26 Agosto 2026 - 9.31

Elly Schlein, tre passaporti e la moglie di Cesare

Umberto Baldo

Si dice che i vecchi siano fissati su certe cose.  Io lo so di essere ormai attempato, e quindi ho anch’io le mie fisse. 

Una devo ammetterlo, riguarda Elly Schlein ed i suoi tre passaporti.

Lo so, lo so. Ci sono problemi ben più seri nel mondo. Guerre, debito pubblico, salari, sanità, energia, intelligenza artificiale che avanza mentre noi discutiamo ancora di balneari.

Eppure questa storia continua a tornarmi in mente.

E siccome ne avevo già scritto un anno fa, evidentemente non sono riuscito a farmene una ragione.

Quindi ci torno.

Sia chiaro fin dall’inizio: non c’è nulla di illegaleElly Schlein, per quanto risulta, possiede la cittadinanza italiana, quella statunitense e quella svizzera.

La legge lo consente.

Nessun reato, nessuna irregolarità, nessun misterioso passaggio notturno di documenti alla frontiera.   Tutto perfettamente legittimo.

E allora qual è il problema?

Il problema, almeno secondo la mia visione, è che la legalità non esaurisce la politica.

Ci sono cose che un cittadino può legittimamente fare e che un politico, soprattutto quando aspira a ricoprire le più alte cariche dello Stato, dovrebbe forse valutare anche sotto il profilo dell’opportunità.

È un concetto antico, quasi preistorico: quello secondo cui, in politica, non conta soltanto ciò che è consentito, ma anche ciò che è appropriato.

Una volta si usava dire: “la moglie di Cesare non deve solo essere onesta, deve anche sembrare onesta”.

Oggi forse dovremmo chiamarla “la moglie di Cesare con tre passaporti”.

Perché qui arriviamo al punto.

Elly Schlein non è semplicemente una cittadina con una storia familiare internazionale.

È la segretaria del Partito Democratico e aspira, legittimamente, a poter guidare un giorno il Governo italiano.

E allora una domanda, che sarà pure da vecchio fissato, me la pongo.

È possibile che non avverta lei stessa un minimo di stridore nel conservare, accanto a quello italiano, anche il passaporto americano e quello svizzero?

Non sto dicendo che sia meno patriottica.   Non sto dicendo che domani mattina telefonerebbe a Washington o a Berna prima di prendere una decisione.  E non sto neppure dicendo che un cittadino americano o svizzero non possa essere un ottimo Presidente del Consiglio italiano.

Sto dicendo un’altra cosa.

Quando chiedi agli italiani di affidarti la guida del loro Paese, forse è ragionevole chiedersi se tu per prima non senta il bisogno di eliminare ogni possibile ambiguità.

Perché la politica vive anche di simboli. E vive soprattutto di percezioni.

Immaginiamo allora un piccolo esperimento.

Supponiamo che un importante esponente politico italiano, magari candidato a Palazzo Chigi, possieda anche la cittadinanza russa.

Niente di illegale, naturalmente.  La Russia consente la doppia cittadinanza? Bene.  Il nostro ordinamento la consente? Bene.   Il nostro politico non ha mai preso un rublo da Putin? Benissimo.   Non ha mai parlato con il Cremlino? Ancora meglio.

Sarebbero tutti tranquilli?

O avremmo giornali pieni di titoli sulla “zona d’ombra”.   Avremmo talk show con geo politologi spuntati come funghi.   Avremmo richieste di chiarimenti, interrogazioni parlamentari, dichiarazioni indignate e probabilmente qualche seduta straordinaria del Parlamento per discutere del destino della Repubblica.

E nessuno direbbe: “Ma che volete? È perfettamente legale.”  

Giustamente.

Perché in quel caso tutti capirebbero immediatamente che legalità e opportunità politica sono due cose diverse.

E allora la domanda diventa inevitabile.

Perché quello che quasi sicuramente considereremmo un problema politico con un passaporto russo dovrebbe smettere di esserlo quando i passaporti sono americano e svizzero? 

Attenzione: non sto mettendo sullo stesso piano Stati Uniti, Svizzera e Russia. Sarebbe una sciocchezza.

Gli Stati Uniti sono un alleato dell’Italia e la Svizzera è un Paese amico con cui abbiamo rapporti strettissimi.

Ma restano Stati stranieri.

E se un domani il Presidente del Consiglio italiano dovesse sedersi al tavolo con Washington per discutere di commercio, dazi, difesa, energia o politica estera, sarebbe davvero così assurdo pensare che qualcuno poterebbe osservare che quel Presidente del Consiglio è anche cittadino americano?

Non significa che sarebbe condizionato.  Significa che potrebbe essere percepito come tale.

E in politica, piaccia o non piaccia, la percezione conta.  Anzi, spesso conta più della realtà.

È il motivo per cui i politici passano settimane a spiegare che non hanno mai conosciuto Tizio, che non hanno mai telefonato a Caio, che quella cena era assolutamente casuale, e che quel volo sull’aereo dell’amico era soltanto una coincidenza.

Perché?

Perché in politica non basta essere innocenti.  Bisogna anche cercare di non apparire inutilmente esposti al sospetto.

E allora io torno alla mia vecchia fissa.

Se Elly Schlein vuole diventare Presidente del Consiglio italiano, perché non fare un gesto semplicissimo? 

Rinunciare alle altre due cittadinanze.  Non per dimostrare di essere italiana. Non perché qualcuno possa dubitare delle sue origini. Non perché glielo imponga la legge.

Ma per dire agli italiani: “Quando chiedo di guidare questo Paese, scelgo questo Paese. Senza riserve.”

Sarebbe un gesto simbolico.   Ma la politica è fatta anche di gesti simbolici.  

Tutto questo, francamente, lo percepisco come molto italiano.

Siamo bravissimi a pretendere trasparenza dagli avversari e comprensione per gli amici.

La moralità pubblica, da noi, ha spesso la curiosa caratteristica di cambiare colore a seconda di chi occupa la poltrona.

E qui torniamo alla mia fissa. Forse sono davvero soltanto un vecchio che si attacca ai dettagli.

Può darsi.

Ma continuo a pensare che quando si aspira a sedere a Palazzo Chigi, su tre passaporti  forse due sono di troppo.

Non perché gli altri due siano illegali.

Non perché Elly Schlein debba dimostrare qualcosa sulle proprie origini.

Ma perché chi vuole rappresentare un Paese dovrebbe essere il primo a chiedersi se ogni suo legame formale con altri Stati sia compatibile con quella rappresentanza.

E soprattutto perché vorrei che la risposta fosse la stessa per tutti.

Amici e nemici. Destra e sinistra.  Schlein e chiunque altro.

Altrimenti non stiamo difendendo un principio.  Stiamo soltanto scegliendo a chi applicarlo.

E questa, più che una questione di passaporti, sarebbe una questione di coerenza.

Che, in politica, è già merce abbastanza rara da meritare un documento d’identità tutto suo.

Umberto Baldo

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