26 Agosto 2026 - 10.19

EssilorLuxottica. Un impero, otto eredi e una guerra per il “comando”. Cosa si cela dietro le parole

Umberto Baldo

Leonardo Maria Del Vecchio ha deciso di lasciare tutti gli incarichi operativi in EssilorLuxottica.
Dal 31 agosto non sarà più Chief Strategy Officer del gruppo, e nemmeno Presidente di Ray-Ban.
La notizia naturalmente, ha fatto rumore.
E ancora più rumore hanno fatto le parole con cui ha accompagnato le dimissioni.
L’azienda sarebbe diventata “distante” e “impersonale”, lontana dalle persone.
Sarebbe venuto meno quel senso di appartenenza che aveva caratterizzato la Luxottica costruita dal padre.
Parole rispettabili. Persino commoventi.
Ma quando in ballo ci sono un impero da decine di miliardi, una holding che controlla il 32,4% di EssilorLuxottica, e partecipazioni pesanti in Mps, Generali e UniCredit, forse è prudente non fermarsi alla parte sentimentale della lettera.
Perché nelle grandi famiglie industriali il sentimento è importante; ma il capitale lo è un po’ di più.
E allora proviamo a leggere questa storia al contrario.
Leonardo Maria Del Vecchio possiede il 12,5% di Delfin, la cassaforte attraverso cui gli eredi controllano il patrimonio costruito dal fondatore.
Gli eredi sono otto e, dopo quattro anni dalla morte di Leonardo Del Vecchio, la successione non è ancora diventata quella tranquilla fotografia di famiglia che probabilmente il patriarca avrebbe desiderato.
Anzi.
Nella primavera scorsa Leonardo Maria aveva cercato di acquistare dai fratelli Luca e Paola un altro 25% di Delfin, portando la propria partecipazione al 37,5%.
Non stiamo parlando di una quota qualsiasi. Stiamo parlando di diventare il primo azionista individuale della cassaforte di famiglia.
L’operazione aveva ricevuto il via libera della maggioranza degli eredi, ma poi si è inceppata.
Il problema principale è stato il finanziamento dell’operazione da circa 10 miliardi, e la possibilità di offrire sufficienti garanzie alle banche.
Ed è qui che la storia comincia a diventare molto più interessante delle parole “distanza” e “senso di appartenenza”.
Perché Francesco Milleri, l’uomo che Leonardo Del Vecchio aveva scelto per guidare il gruppo dopo la sua morte, non è soltanto Presidente Esecutivo ed Amministratore Delegato di EssilorLuxottica.
È anche Presidente di Delfin, e quindi si trova esattamente nel punto in cui si incrociano proprietà, gestione e futuro dell’impero.
Per qualche anno Leonardo Maria e Milleri hanno camminato nella stessa direzione.
Poi qualcosa si è rotto.
E oggi Leonardo Maria accusa la gestione di EssilorLuxottica di essersi allontanata dalla filosofia del padre.
Naturalmente può essere vero.
Può davvero ritenere che la multinazionale sia diventata troppo manageriale, troppo impersonale, troppo lontana dalle persone.
Ma c’è una domanda che, almeno a me, viene spontanea. Perché proprio adesso?
Perché proprio dopo che la partita per il riassetto di Delfin si è complicata?
E perché proprio mentre la successione familiare resta uno dei grandi nodi irrisolti dell’impero?
Le coincidenze, in economia, sono spesso molto più costose di quanto sembrino.
La sostanza è che con le dimissioni Leonardo Maria cambia completamente posizione.
Finché era manager di EssilorLuxottica, era contemporaneamente erede e dirigente.
Da una parte possedeva, attraverso Delfin, una fetta dell’impero; dall’altra doveva rispondere, sul piano operativo, al Management del gruppo.
Una situazione che definire curiosa è poco.
Adesso il conflitto si semplifica.
Leonardo Maria esce dall’organigramma aziendale e rimane azionista.
Non deve più discutere da manager con Milleri; può discutere da proprietario. E questa è una differenza enorme.
Perché quando un manager contesta una strategia deve farlo dall’interno dell’azienda.
Quando lo fa un azionista, può trasformare quella contestazione in una battaglia per la governance.
