24 Agosto 2026 - 9.31

Vivere bene o vivere a lungo? Chiedete a Keith Richards

Umberto Baldo

Per decenni ci hanno spiegato che per arrivare sani, e possibilmente vivi, alla terza età occorre seguire una disciplina da monaci tibetani.

Niente fumo, poco alcol, dieta equilibrata, attività fisica, otto ore di sonno, due litri d’acqua al giorno, pochi grassi, poco zucchero, poco sale. 

E, possibilmente, niente divertimenti troppo impegnativi per il fegato.

Insomma, una vita talmente morigerata che viene quasi da chiedersi se valga davvero la pena arrivare a novant’anni.

Poi, qualche giorno  fa, ascoltando “Foreign Tongues”, l’ultimo disco dei Rolling Stones,guardavo Keith Richards.

E ho pensato che la biologia, ogni tanto, ha un senso dell’umorismo davvero spiccato.

Vasco Rossi, nella sua “Vita spericolata”, citava come modello Steve McQueen.   Scelta comprensibile. Steve McQueen era il prototipo dell’uomo bello, ribelle, veloce, con la faccia di chi sembrava nato per vivere pericolosamente.   Peccato che sia morto a cinquant’anni.

Keith Richards, invece, ha scelto una strada diversa.

Non soltanto la vita spericolata, la vita “smodata”.

E con una differenza fondamentale: è ancora qui.

A oltre ottant’anni, con quella faccia che sembra essere stata scolpita dal vento, dal whisky, dal tabacco e da qualche altra sostanza che sarebbe meglio non chiedere troppo dettagliatamente, Keith Richards continua a salire sul palco.

E non ci sale per fare il vecchietto celebrativo, ci sale per suonare.

E insieme all’inossidabile compagno di merende Mick Jagger, suo coetaneo,  continua a parlare di concerti, tournée e palchi anche per il 2027.

Nel frattempo, sotto il palco, è cambiato il pubblico.   Una volta c’erano ragazzi con i capelli lunghi e le fidanzate appese al braccio.

Oggi ci sono padri, figli, nipoti e, ormai, parecchi nonni e bisnonni. 

Qualcuno arriva al concerto con il bastone; Keith Richards arriva con la chitarra.  E già questo dovrebbe indurre qualche riflessione.

Perché il nostro Keith non ha esattamente seguito il protocollo dell’OMS per l’invecchiamento sano.

Ha fumato piantagioni di tabacco, ha bevuto un Mar Caspio di alcolici, ha consumato tutte le droghe conosciute, ha vissuto per decenni immerso in un ambiente nel quale la parola «moderazione» doveva sembrare una bestemmia.

E ad un certo punto ha persino sintetizzato tutta la questione con una delle sue battute più celebri: “Io non ho mai avuto problemi con la droga. Li avevo con la polizia”.

Che è una maniera molto britannica di risolvere una questione sanitaria, trasformandola in un problema amministrativo.

Naturalmente sia chiaro: non sto sostenendo che la droga faccia bene, che fumare allunghi la vita, o che per arrivare a ottant’anni convenga scolarsi un paio di bottiglie di whisky ogni sera.

Non sono diventato improvvisamente Keith Richards e, soprattutto, non credo che il mio fegato sarebbe disponibile alla sperimentazione.

Il punto è un altro.

Keith Richards non dimostra che gli eccessi facciano bene; dimostra che la vita non è un foglio Excel.

In altre parole di fronte a Keith viene il dubbio che la vera longevità non sia una questione di calorie calcolate, ma di una tempra talmente calcificata dagli eccessi da risultare illeggibile persino per il tempo.

Non esiste cioè una colonna nella quale mettiamo «zero sigarette», «tre allenamenti settimanali», «cinque porzioni di frutta e verdura», «otto ore di sonno» e alla fine il computer ci stampa automaticamente la data di scadenza.

La vita non funziona così.

C’è chi fa tutto giusto e purtroppo se ne va presto.  C’è chi fa quasi tutto sbagliato ed arriva ad ottant’anni ancora sul palco.

E questa cosa, diciamolo, è piuttosto irritante.   Soprattutto per tutti quelli che hanno passato l’esistenza a pesare i carboidrati.

Pensate a quanti salutisti abbiamo incontrato nella nostra vita. Quelli che alle sei del mattino corrono a stomaco vuoto.  Quelli che conoscono il contenuto di zuccheri di qualsiasi alimento.  Quelli che bevono centrifugati verdi con l’espressione di chi sta assumendo una medicina salvavita. Quelli che ti spiegano che il vino rosso fa bene, purché siano esattamente 125 millilitri, versati possibilmente da un medico.  Quelli che vanno a letto alle dieci e mezza perché  “devo recuperare il sonno».

