24 Agosto 2026 - 9.28

Il grande inganno dei “dublinanti” ed i cortocircuiti d’Europa

Umberto Baldo

Ci sono parole che sembrano inventate apposta per rendere incomprensibile la realtà.  Una di queste è “Dublinanti”.

Eppure dietro questo termine da ufficio europeo si nasconde una questione tutt’altro che astratta, che rischia di riaprire una delle solite fratture fra il Nord ed il Sud dell’Europa.

Chi sono dunque i dublinanti?

Sono, in sostanza, richiedenti asilo che, dopo essere entrati nell’Unione europea, ed aver presentato una domanda di protezione in un Paese, si spostano in un altro Stato membro e lì cercano di ottenere l’accoglienza od una nuova procedura.

Per anni il meccanismo è stato disciplinato dal cosiddetto Regolamento di Dublino. 

La logica era semplice: la domanda di asilo deve essere esaminata da uno Stato membro individuato come Responsabile, quasi sempre quello del primo ingresso nell’Unione.

Se il richiedente si trasferisce in un altro Paese, quest’ultimo può chiedere il suo trasferimento verso lo Stato considerato competente (quello di arrivo o di sbarco per capirci)

Ed eccoci al problema.

Perché una regola che sulla carta può sembrare persino ragionevole diventa molto meno ragionevole quando a trovarsi sulla frontiera esterna dell’Europa sono soprattutto Italia, Grecia e Spagna.

Il migrante che arriva dal Mediterraneo non sbarca infatti a Monaco, Amsterdam o Stoccolma.

Sbarca a Lampedusa, in Sicilia, in Calabria, in Grecia o sulle coste spagnole.

Ed è qui che comincia il cortocircuito europeo.

Il vecchio sistema di Dublino è stato appena sostituito, dal 12 giugno scorso, dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. 

Ma il problema fondamentale non è scomparso: da una parte c’è la responsabilità dello Stato competente per l’esame della domanda, dall’altra dovrebbe esserci la solidarietà degli altri Stati membri.

E qui comincia il bello, perché quando entra in scena la solidarietà europea spesso improvvisamente cade la connessione.

Il nuovo sistema prevede infatti un meccanismo permanente di solidarietà: gli Stati possono contribuire attraverso ricollocamenti (accoglimenti), o in caso di rifiuto con  un sostegno finanziario od altre forme di assistenza.

Insomma, responsabilità sì, ma accompagnata dalla condivisione degli oneri.

Ed è proprio su questo equilibrio che oggi si sta consumando lo scontro.

La Germania di Friedrich Merz ha deciso di accelerare i trasferimenti dei migranti verso i Paesi considerati responsabili, Italia compresa. 

E sulla stessa linea si sono mossi altri Paesi del Nord quali Svizzera, Austria, Olanda, Finlandia, Svezia e Irlanda

Berlino sostiene, in sostanza, che le regole europee vanno rispettate.

Obiezione difficile da contestare.

Il problema è che le regole europee, quando fanno comodo, vengono improvvisamente ricordate con una memoria formidabile. 

Quando invece si tratta di condividere concretamente il peso degli immigrati, quella memoria sembra diventare assai più selettiva.

Perché l’Italia può anche accettare il principio secondo cui chi entra irregolarmente sul territorio europeo attraverso le sue coste deve essere identificato, registrato e, quando previsto dalla legge, eventualmente ripreso in carico.

Ma allora deve funzionare anche l’altra metà dell’accordo: la solidarietà degli altri Paesi europei.

Non si può pretendere che il Paese di primo approdo sia contemporaneamente frontiera dell’Unione, centro di identificazione, luogo di accoglienza, ed infine parcheggio permanente di tutti quelli che gli altri Stati decidono di rispedire indietro.

Sarebbe una curiosa interpretazione del concetto di Unione.

E naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia.

Per anni diversi Paesi del Nord Europa hanno avuto un atteggiamento molto più favorevole verso l’accoglienza rispetto ai governi mediterranei. 

E alcune Organizzazioni Non Governative (ONG) finanziate o sostenute anche dai Paesi del Nord, in particolare dalla Germania, hanno operato nel Mediterraneo trasferendo migranti verso porti italiani (ricordate la Sea Watch di Carola Rackete?), talvolta sfidando o violando le regole del diritto italiano.

Dietro la fretta di rispolverare i cavilli di Dublino non c’è una ritrovata fede nel rispetto del diritto europeo, ma una ben più concreta urgenza di bottega elettorale. 

Da Berlino ad Amsterdam, da Vienna a Stoccolma, le leadership europee sono incalzate dalla rabbia crescente di un elettorato esasperato da problemi di integrazione  e sicurezza non più gestibili, soprattutto dal punto vista religioso, con un Islam sempre più arrembante. 

Il recente scenario della crisi di Ceuta e la pressione politica interna stanno spingendo Governi un tempo pasciuti e sicuri a rincorrere l’onda dei movimenti di protesta anti-immigrazione.

È emblematico il caso del cancelliere tedesco Friedrich Merz, la cui improvvisa e inflessibile fermezza sul tema dei “dublinanti” arriva “provvidenzialmente” a poche settimane da appuntamenti elettorali decisivi – come il voto in Sassonia-Anhalt – dove la destra radicale di Alternative für Deutschland viene data in vantaggio di oltre venti punti rispetto alla Cdu. 

Più che una strategia d’ampio respiro per il governo dei flussi, quella dei Paesi del Nord appare dunque come una mossa miope ed egoistica, pensata per rassicurare le proprie piazze, a spese dei Paesi di primo approdo, e destinata a incattivire ulteriormente il dialogo intereuropeo.

Detto questo, è quindi difficile non vedere una contraddizione politica nel fatto che oggi alcuni di quegli stessi Paesi invochino con grande rigore le regole sulla responsabilità del Paese di primo ingresso.

Non è una questione di simpatia od antipatia verso i migranti.  È una questione di coerenza.

E forse è proprio questa la parola che manca più spesso nel vocabolario europeo.

Perché dietro la nuova durezza di Berlino c’è anche un problema molto meno giuridico e molto più politico.

Il punto vero, però, è un altro.

L’Europa non può continuare a comportarsi come se il problema migratorio sia soltanto un problema italiano, greco o spagnolo quando i migranti arrivano, e diventi improvvisamente un problema europeo quando quelli stessi migranti raggiungono Berlino, Vienna o Amsterdam.

I “dublinanti” sono dunque soltanto l’ultimo capitolo di una storia vecchia.

Quella di un’Europa che ha costruito regole comuni senza riuscire davvero a costruire una politica comune.

E quando manca una politica comune, ciascuno torna rapidamente a fare gli interessi propri.

Il Nord chiede che il Sud si riprenda i suoi migranti; il Sud chiede che il Nord condivida i suoi costi; e tutti, naturalmente, continuano a parlare di solidarietà europea.

Che, vista da Lampedusa, deve essere una parola davvero molto interessante.

Guardando all’orto di casa, non c’è dubbio che Giorgia Meloni, approfittando dell’emergenza Ceuta per sospendere Schengen, ha fatto uno sgarbo inutile a Sanchez, di fatto rendendo  più difficile l’alleanza con la Spagna sull’affaire Dublinanti.

Ma non mi è chiara neppure la posizione di Elly Schlein.  A parte che la parola “rimpatri” a gauche è percepita come una bestemmia, per anni la Schlein ha denunciato il sistema di Dublino come ingiusto, proprio perché scaricava sui Paesi di primo approdo il peso dell’immigrazione.

Oggi dovrebbe allora spiegare se quel principio è ancora ingiusto quando a chiedere all’Italia di riprendersi i migranti sono Germania, Austria, Olanda e gli altri Paesi del Nord.

Perché delle due l’una: o Dublino è un sistema sbagliato, come la sinistra ha sostenuto per anni, oppure improvvisamente diventa giusto quando a reclamarne l’applicazione sono i governi europei.

E questo, più che un problema di immigrazione, comincia ad assomigliare ad un problema di coerenza politica.

Umberto Baldo

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