Ed è esattamente ciò che potrebbe essere accaduto.
La frase sulla “perdita di identità” non è quindi necessariamente soltanto nostalgia; può essere anche politica societaria.
Può essere il modo per dire agli altri eredi: guardate che il problema non sono io, il problema è come viene gestito ciò che nostro padre ci ha lasciato.
È una maniera molto più elegante di dichiarare guerra.
Del resto, nelle famiglie del capitalismo italiano le guerre raramente cominciano con un comunicato intitolato “Dichiaro guerra”.
Cominciano con una lettera educatissima. Poi arrivano gli avvocati e, qualche volta, le Banche.
C’è poi un’altra questione che sarebbe ipocrita ignorare: quella finanziaria.
Le ricostruzioni pubblicate nelle ultime settimane descrivono un’esposizione debitoria importante di Leonardo Maria, mentre la possibilità di utilizzare le partecipazioni in Delfin come garanzia è condizionata dagli equilibri della holding.
Il problema dei dividendi della cassaforte, inoltre, rende ancora più delicato l’equilibrio finanziario.
E allora il quadro appare diverso.
Non abbiamo più semplicemente un giovane erede che si dimette perché non riconosce più l’azienda del padre.
Abbiamo un azionista che ha tentato di aumentare enormemente il proprio peso nella cassaforte familiare, che ha incontrato ostacoli finanziari e societari, e che ora si libera degli incarichi operativi nella principale azienda controllata.
Naturalmente non mi è dato sapere cosa passi nella testa di Leonardo Maria Del Vecchio.
Ma posso da profano osservare ciò che è successo.
E quello che mi sembra di vedere è una partita di potere.
Una partita che non riguarda soltanto Ray-Ban, né le fabbriche di Agordo, né il rapporto con i dipendenti.
Riguarda chi avrà la possibilità di decidere che cosa diventerà l’impero di Leonardo Del Vecchio.
Ed è qui che la vicenda assume un significato molto più grande del semplice divorzio fra un manager e la sua azienda.
Perché Leonardo Del Vecchio aveva costruito qualcosa che sembrava indistruttibile.
Partendo praticamente dal nulla aveva creato Luxottica; l’aveva trasformata in una multinazionale e, attraverso Delfin, aveva costruito una cassaforte capace di diventare uno dei grandi protagonisti del capitalismo italiano.
Ma c’è una cosa che i grandi imprenditori scoprono, prima o poi.
Costruire un impero è difficilissimo; trasmetterlo agli eredi può essere ancora più difficile.
Perché il fondatore ha un’idea, gli eredi hanno interessi.
Il fondatore ha l’autorità, gli eredi hanno percentuali.
Il fondatore decide, gli eredi votano.
E soprattutto il fondatore ha costruito l’impero con la propria storia personale.
Gli eredi devono invece decidere che cosa farsene.
È il problema che hanno conosciuto gli Agnelli, con una dinastia che ha dovuto affrontare generazioni, successioni, società e divisioni.
È il problema di quasi tutte le grandi famiglie imprenditoriali.
Perché un’azienda può essere tramandata.
Il carisma, no. La capacità di comando, nemmeno.
E il più grande paradosso del capitalismo familiare è proprio questo: il fondatore può impiegare una vita intera per costruire un impero e gli eredi possono impiegare pochi anni per litigare su chi debba comandarlo.
Forse è questa la vera storia che comincia oggi dietro gli occhiali di Ray-Ban.
Non quella di un figlio che lascia un’azienda perché non sente più il calore di una volta.
Ma quella, molto più umana e molto più antica, di una famiglia che deve decidere se riuscirà a diventare proprietaria dell’eredità senza diventare prigioniera dell’eredità.
Perché costruire un impero è già un’impresa.
Trasmetterlo agli eredi senza distruggerne il senso, invece, è tutta un’altra storia.
Umberto Baldo

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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