in una graduatoria mondiale e, cosa ancora più straordinaria, ci siamo assegnati anche la giuria.
E senza neppure bisogno di convocare gli altri concorrenti.
Prendiamo la Costituzione.
Non sia mai che qualcuno possa proporre di modificare un articolo, discutere un equilibrio istituzionale o semplicemente osservare che qualche meccanismo vecchio di 80 anni potrebbe essere migliorato.
«Giù le mani! È la Costituzione più bella del mondo!»
Una formula meravigliosa, perché chiude immediatamente la discussione.
Se è la più bella del mondo, cosa vuoi mai discutere?
È come giudicare una Costituzione con gli stessi criteri con cui scegliamo un tramonto.
Poi naturalmente arriva il calcio.
Il campionato italiano è il più bello del mondo, il più difficile, il più tattico, il più competitivo.
Lo diciamo con particolare convinzione da quando il resto del mondo ha cominciato a guardare altrove.
Anche la Nazionale, naturalmente, è sempre una potenza; basta aspettare il prossimo torneo per dimostrarlo.
E se poi perdiamo contro una squadra che, fino al giorno prima, consideravamo poco più che una comitiva di dopolavoristi, non c’è problema.
“Nel calcio può succedere di tutto”, è la spiegazione perfetta.
Soprattutto perché non spiega assolutamente niente.
Ma è sul cibo che raggiungiamo livelli quasi teologici.
La cucina italiana non è semplicemente una delle grandi cucine del mondo.
È la cucina.
La pizza è la più buona del mondo, il caffè italiano è l’unico vero caffè, la pasta italiana non ha rivali, la cucina della nonna è imbattibile.
Che poi qualcuno a Parigi sappia cucinare, che in Messico esista una cultura gastronomica millenaria, che i giapponesi abbiano trasformato la preparazione del cibo in una forma d’arte, sono dettagli.
Possiamo concedere al resto dell’umanità qualche piccola soddisfazione, purché alla fine della frase torni fuori il nostro primato.
«Sì, il sushi è straordinario, però vuoi mettere una carbonara fatta bene?»
È il nostro “sì, però”. Una specie di clausola di salvaguardia dell’orgoglio nazionale.
E guai a mettere la panna nella carbonara!
Lì non siamo più nel campo della gastronomia; entriamo direttamente nel diritto internazionale.
Potrebbero partire sanzioni, richiamo dell’ambasciatore e convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Perché il cibo, da noi, non è soltanto cibo; è famiglia, infanzia, memoria, nonna, domenica, campanile.
Criticare una ricetta italiana significa spesso mettere in discussione una parte della nostra identità.
Ed infatti noi italiani siamo capaci di discutere per mezz’ora sulla vera ricetta della carbonara e contemporaneamente accettare con una certa rassegnazione che per ottenere un documento comunale servano tre certificati, due appuntamenti e forse la testimonianza di un notaio.
E allora perché questa necessità di assegnarci continuamente la medaglia d’oro?
Forse perché abbiamo semplicemente trasferito a livello nazionale il vecchio campanilismo italiano.
Per secoli abbiamo vissuto in Città, Stati, Ducati, Repubbliche e piccoli territori che spesso si guardavano in cagnesco.
Il veneziano pensava che Venezia fosse il centro del mondo, il fiorentino aveva Firenze, il romano aveva Roma, il napoletano aveva Napoli, il bolognese aveva Bologna, il vicentino aveva Vicenza.
E il paese accanto, naturalmente, era pieno di gente “che non capiva niente”.
Abbiamo semplicemente ingrandito il campanile.
Prima dicevamo: «Il mio paese è il più bello». Poi: «La mia regione è la più bella».
Adesso diciamo: «L’Italia è il Paese più bello del mondo».
È il campanilismo con una carta geografica più grande.
Ma c’è a mio avviso anche un’altra spiegazione.
Una certa forma di compensazione.
Perché siamo perfettamente consapevoli che il Paese non funziona sempre come dovrebbe.
I treni possono arrivare in ritardo, la burocrazia può chiederti tre documenti per dimostrare che sei tu, una pratica semplice può trasformarsi in una piccola epopea amministrativa, le buche nelle strade, in certe zone, hanno ormai sviluppato una propria biodiversità. gli ospedali possono funzionare benissimo, oppure costringerti a telefonare a mezzo parentado per trovare qualcuno che conosca qualcuno.
E allora come facciamo a convivere con tutto questo?
Semplice.
Guardiamo il panorama, addentiamo una sfogliatella e diciamo:
«Eh, però… dove lo trovi un altro Paese così?»
È la nostra straordinaria capacità di compensare il deficit organizzativo con il monopolio della bellezza.
Abbiamo qualche problema con i servizi pubblici? Sì.
Con la burocrazia? Sì.
Con le infrastrutture? Talvolta.
Però abbiamo il mare, E vuoi mettere il mare italiano? È un argomento difficilissimo da confutare.
Anche perché, quando la realtà ci mette in difficoltà, noi abbiamo sempre un monumento a disposizione.
Venezia è unica, Roma è eterna, Firenze è un museo a cielo aperto, le Dolomiti sono straordinarie, la Costiera Amalfitana è meravigliosa, la Sicilia è splendida, la Puglia è bellissima, il lago di Como è da cartolina, il borgo di quattrocento abitanti nell’entroterra marchigiano è «un gioiello nascosto», il paesino che fino a ieri non conosceva nessuno è «una delle mete più suggestive d’Italia».
E ormai anche il ristorante con sette tavoli e il proprietario che serve personalmente i clienti è «un’eccellenza della tradizione gastronomica italiana».
Eccellenza.
Questa è un’altra parola che abbiamo consumato.
Da noi tutto è un’eccellenza. Il vino è un’eccellenza, il formaggio è un’eccellenza, il salame è un’eccellenza, il piccolo artigiano è un’eccellenza, la festa paesana è un’eccellenza, il prodotto tipico è un’eccellenza, il borgo è un’eccellenza, il turismo è un’eccellenza.
Persino la capacità italiana di arrangiarsi è diventata un’eccellenza.
Siamo probabilmente l’unico Paese al mondo nel quale anche una cosa normale viene presentata come straordinaria, purché ci sia qualcuno disposto a scriverlo in un comunicato stampa.
E così siamo arrivati al paradosso.
Se tutto è eccellenza, niente è più eccellenza.
Se ogni nostro paese è «tra i più belli d’Italia», l’espressione non significa più nulla.
Se ogni prodotto è «un’eccellenza mondiale», l’eccellenza diventa semplicemente la normale dotazione di serie del made in Italy.
E se ogni cosa è «la più bella del mondo», viene da chiedersi come faccia il resto del pianeta a trovare ancora spazio.
Perché il mondo, per fortuna, non ha aspettato noi.
Parigi è Parigi, Praga è Praga, Istanbul è Istanbul, Kyoto è Kyoto, New York è New York.
I castelli della Loira non hanno bisogno del nostro permesso per essere magnifici.
Le cattedrali gotiche tedesche non diventano meno imponenti perché esiste il Duomo di Milano.
Le piazze spagnole non hanno bisogno di essere confrontate con Piazza San Marco per avere il diritto di essere bellissime.
E il sushi non diventa meno buono perché esiste la carbonara.
Anche se, naturalmente, la carbonara resta più buona! Almeno secondo noi.
Ed è proprio questo il punto.
Noi non abbiamo bisogno di vincere una competizione. Ci basta dichiarare di averla vinta.
È una forma curiosa di patriottismo.
Non richiede particolari sacrifici, non costa nulla e soprattutto non prevede il rischio di essere smentiti.
La bellezza non è una gara, la cultura non è una gara, la cucina non è una gara, e nemmeno la storia dovrebbe esserlo.
Possiamo amare la pizza senza sostenere che nessun altro al mondo sappia cucinare.
Possiamo adorare Venezia senza decretare che ogni altra città sia una brutta copia.
Possiamo essere fieri della nostra cultura senza immaginare che il resto dell’umanità abbia passato gli ultimi duemila anni a non combinare niente.
Possiamo persino riconoscere che, qualche volta, da qualche parte nel mondo, qualcuno abbia fatto qualcosa meglio di noi.
Non succederebbe nulla. Il campanile resterebbe in piedi. La pizza continuerebbe a essere pizza. Venezia continuerebbe a essere Venezia. E noi continueremmo tranquillamente ad essere italiani.
Anzi, forse scopriremmo una cosa piuttosto sorprendente: non abbiamo bisogno di sentirci superiori per essere orgogliosi di quello che siamo.
Perché una cosa è dire:
«Abbiamo cose straordinarie».
Un’altra è dover aggiungere ogni volta: «E sono le migliori del mondo».
La prima è orgoglio. La seconda è insicurezza travestita da patriottismo.
Forse dovremmo imparare, una volta tanto, a guardare il mondo senza la necessità di stabilire una classifica.
Sarebbe una rivoluzione culturale. E probabilmente ci metteremmo anche un bel po’ a farla.
Del resto siamo italiani.
Potremmo persino riuscire a trasformare la modestia in una nuova eccellenza nazionale.
La più bella del mondo, naturalmente.
Umberto Baldo

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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