Fratelli d’Italia, ma solo quando si vince…

Guardando gli Europei di atletica ho avuto spesso la sensazione di essermi sintonizzato per errore sui Mondiali.
Poi ho guardato meglio le bandiere.
Svizzera, Norvegia, Germania, Svezia, Italia. E ho capito che non era un errore della televisione.
Era semplicemente l’Europa del 2026.
Perché se c’è uno spettacolo che racconta meglio di mille convegni come è cambiato il nostro Continente, sono proprio i podi dell’atletica.
Una volta, a guardare una finale europea, avresti visto quasi esclusivamente uomini e donne con la pelle bianca; oggi ti sembra di assistere ad una piccola assemblea generale dell’umanità.
Ci sono tutti; ragazzi e ragazze di origine africana che corrono con la maglia tedesca, svizzera, norvegese o svedese. Atleti di origine caraibica sotto la bandiera britannica.
E italiani con la pelle color caffellatte, con evidenti origini africane, o semplicemente con cognomi che raccontano storie di migrazioni che fino a qualche decennio fa sarebbero sembrate impensabili.
E qui comincia il bello. Perché mentre guardiamo tutto questo, fuori dallo stadio di Birmingham l’Europa continua a discutere di muri, confini, respingimenti, identità, invasione, sostituzione, sicurezza e paura dello straniero.
Da una parte la Fortezza Europa; dall’altra una pista di atletica nella quale le frontiere sembrano improvvisamente evaporate.
E nessuno degli spettatori sembra avere problemi. Anzi.
Tutti a fare il tifo, tutti ad applaudire, tutti orgogliosi.
“Il nostro campione!”, “La nostra ragazza!” “Grande Italia!”
Che strano.
Lo straniero, quando arriva, può essere un problema, quando vive nel quartiere accanto, può diventare una questione politica, quando chiede un lavoro, una casa o semplicemente un’opportunità, ricomincia la discussione sull’integrazione.
Ma se indossa la maglia della Nazionale, corre più veloce degli altri e sale sul podio, succede qualcosa di imprevedibile; diventa immediatamente “uno di noi”.
Il passaporto emotivo dell’Europa contemporanea si timbra a colpi di medaglie.
Se perdi, sei straniero, Se vinci, sei il nostro campione.
È il pragmatismo del tifo.
Il razzismo da bar, davanti ad una medaglia d’oro, sembra avere una straordinaria capacità di dissolversi.
E qui gli Europei di atletica ci stanno mostrando qualcosa che la politica europea sembra non voler vedere.
L’Europa è già cambiata. È cambiata nelle scuole, nei quartieri, nelle università, negli ospedali, nelle fabbriche, e soprattutto fra le giovani generazioni. È cambiata anche nello sport.
Solo che la nostra rappresentazione mentale dell’Europa è rimasta indietro.
Continuiamo, io per primo, ad immaginare il tedesco biondo, lo svizzero biondo, il norvegese biondo, lo svedese biondo.
La Norvegia, poi, nella nostra fantasia continua a essere popolata da vichinghi alti due metri, biondissimi, con gli occhi azzurri e possibilmente uno sci (od un’ascia) in mano.
Poi accendi la televisione e scopri che la Norvegia del 2026 vince le medaglie con atleti di colore.
E la cosa buffa è che non ci disturba affatto.
È questo il piccolo miracolo dello sport.
Riesce a fare in pochi secondi quello che la politica, la burocrazia e la sociologia discutono da decenni.
Ci fa vedere una persona per quello che sa fare, invece che per il colore della pelle, o per il Paese dal quale arrivavano i suoi genitori.
Prendiamo l’Italia.
Larissa Iapichino, figlia di Fiona May, è un esempio ormai familiare di questa Italia nuova.
Dariya Derkach, nata in Ucraina, è diventata una protagonista dell’atletica azzurra.
Andy Díaz Hernández, cubano, è diventato italiano e ha conquistato il vertice nel salto triplo.
Alexandrina Mihai è nata in Moldavia ed è salita sul podio nella marcia.
E poi c’è Fausto Desalu. Nato a Casalmaggiore, cresciuto in Italia, figlio di genitori nigeriani, campione olimpico con la staffetta azzurra.
Per ottenere la cittadinanza italiana ha dovuto aspettare diciotto anni.
La cittadinanza burocratica può richiedere diciotto anni, quella emotiva può arrivare in dieci secondi netti.
Perché quando Fausto Desalu corre per l’Italia, nessuno si mette a chiedere da dove venisse suo padre.
È italiano! Punto.
E quando arriva una medaglia, diventa anche “il nostro Fausto”. Questo è il paradosso.
La stessa società che può essere molto diffidente nei confronti dell’immigrazione è perfettamente capace di accogliere l’immigrato quando scopre che è utile al proprio orgoglio nazionale.
Guardando le nazionali europee viene fuori una fotografia che dovrebbe far riflettere molto più dei comizi.
La Germania non è più soltanto quella dei biondi. La Svizzera non è più soltanto quella dei biondi. La Svezia non è più soltanto quella dei biondi.
La Norvegia non è più soltanto quella dei biondi.
E la Francia, naturalmente, ci è arrivata prima, anche perché la storia coloniale francese ha prodotto da decenni una società molto più multietnica.
Ma oggi il fenomeno riguarda praticamente tutta l’Europa.
E lo sport non sta creando questa trasformazione. La sta semplicemente mostrando.
È una differenza importante.
Perché mentre la politica discute se l’Europa debba essere aperta o chiusa, la realtà ha già preso una decisione.
La realtà è molto meno ordinata dei nostri discorsi. Le persone si spostano, si innamorano, fanno figli, cambiano Paese, imparano lingue, diventano cittadini, e poi i loro figli corrono per la Nazionale.
Citius, altius, fortius. Più veloce, più alto, più forte.
Il vecchio motto olimpico sembra avere una sua ironica risposta alle nuove frontiere europee.
Le frontiere possono fermare le persone, ma non possono fermare la storia. E soprattutto non possono impedire che un figlio di immigrati diventi, un giorno, quello che corre con la nostra maglia.
Qui, però, arriva la parte meno consolatoria.
Perché sarebbe troppo facile concludere che lo sport ha risolto il problema dell’integrazione.
Non è così. Lo sport ci mostra semplicemente quanto siamo selettivi.
La nostra è una forma di integrazione piuttosto curiosa. Non integriamo soltanto le persone; integriamo soprattutto le loro prestazioni.
E allora forse la domanda da porsi non è perché ci siano sempre più atleti di origine straniera nelle nostre nazionali.
La domanda è perché riusciamo ad accettarli così facilmente quando vincono, e facciamo tanta fatica ad accettare gli altri quando non hanno nulla da offrirci se non la loro voglia di vivere qui.
Perché il ragazzo nero che gareggia e vince per l’Italia ci emoziona, mentre quello che cerca un lavoro ci preoccupa?
Perché il primo è “uno di noi”, e l’altro no?
Eppure sono spesso figli della stessa storia.
La differenza è che uno ha una corsia assegnata, un cronometro ed una medaglia in palio, l’altro no.
Forse è tutta qui la nostra grande contraddizione più macroscopica.
Non abbiamo imparato ad amare gli immigrati. Abbiamo imparato, ogni tanto, a fare un’eccezione per quelli che ci fanno comodo.
Quello che sale sul podio è “il nostro campione”; quello che arriva dal mare torna a essere “un clandestino”.
E così può capitare la cosa apparentemente più assurda di tutte: lo stesso Paese che esulta per un atleta di origine africana con la maglia azzurra può discutere, poche ore dopo, di come fermare l’immigrazione e di come rimandare indietro chi arriva da quei medesimi Paesi.
Non è una contraddizione soltanto italiana. È una contraddizione europea.
Perché mentre sulle piste di atletica l’Europa è già diventata multicolore, nelle urne e nei programmi politici cresce il successo di chi promette di renderla nuovamente bianca, ordinata e possibilmente impermeabile.
La parola “remigrazione”, che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata uscita da un vocabolario estremista, è ormai entrata nel dibattito politico di diversi Paesi europei.
E allora la fotografia dei podi diventa ancora più surreale.
Da una parte abbiamo ragazzi e ragazze con origini africane, asiatiche, caraibiche o latinoamericane che corrono per le nazionali europee.
Dall’altra abbiamo movimenti politici che discutono di come rimandare indietro una parte di quelle stesse persone, o dei loro genitori, o di chi potrebbe arrivare dopo di loro.
Sul campo di gara vincono le frontiere aperte, nelle urne, spesso, vincono quelle chiuse.
È questo il vero paradosso. Non è che l’immigrato ci piaccia.
Ci piace l’immigrato quando smette, almeno per qualche minuto, di essere un immigrato e diventa qualcosa che ci rende orgogliosi; un campione, un record, una medaglia, una bandiera.
Il resto della partita è molto meno edificante. Perché basta che finisca la gara, che sparisca il podio e che si spengano le telecamere, e l’incantesimo può rompersi.
Il campione torna a essere un cittadino, gli altri tornano a essere immigrati clandestini.
E l’Europa torna a discutere di muri, confini e “remigrazione”.
Insomma, il colore della pelle non ci dà poi così fastidio, purché sia accompagnato da una medaglia d’oro.
Ma questa non è integrazione, è tifo.
Ed il tifo, si sa, dura finché si vince.
Umberto Baldo


















