21 Agosto 2026 - 9.55

C’era una volta la fresca estate d’Asiago

C’era una volta l’estate ad Asiago.
Un’ora di macchina da Vicenza o da Padova, mille metri di quota, aria buona, boschi, prati, malghe e soprattutto una cosa che in pianura, nei mesi estivi, da qualche anno comincia ad assumere il valore di un bene di lusso: il fresco.
Per generazioni di veneti Asiago è stato il rifugio naturale dalla fornace della Pianura Padana.
Non servivano spedizioni himalayane, sherpa e bombole d’ossigeno.
Bastava prendere la macchina, salire per qualche tornante e, una volta arrivati, respirare.
Anzi, per i nonni con qualche acciacco, per i bambini, per chi non aveva voglia di trasformare le vacanze in una gara di sopravvivenza, la quota dei mille metri era praticamente il paradiso terrestre.
Poi è arrivato il climat change.
Ed il paradiso ha cominciato a sudare.
Ad Asiago la temperatura ha raggiunto i 28 gradi, un valore che non si registrava da sedici anni. Certo un valore neanche paragonabile ai picchi sahariani raggiunti in pianura, ma pur sempre piuttosto insolito.
Ma la parte più interessante, ed anche la più inquietante, è che il problema non riguarda soltanto il capoluogo dell’Altopiano.
La Piana di Marcesina, quella che per anni abbiamo venduto ai turisti come la “Finlandia d’Italia”, è arrivata a 25 gradi. Campoluzzo, celebre per le sue temperature quasi artiche, ha toccato i 23.
E persino salendo verso i 2.000 metri si sono registrati 23-24 gradi.
Ed il bello è che non si tratta soltanto della solita giornata anomala, perché oltre ad un aumento medio della temperatura estiva, ci sono altri segnali; le gelate notturne stanno diminuendo, la siccità aumenta, l’accumulo estivo di precipitazioni si riduce.
E la vegetazione comincia a reagire. Alberi che riducono il trasporto di acqua verso le parti periferiche, perdita di aghi, foglie ingiallite o cadenti.
Per non parlare dei funghi che fanno sempre più fatica a trovare quel complesso di fattori che serve loro per vivere.
Ho parlato di Asiago, ma in questi mesi bastava consultare i dati delle temperature di tutte le località montane venete per rendersi conto che Asiago è ovunque, con punte di 30% raggiunte in Cadore.
La montagna, insomma, non sta semplicemente diventando più calda, sta cominciando a comportarsi diversamente.
E qui arriva la parte che dovrebbe interessarci molto più del termometro di Asiago, e comunque da non trascurare.
Quando la pianura diventa troppo calda, gli esseri viventi fanno quello che hanno sempre fatto nella storia del pianeta: si spostano.
Lo fanno gli animali. Lo fanno le piante. E lo fa anche l’uomo, che in questo campo non è affatto più intelligente degli altri esseri viventi.
Semplicemente possiede automobili, seconde case e carte di credito.
La direzione è naturalmente quella dell’alto.
La pianura soffoca? Si sale. La collina non basta? Si sale ancora. E se anche la montagna comincia a scaldarsi anno dopo anno, viene spontaneo chiedersi: quanto in alto dovremo arrivare?
A questo proposito c’è un personaggio che merita attenzione.
Il climatologo Luca Mercalli, insieme alla moglie Sofia, ha scelto da tempo di vivere stabilmente a Vazon, una piccola borgata dell’Alta Val di Susa, nel comune di Oulx.
Quota: 1.650 metri. Non mille o millecinquecento; milleseicento. Mercalli è evidentemente un uomo previdente.
Perché mentre noi continuiamo a considerare Asiago una specie di frigorifero naturale della Pianura Padana, lui ha scelto una quota decisamente più seria.
Naturalmente non significa che Mercalli abbia previsto personalmente le temperature dei prossimi Ferragosto; ma con il trend che vediamo estate dopo estate la sua scelta offre uno spunto interessante.
Se la pianura diventa sempre più calda ed anche le quote tradizionalmente considerate fresche cominciano a scaldarsi, chi ha disponibilità economica, tempo e flessibilità, cercherà disperatamente rifugio nelle terre alte.
E non sto parlando di un futuro remoto. Non dei nostri nipoti. Sta già succedendo adesso, sotto i nostri occhi.
Lo dimostra anche quello che raccontano gli operatori dell’Altopiano: sempre più persone salgono per fare sport perché in pianura, nelle giornate più torride, diventa difficile farlo in sicurezza. Ma anche con l’occhio attento alle offerte di un mercato immobiliare sempre più surriscaldato, con prezzi che solo fino a pochi anni fa si sarebbero considerati “pazzeschi”.
È l’inizio di una migrazione climatica molto particolare.
Non da un Continente all’altro. Non da un Paese all’altro (anche se avverrà). Dalla pianura alla montagna.
Ed eccoci al punto.
Perché la natura ha una fastidiosa abitudine: non legge i business plan degli operatori turistici.
Lo spazio fisico della montagna è quello che è.
Non possiamo semplicemente decidere che, siccome nei prossimi anni sempre più persone vorranno vivere o trascorrere l’estate a 1.500 metri, allora bisogna costruire tutto ciò che serve per ospitarle.
Perché sappiamo già come finisce. Prima arriva qualche nuova struttura ricettiva, poi un parcheggio, poi una strada più larga, poi un residence, poi le seconde case, poi il ristorante, poi il bar, poi il locale per l’aperitivo, poi il DJ, poi il parcheggio del locale, poi quello del supermercato, poi il residence accanto al residence.
E alla fine qualcuno si sveglia una mattina e scopre che la montagna è diventata una periferia della pianura, soltanto con più tornanti.
È esattamente il rischio che vediamo già con l’overtourism.
Abbiamo cominciato a portare sulle montagne gli stessi comportamenti dai quali cercavamo di scappare in città; code, traffico, parcheggi selvaggi, rumore, rifiuti, affollamento, inciviltà, assalto alle località più iconiche.
E, naturalmente, la fotografia, il selfie obbligatorio per dimostrare al mondo che siamo stati lì.
Perché ormai, se non abbiamo fotografato il panorama, evidentemente il panorama non è mai esistito.
Se il fenomeno della fuga verso l’alto diventerà significativo, le comunità montane avranno davanti una scelta molto seria.
Possono cercare di monetizzare tutto e subito (e qualche segnale al riguardo è già evidente).
Oppure possono capire che il loro vero patrimonio non sono i metri cubi ancora edificabili; è ciò che non è stato ancora costruito.
I montanari farebbero bene a svegliarsi prima che sia troppo tardi: la febbre del pianeta non si cura trasformando le vette nella caricatura della pianura. Se non si fissa un limite invalicabile, il guadagno di oggi diventerà la miseria ambientale e morale di domani.
Un prato vale proprio perché è un prato, un bosco vale proprio perché è un bosco, una malga vale perché intorno non c’è un condominio di sette piani, un piccolo paese di montagna è prezioso proprio perché non è una copia di Jesolo con le montagne sullo sfondo.
Naturalmente nessuno può fermare il caldo con un’ordinanza comunale.
E nessuno può impedire alle persone di cercare refrigerio dove ancora esiste.
Ma proprio per questo bisogna cominciare a ragionare prima che la necessità diventi emergenza, e l’emergenza diventi business.
Perché se milioni di persone cercheranno progressivamente le “terre alte”, le terre alte non basteranno per tutti.
E soprattutto non possiamo pensare di risolvere il problema semplicemente costruendo. Altrimenti accadrà qualcosa di paradossale.
La gente fuggirà dalla pianura perché è troppo calda, salirà in montagna cercando natura e fresco, e noi costruiremo talmente tanto in montagna da trasformarla in una nuova pianura, movida notturna compresa.
Con una differenza. Avremo distrutto anche l’ultima alternativa.
Forse dovremmo cominciare a considerare la montagna non come un’enorme superficie ancora disponibile per costruire, ma come un patrimonio fisico limitato che diventerà sempre più prezioso proprio perché il clima cambierà.
Perché potrebbe arrivare il giorno in cui mille metri non saranno più sufficienti.
Allora serviranno i millecinquecento, poi i duemila.
E a quel punto qualcuno potrebbe finalmente domandarsi: quanto in alto pensiamo di poter scappare?
La risposta, purtroppo, è semplice.
Non possiamo continuare a salire all’infinito.
E soprattutto non possiamo trasformare ogni metro conquistato al caldo in un metro quadrato di cemento.
Perché se la pianura continuerà a scaldarsi e noi continueremo a trasformare la montagna nel suo parcheggio estivo, alla fine avremo ottenuto il risultato più demenziale possibile: avremo portato la pianura fin lassù, e poi ci toccherà cercare un’altra montagna dove fuggire.
Con buona pace dei nostri nipoti
E, magari, anche di qualche climatologo previdente a 1.650 metri.
Umberto Baldo

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