La benzina come bancomat. In Spagna il pieno, in Italia il salasso

Umberto Baldo
Varcare il confine spagnolo o fermarsi in una qualsiasi stazione di servizio tra la Catalogna e l’Andalusia provoca, nell’automobilista italiano, un istintivo senso di smarrimento.
Perché il confronto con la Spagna, proprio per la sua somiglianza apparente con il nostro Paese, è particolarmente impietoso.
Stessa appartenenza all’Unione europea, stessa moneta, economie mediterranee, milioni di automobilisti, una forte componente turistica, ed una lunga dipendenza dal trasporto su gomma.
Eppure alla pompa il conto può essere sensibilmente diverso.
La cosa interessante è che oggi non dobbiamo nemmeno fidarci del racconto di qualche automobilista italiano in vacanza.
I prezzi dei carburanti sono disponibili praticamente in tempo reale.
E tanto per dire, ieri in un distributore a Madrid la verde a 95 ottani era a 1,655 euro il litro, quella a 98 ottani a 1,775; il diesel normale a 1,784 euro/litro, ed il diesel “optima” a 1,821 euro/litro.
Ma un amico a Siviglia mi segnalava la verde 95 a 1,508 euro/litro, il diesel a 1,597 euro litro, ed il diesel “optima” a 1,695.
Va tenuto conto che i prezzi dei carburanti in Spagna variano a seconda delle Comunidad autonomas (di fatto le nostre Regioni), alle quali viene assegnato una parte del prezzo per sostenere la sanità pubblica.
Non vi riporto quelli dello stesso giorno in Italia per non farvi alzare la pressione.
Tanto lo sappiamo che in Italia, superare i due euro/litro è ormai la norma quotidiana, una consuetudine rassegnata cui ci siamo assuefatti con colpevole pigrizia.
Su un pieno da cinquanta litri, il delta sfiora i quindici-venti euro.
Ma la vera notizia — quella che dovrebbe far indignare chiunque produca, viaggi o semplicemente lavori — è che la materia prima la paghiamo esattamente allo stesso prezzo.
Il greggio sulle piazze internazionali è il medesimo, i costi di raffinazione differiscono di decimali irrilevanti.
La voragine che separa l’Italia dalla Spagna non ha nulla a che vedere con il mercato globale: è una scelta interamente “Made in Rome”.
Qui, però, bisogna evitare una scorciatoia.
La Spagna non è diventata improvvisamente il paradiso fiscale dell’automobilista.
Nel 2026 Madrid ha adottato misure straordinarie proprio per contenere l’impatto della crisi energetica. Il Governo spagnolo ha ridotto temporaneamente l’imposta sugli idrocarburi ed ha portato l’IVA sui carburanti dal 21% al 10% (da marzo a fine giugno).
A fine giugno è stata inoltre approvata una nuova riduzione dell’imposta, pari a 10 centesimi al litro per agosto, con ulteriori interventi previsti per settembre.
E questo è precisamente il punto.
Di fronte a uno shock energetico, Madrid ha scelto di usare anche la leva fiscale per attenuare il prezzo alla pompa.
Non è necessariamente una politica da imitare sempre e comunque.
Tagliare le imposte significa rinunciare ad entrate pubbliche che qualcuno dovrà recuperare altrove.
Ma è una scelta politica, che per quanto riguarda l’Italia non può prescindere dal macigno del nostro debito pubblico.
E proprio perché è una scelta politica, non è corretto raccontare il prezzo della benzina come se fosse una calamità naturale.
Il petrolio è una calamità naturale soltanto fino ad un certo punto.
Il resto lo decidono i Governi.
Poi c’è un’altra grande differenza. L’Italia possiede una rete distributiva enorme.
A fine 2024 gli impianti italiani erano circa 21.750; in Spagna circa 12.631. La differenza è impressionante.
L’Italia ha una rete di distribuzione molto più estesa e frammentata, con moltissimi impianti che vendono relativamente poco carburante.
E una rete sovradimensionata significa inevitabilmente maggiori costi fissi da sostenere.
La Spagna ha spalancato da tempo la rete distributiva alla grande distribuzione organizzata ed alle stazioni unbrandedcompletamente automatizzate, creando una concorrenza spietata che ha tagliato i margini di intermediazione.
La competizione sui prezzi, insomma, non è un dettaglio, e sappiamo che nel Belpaese non abbiamo in generale un bel rapporto con la “concorrenza” (un esempio classico i taxi).
Il confronto sui numeri scoperchia un cortocircuito culturale prima ancora che contabile.
In Spagna l’Impuesto sobre Hidrocarburos è stato storicamente calibrato vicino ai livelli minimi consentiti dalle direttive europee.
Di fronte alle fiammate inflazionistiche, il Governo spagnolo non ha esitato ad intervenire sul fiscale, tagliando l’imposta speciale e riducendo l’IVA al 10%.
L’Italia, al contrario, detiene una delle pressioni fiscali sul carburante più feroci dell’intero Continente.
Le accise italiane — un sedimento geologico di balzelli stratificati nei decenni per finanziare di tutto, dalle guerre del secolo scorso alle emergenze dimenticate — rappresentano un pilastro rigido da cui lo Stato non sa e non vuole affrancarsi.
A questo si aggiunge l’autentica perversione giuridico-economica che prevede che l’IVA al 22% sui carburanti si applica sul “prezzo totale della materia prima maggiorato dell’accisa”.
Si tratta a tutti gli effetti di un meccanismo di “tassa su un’altra tassa”; una tassa applicata su un’altra tassa, che trasforma ogni aumento del petrolio in un doppio incasso automatico per l’Erario.
Concludendo, ci si riempie la bocca, ad ogni campagna elettorale, di difesa del potere d’acquisto, tutela del ceto medio, e rilancio della competitività delle imprese.
Poi ci si volta dall’altra parte di fronte al fatto che la benzina è il bene intermedio per eccellenza: tassare la benzina significa tassare la spesa che arriva sui banchi del supermercato, il campionario del rappresentante, lo spostamento del pendolare che non ha l’alternativa di un treno ad alta velocità sotto casa.
La Spagna dimostra che si può scegliere di non soffocare la crescita economica per far cassa immediata sul carburante.
L’Italia continua a fare l’opposto: punisce chi si muove per mantenere in vita un apparato statale che non sa e non vuole fare spending review.
Finché la politica italiana continuerà a considerare la pompa di benzina come la propria cassa di riserva inesauribile, ogni discorso sulla crescita e sulla giustizia fiscale rimarrà pura demagogia da spogliatoio.
E forse c’è qualcosa di profondamente paradossale nel fatto che lo Stato, da una parte, dica agli italiani di consumare, lavorare, produrre, viaggiare e far crescere il PIL e, dall’altra, continui a trattare uno dei principali strumenti attraverso cui tutto questo avviene come un gigantesco bancomat fiscale.
Alla fine della strada c’è sempre una pompa.
E alla pompa, molto democraticamente, paghiamo tutti.
Umberto Baldo


















