27 Agosto 2026 - 9.25

La scuola-forno. Le stagioni cambiate e le aule di ieri

Umberto Baldo

C’è un luogo nel quale il cambiamento climatico rischia di diventare molto presto qualcosa di più concreto di una discussione fra climatologi, ambientalisti, negazionisti  e politici.

Quel luogo è la scuola.

Perché mentre continuiamo a discutere se il pianeta si stia scaldando troppo, poco, o nella misura prevista dall’ultimo rapporto dell’ONU, migliaia di bambini e ragazzi rischiano semplicemente di trovarsi seduti in aule dove, a giugno o a settembre, fa un caldo infernale.

E qui arriva la prima sorpresa.

Secondo una recente analisi di Tuttoscuola, ricavata dai dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica, nel 2024-25 soltanto il 7,2% degli edifici scolastici italiani risultava dotato di condizionatori. 

Significa, in termini molto semplici, che oltre nove edifici su dieci ne erano privi.

Non prenderei questo numero come una fotografia perfetta delle singole scuole, perché non lo è: il dato riguarda gli edifici e non le aule, e non è detto che, dove c’è, la climatizzazione non riguardi solo le Presidenze e gli Uffici di Segreteria.  

Ma l’ordine di grandezza è quello, ed è abbastanza impressionante.

La Spagna, tanto per non farci mancare il confronto con il nostro naturale termine di paragone mediterraneo, sembra messa ancora peggio. 

Secondo una stima riportata dalla stampa spagnola, soltanto una piccola frazione, attorno all’1%, delle scuole “pubbliche”, sarebbe climatizzata.

Insomma, possiamo consolarci: non siamo i soli.

Per decenni nessuno, o quasi, ha considerato prioritario climatizzare le scuole.

E non era necessariamente una follia.

Le scuole italiane sono state progettate quando il problema principale era il freddo. 

Bisognava riscaldare le aule durante l’inverno, non trasformarle in frigoriferi durante l’estate.

Il calendario scolastico, poi, sembrava risolvere il problema alla radice: a luglio ed agosto le scuole erano chiuse.

Peccato che il clima non abbia letto il calendario ministeriale.

Il caldo, anno dopo anno, arriva prima.

Maggio può ormai sembrare luglio. 

Giugno può diventare una prova di resistenza proprio quando gli studenti affrontano verifiche, esami e maturità. 

E settembre, quello che una volta era il mese del ritorno a scuola con temperature ragionevoli, può ormai presentarsi con caratteristiche pienamente estive.

Se la tendenza climatica continuerà, la domanda non sarà più soltanto se le scuole debbano essere climatizzate a giugno.

Sarà: quanto ci vorrà prima che il problema riguardi anche settembre, ottobre e magari altri mesi che oggi consideriamo “freschi”?

Perché questa è la parte della storia che continuiamo a rimuovere.

Noi ragioniamo ancora con le stagioni che abbiamo conosciuto da bambini.

Il clima, evidentemente, no.

Negli ultimi anni abbiamo avuto a disposizione una quantità di denaro pubblico che, sulla carta, avrebbe potuto permetterci di affrontare anche il futuro.

Il PNRR ha messo sul piatto miliardi per la scuola e per l’edilizia scolastica. 

Sono stati finanziati nuovi edifici, mense, palestre, interventi di sicurezza ed efficientamento energetico.

Il piano per la sostituzione di vecchi edifici scolastici, per esempio, ha previsto 800 milioni di euro per costruire 195 nuove scuole, con l’obiettivo di ridurre drasticamente i consumi energetici.

Tutto giusto.

Ma viene spontanea una domanda: quando abbiamo progettato la scuola del futuro, abbiamo progettato anche una scuola capace di sopportare il clima del futuro?

Perché una scuola energeticamente efficiente non dovrebbe essere soltanto una scuola che consuma poco per essere riscaldata in inverno.

Dovrebbe essere anche una scuola che non diventa un forno quando fuori ci sono 35 gradi e passa.

E qui il sospetto che qualcosa sia sfuggito alla programmazione viene.

Poi c’è l’altra grande stagione della politica energetica italiana: il Superbonus 110%.

Abbiamo spinto con una forza finanziaria senza precedenti la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio privato.

Cappotti termici, infissi, pompe di calore, pannelli fotovoltaici, interventi sulle parti comuni dei condomini.

Una montagna di denaro pubblico destinata a migliorare l’efficienza energetica degli edifici residenziali.

Non sto dicendo che quelle case non dovessero essere efficientate.

Sto dicendo un’altra cosa.

Mentre ci preoccupavamo di aumentare la classe energetica delle abitazioni private, persino seconde case e immobili che certo non appartenevano all’edilizia popolare, la scuola pubblica continuava spesso a funzionare dentro edifici costruiti per un’altra epoca climatica.

E forse questa è una delle fotografie più efficaci delle nostre priorità.

Il cittadino poteva comunque trovare il modo di rendere più efficiente la propria abitazione.

Il ragazzo, invece, continuerà a studiare dentro un’aula dove il termometro sale.

Qui sarebbe troppo facile cadere nell’altra semplificazione.   

Non credo che la soluzione sia trasformare ogni aula italiana in un supermercato americano con l’aria condizionata sparata a 18 gradi.

Prima vengono l’architettura, l’ombreggiamento, gli alberi, le schermature solari, l’isolamento, la ventilazione naturale e meccanica, il ricambio dell’aria.

E poi, dove serve, anche il condizionamento.

Perché il problema non è soltanto quanto consumiamo.

È come progettiamo gli edifici nei quali passeranno gran parte della loro vita le generazioni future.

Ed è proprio qui che la scuola diventa il simbolo di una contraddizione più grande.

A questo punto arriva sempre la stessa obiezione: non ci sono i soldi.

Davvero?

Le valutazioni che circolano, elaborate da Tuttoscuola e da altre testate specializzate, parlano, come prima stima, di un investimento nell’ordine del miliardo di euro  per portare la climatizzazione nelle aule italiane, cifra che può crescere se si interviene anche sulle reti elettriche e sulla riqualificazione complessiva degli edifici. 

Non sono dati ufficiali, ma danno un ordine di grandezza credibile. 

Un miliardo non è una mancia. 

Ma non è nemmeno una cifra fuori dalla portata di un Paese che convive serenamente con un debito pubblico di 2.947 miliardi di euro, e che negli ultimi anni ha trovato decine di miliardi per bonus di ogni genere, incentivi edilizi, condoni e rottamazioni, monopattini, banchi a rotelle, facciate, e qualunque altra invenzione della fantasia politica italiana.

Qui, però, non stiamo parlando di aumentare il valore di una seconda casa o di migliorare la classe energetica di una villetta.

Stiamo parlando della salute di milioni di studenti e di centinaia di migliaia di insegnanti.

Perché quando in un’aula si superano stabilmente i 34 o 35 gradi non è più una questione di comfort. 

È anche un problema di salute: il caldo eccessivo peggiora le condizioni di lavoro e di apprendimento, riduce la capacità di concentrazione e può aumentare il rischio di malesseri.

Continuiamo a trattare il caldo come un fastidio stagionale, quando ormai è diventato uno stabile fattore di rischio.

Riassumendo, parliamo continuamente di transizione ecologica, adattamento climatico, resilienza, decarbonizzazione.

Poi basta entrare in una scuola a giugno per scoprire che il futuro, almeno quello degli studenti, ha ancora le finestre aperte ed un ventilatore appoggiato sul pavimento.

Il punto, allora, non è stabilire se il cambiamento climatico sia diventato abbastanza evidente da meritare un condizionatore.

Il punto è molto più semplice.

Se, nonostante i negazionisti del clima, sappiamo che le temperature medie stanno aumentando, perché continuiamo a progettare gli edifici pubblici come se fra vent’anni il clima fosse quello di vent’anni fa?

Perché una scuola dura decenni.

Un’aula costruita oggi sarà utilizzata dai nostri figli, dai nostri nipoti e probabilmente anche dai loro figli.

E nessuno può sapere con precisione quale sarà la temperatura di un giorno di settembre del 2045.

Ma una cosa la sappiamo già.

Non sarà stato saggio costruire oggi una scuola pensando che il problema principale continuerà ad essere soltanto quello di accendere il riscaldamento quando arriva l’inverno.

Perché magari tra qualche anno saremo costretti a spiegare ai ragazzi che una volta esisteva una cosa chiamata “mezza stagione”.

E loro ci guarderanno come noi guardiamo oggi chi racconta di quando per telefonare doveva cercare una cabina.

La differenza è che la cabina telefonica è sparita perché è arrivata una tecnologia migliore.

La scuola-forno rischia invece di restare perché la politica non avrà saputo immaginare per tempo il mondo nel quale quei ragazzi dovranno vivere.

Umberto Baldo

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