E poi magari se ne vanno piuttosto presto.

E qui viene la parte che mi riguarda personalmente.

Keith Richards è probabilmente quanto di più lontano possa esistere dal mio stile di vita.  

Sono, per usare una parola poco rock’n’roll, un uomo piuttosto morigerato.

Eppure Keith Richards mi suscita una forma di ammirazione che non riesco a nascondere; forse persino una piccola, benevola invidia.

Perché quell’uomo, quando arriverà il momento di tirare definitivamente le somme, potrà guardarsi indietro e dire una cosa che molti di noi non potranno dire con la stessa convinzione: “non mi sono fatto mancare niente!”.

Ecco. È questo che invidio, non la droga, non le sigarette, non il whisky, non gli eccessi.

La libertà.

La libertà di aver vissuto senza passare tutta la vita a chiedersi se fosse opportuno.

Keith Richards non ha mai dato l’impressione di voler diventare un modello di comportamento.   Ha semplicemente fatto Keith Richards.

E forse è proprio questo il segreto del suo fascino.

Non ci insegna come vivere.  Ci ricorda che vivere è una cosa diversa dal rispettare un protocollo.

Perché ormai abbiamo un’applicazione per tutto.  Misuriamo i passi, le calorie, il sonno, il battito, la glicemia, la qualità del respiro, perfino la fase REM.

Tra poco arriverà un’ App che ci dirà se abbiamo avuto un pensiero sufficientemente salutare durante la giornata.  E naturalmente ci sarà qualcuno pronto a venderci l’abbonamento premium.

Keith Richards, nel frattempo, probabilmente continuerà a suonare.

E magari nel 2027 salirà ancora su un palco davanti a qualche decina di migliaia di persone; molte delle quali avranno più anni di quanti ne avessero i loro genitori quando andarono per la prima volta a vedere gli Stones.

È una scena quasi surreale.  Il mondo cambia.  Le generazioni passano. I concerti diventano eventi familiari. I ragazzi diventano nonni, i nonni diventano bisnonni.

E Keith Richards è ancora lì.

Come se il tempo avesse deciso di fare un’eccezione.

Forse la vera lezione, allora, non è che bisogna vivere come Keith Richards.

Sarebbe una conclusione idiota.

La lezione è che non dobbiamo confondere una vita lunga con una vita ben vissuta.

Sono due cose diverse.  E nessuno di noi sa in anticipo quanto durerà la propria. Possiamo mangiare bene, fare ginnastica, non fumare, bere con moderazione, dormire otto ore e attraversare diligentemente tutte le caselle del perfetto cittadino della longevità. 

Ed è certamente meglio farlo. Ma alla fine potrebbe comunque non bastare. Perché la morte, almeno finora, non ha mostrato grande rispetto per i nostri programmi. E allora, ogni tanto, forse sarebbe bene smettere di vivere come se dovessimo presentarci al controllo qualità dell’Agenzia delle Entrate dell’aldilà. 

Mangiare quella carbonara, bere quel bicchiere di vino, ridacchiare per una sciocchezza, ascoltare una canzone che non avrebbe mai superato il controllo di qualità di un critico musicale, baciare qualcuno, fare una notte un po’ più tardi del previsto.

E soprattutto non sentirsi continuamente in colpa per il semplice fatto di essere vivi.

Perché alla fine la domanda non sarà soltanto: “Quanto a lungo hai vissuto?”

Forse sarà anche: “Quanto hai vissuto davvero?”

Keith Richards, almeno su questo, sembra aver avuto le idee molto chiare.

E se domani dovesse finalmente appendere la chitarra al chiodo, dopo sessant’anni di Rolling Stones, e qualcuno gli chiedesse cosa gli è mancato nella vita, sospetto che potrebbe rispondere con quella faccia da pirata sopravvissuto a tre naufragi: «Niente».

Io, che ho condotto una vita molto diversa dalla sua, sicuramente non potrò  dire la stessa cosa.

E allora lunga vita a Keith Richards.

Non perché abbia trovato l’elisir dell’immortalità.

Ma perché, a modo suo, ci ricorda una cosa semplicissima che abbiamo dimenticato mentre eravamo impegnati a contare calorie, passi, ed anni: la vita non è soltanto qualcosa da conservare. È qualcosa da consumare.

Possibilmente senza sprecarla.

E magari, ogni tanto, anche senza chiedere il permesso.

Umberto Baldo

Potrebbe interessarti anche:

Vivere bene o vivere a lungo? Chiedete a Keith Richards | TViWeb Vivere bene o vivere a lungo? Chiedete a Keith Richards | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy