Mini Cooper e A112 Abarth. Quando eravamo noi ad avere tutta la strada

Umberto Baldo
Qualche giorno fa, commentando un mio pezzo intitolato “Automobili, una 500 per amica è per sempre”, un lettore mi ha scritto una cosa semplicissima: “Menzione ancheper la Mini”.
Nonposso che dargli ragione.
Fra le tante automobili che hanno scritto la storia dell’automobile, la Mini merita senz’altro un posto in prima fila.
Ma poiché stiamo parlando di automobili che appartengono ormai alla storia, e soprattutto di modelli che hanno avuto il loro momento di gloria mezzo secolo fa, in realtà stiamo parlando di Amarcord.
E nell’Amarcord ciascuno mette quello che vuole.
I propri ricordi, le proprie passioni, le persone che ha amato, le strade percorse, magari perfino qualche sciocchezza che oggi farebbe sorridere.
E allora, Amarcord per Amarcord, se parliamo di Mini io non posso non ricordare anche la sua rivale italiana: l’Autobianchi A112 Abarth.
Due macchine piccole, due miti, due modi molto diversi di intendere l’automobile.
E, almeno per la mia generazione, due sogni.
La Mini vide la luce per prima. Nata nel 1959 da un progetto geniale dell’ingegnere britannico Alec Issigonis, aveva una concezione rivoluzionaria per l’epoca: motore trasversale, trazione anteriore, dimensioni ridottissime e uno sfruttamento dello spazio interno che ancora oggi lascia stupefatti.
Era piccola fuori e sorprendentemente grande dentro.
Anche se, a guardarla oggi accanto alle moderne utilitarie, viene spontanea una domanda: ma come diavolo facevamo a starci in quattro o addirittura in cinque?
Probabilmente eravamo noi più piccoli.
O forse erano le automobili ad essere più intelligenti.
La Mini arrivò anche in Italia attraverso la Innocenti, ma il modello che entrò nell’immaginario collettivo fu soprattutto la Mini Cooper, la versione sportiva nata dalla collaborazione fra Issigonis e John Cooper.
E qui comincia il mito.
Nei miei ricordi, la Mini è sempre stata l’automobile dei “figli di papà”.
Quella del giovanotto che arrivava davanti al bar con i capelli rigorosamente fuori posto, oppure della signora benestante che la utilizzava per andare in centro a fare la spesa.
Non era necessariamente vero, naturalmente. Eppure, nell’immaginario di un ragazzo degli anni Settanta, la percezione era quella.
La Mini Cooper aveva qualcosa di elegante ed anticonformista contemporaneamente.
Quelle ruote piccole, quella tenuta di strada, e poi quel cruscotto con il contachilometri e gli altri indicatori. Cinque strumenti rotondi, di misura decrescente, allineati al centro, che sembravano quasi voler ricordare al guidatore che dentro quella scatoletta britannica c’era comunque un’automobile vera.
Un dettaglio che, a distanza di decenni, continua ad affascinarmi.
E noi italiani, evidentemente, non potevamo limitarci a guardare.
Nel 1971, al Salone dell’Automobile di Torino, arrivò la risposta italiana alla Mini Cooper: l’Autobianchi A112 Abarth.
Piccola, compatta, cattiva. O almeno così appariva a noi ragazzi.
La A112 “normale” era già una vetturetta intelligente e piacevole da guidare. Ma bastava aggiungere quella parola magica, Abarth, e tutto cambiava.
Lo Scorpione sul fascione posteriore era sufficiente a far battere il cuore.
La prima Abarth era rossa, con cofano e particolari neri, cerchi e dettagli che le davano un’aria decisamente più aggressiva.
Non aveva bisogno di esagerare.
Era già una piccola sportiva italiana in miniatura.
La Mini mi sembrava più sofisticata, più inglese, più “figlia di papà”.
La A112 Abarth era più dura e pura. Più spartana. Più italiana. Più vicina al ragazzo che voleva divertirsi alla guida senza necessariamente avere il portafoglio di papà.
Naturalmente entrambe erano, nella loro versione “normale”, automobili tranquille.
Ma la Mini Cooper e la A112 Abarth dimostrarono che anche una macchina piccola poteva avere un’anima sportiva.
E soprattutto che per divertirsi non servivano necessariamente tre litri di cilindrata, duecento cavalli, ed un prezzo capace di provocare un infarto al momento dell’acquisto.
La Mini Cooper costruì il suo mito soprattutto nei rally.
E qui bisogna ricordare i leggendari Rally di Montecarlo.
La Mini Cooper S vinse nel 1964 con Paddy Hopkirk, nel 1965 con Timo Mäkinen e nel 1967 con Rauno Aaltonen.
Nel 1966 arrivò addirittura prima seconda e terza al traguardo, ma fu poi squalificata insieme alle Citroën per una questione relativa all’illuminazione delle vetture.
Fu una delle pagine più controverse della storia del Rally del Principato.
L’A112 Abarth ebbe una storia diversa.
Non era nata per andare a sfidare i giganti del mondiale. La sua grande vittoria fu un’altra: diventare una scuola di rally.
Il Trofeo A112 Abarth, nato nel 1977, offrì a tanti giovani piloti la possibilità di correre con una vettura relativamente economica, e soprattutto uguale per tutti.
Da quelle piccole A112 passarono nomi importanti del rallismo italiano, da Attilio Bettega a Gianfranco Cunico, fino a Fabrizio Tabaton.
La Mini Cooper aveva conquistato il mondo, l’A112 Abarth aveva contribuito a costruire una generazione di piloti italiani.
Due modi diversi di diventare mito.
Io di A112 “normali” ne ho avute diverse, una dopo l’altra.
Ma la storia che ricordo meglio è quella dell’ultima.
Era una A112 Abarth rossa, con il fascione posteriore a tutta macchina, dove campeggiava il mitico Scorpione. Un esemplare dell’ultima serie prodotta prima del pensionamento.
La comprai poco prima di sposarmi.
Una scelta, diciamo così, non esattamente condivisa dalla mia futura moglie.
Ivana, infatti, aveva già intuito una cosa che io avrei capito soltanto più tardi: una A112 Abarth non era esattamente l’automobile ideale per costruire una tranquilla vita matrimoniale.
Era rumorosa, molto rumorosa.
Ricordo che, quando arrivavo ad una certa velocità (bastavano i 100Km/h), Ivana mi faceva notare che per comunicare con me sarebbe stato più pratico installare un interfono.
Il concetto era chiaro. Io sentivo il motore, lei sentiva il rumore.
Io sentivo la musica del quattro cilindri, lei sentiva soltanto un rumore infernale.
E naturalmente aveva torto, o almeno così pensavo io.
Poi ci fu quella volta in montagna. Una strada piena di curve.
Io con la mia Abarth, e dietro, una Porsche.
Una Porsche che evidentemente non gradiva affatto l’idea di avere davanti una piccola Autobianchi.
La vedevo arrivare dietro di me, sempre più vicina.
Io, invece di farmi da parte come avrebbe consigliato qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso, decisi che quella sarebbe diventata una questione di principio.
Curve dopo curva, la piccola Abarth si difendeva, senza nessuna soggezione.
Il motore saliva di giri, la macchina era agile, leggera, scattante; io ero giovane e, soprattutto, ero dotato di quella forma di incoscienza che negli uomini giovani viene spesso scambiata per coraggio.
La Porsche continuava a stare dietro, cercando un breve rettilineo per poter scaricare i suoi cavalli.
Per una decina di chilometri procedemmo praticamente così.
Lei attaccata al mio paraurti. Io davanti, naturalmente, sempre più convinto di essere diventato una specie di Walter Röhrl.
Finché intervenne Ivana.
Non ricordo le parole esatte, ricordo perfettamente il concetto.
“Adesso basta.”
E fu così che la Porsche passò.
La cosa curiosa è che, molti anni dopo, non ricordo assolutamente quale modello fosse quella Porsche.
Ricordo invece perfettamente la mia A112 Abarth “rosso corsa”. E ricordo ancora meglio la voce di mia moglie.
Forse è questo che succede con le automobili. Ad un certo punto smettono di essere automobili. Diventano fotografie della nostra vita. Di una macchina non ricordiamo soltanto il motore, la velocità, il colore o la marca. Ricordiamo chi eravamo quando la guidavamo.Ricordiamo gli amici, le ragazze, le mogli, le strade, le vacanze, le litigate, le stupidaggini, e anche le piccole vittorie che, a distanza di cinquant’anni, continuano a sembrarci enormi.
Io alla fine quell’Abarth la vendetti.
Era probabilmente la cosa più sensata da fare.
Ma ci lasciai dentro un pezzetto di cuore.
E oggi, quando mi capita di vedere una Mini Cooper od una vecchia A112 Abarth (cosa ormai rarissima) non vedo semplicemente due automobili.
Vedo un’epoca in cui un ragazzo poteva innamorarsi di una macchina.
Un’epoca in cui un’A112 Abarth poteva sembrare una Ferrari in miniatura.
Un’epoca in cui una Mini Cooper poteva rappresentare il massimo della modernità, della libertà, e dei sogni.
E soprattutto un’epoca in cui le automobili erano ancora abbastanza semplici da avere un’anima.
Forse è proprio questo che ci manca.
Non necessariamente la Mini Cooper, non necessariamente la A112 Abarth.
Ci manca il tempo in cui eravamo noi ad avere davanti tutta la strada.
E pensavamo che fosse infinita.
Umberto Baldo


















