Politica al Rientro: ricomincia la gara fra illusionisti

Umberto Baldo
Lentamente, forse troppo lentamente visto che in buona parte del Paese si continua a boccheggiare, ma inesorabilmente, l’estate si avvia alla conclusione.
Gli ombrelloni cominciano a chiudersi, le autostrade si riempiono di auto e milioni di italiani si preparano a riprendere la solita routine.
Che, per nostra sfortuna, comprende anche la politica.
Non che durante l’estate i nostri Demostene siano davvero andati in vacanza.
Nell’epoca dei social la politica non chiude più per ferie: si mette semplicemente il costume da bagno.
Ma settembre segna comunque il ritorno della politica nella sua versione più seria, almeno sulla carta.
Si ricomincia a parlare di conti pubblici, di bilancio, di Finanziaria, di tasse e di spesa.
E quest’anno c’è una ragione in più per prestare attenzione.
Sarà l’ultima Finanziaria prima dell’anno elettorale.
E siccome l’essenza della politica, almeno da che mondo è mondo, consiste nel decidere come e a chi distribuire gli “schei”, è facile immaginare che nei prossimi mesi assisteremo ad un’intensa attività di corteggiamento di questo o quel gruppo sociale.
Ceto medio, pensionati, famiglie, imprese, lavoratori, ognuno avrà diritto alla propria dose di attenzione, possibilmente accompagnata da qualche promessa.
Di Finanziaria avremo comunque modo di parlare a lungo nei prossimi mesi.
C’è però una questione che viene prima dei soldi e dovrebbe essere propedeutica a qualsiasi campagna elettorale: il programma.
Ed è qui che cominciano i problemi.
Perché in Italia il programma elettorale sembra ormai appartenere ad un particolare genere letterario: il fantasy politico.
Tutti ne parlano. “Prima i programmi, poi vediamo chi ci sta”. “Prima bisogna trovare una sintesi”. “Prima bisogna definire una visione comune”.
Discorsi assolutamente ragionevoli.
Peccato che, alla fine, i programmi siano spesso poco più che una raccolta di desideri, o se preferite un “libro dei sogni”.
La ragione è semplice: abbiamo progressivamente accettato una convinzione piuttosto deprimente, e cioè che durante una campagna elettorale i Partiti possano promettere praticamente qualsiasi cosa.
Abbiamo cioè sostituito una vecchia regola elementare dell’amministrazione con una nuova regola della politica moderna: prima si promette, poi si vedrà.
Il problema è che quel “poi si vedrà” arriva sempre dopo il voto.
E quando arriva, allora scopriamo che i soldi non bastano, i vincoli europei esistono, il debito pubblico non è un’opinione e che, sorpresa delle sorprese, anche le promesse hanno un costo.
Naturalmente non è una specialità di una sola parte politica; lo abbiamo visto con Governi di ogni colore e con maggioranze di ogni genere.
Il che ha trasformato la politica italiana in una gara fra illusionisti.
E gli illusionisti non vengono giudicati per quello che realizzano, ma per la capacità di stupire il pubblico.
Il problema è che adesso stiamo arrivando alla fase successiva: l’ultimo miglio.
È la strategia che, almeno a quanto sembra, stanno adottando entrambe le coalizioni.
Rimandare le questioni più divisive, evitare di affrontare fino in fondo le contraddizioni interne, lasciare aperte tutte le porte ed arrivare il più vicino possibile alle elezioni.
Poi, quando non ci sarà più tempo per discutere, arriverà il momento della grande chiamata alle armi: “Adesso dobbiamo essere uniti”, “Non è il momento delle divisioni”, “Bisogna fermare gli altri”.
In altre parole: turatevi il naso e votateci.
A sinistra il problema è evidente.
Pd e Movimento 5 Stelle, a parte il non banale problema della leadership, continuano ad avere posizioni diverse su questioni tutt’altro che secondarie: dalla politica estera all’Ucraina, dalla difesa europea al rapporto con gli Stati Uniti, fino al ruolo dell’Italia nel mondo.
Per non parlare della linea di AVS; dalla patrimoniale ad Ilaria Salis.
Ma affrontare seriamente queste divergenze significherebbe rischiare di perdere pezzi di elettorato.
Molto più semplice rimandare.
Poi arriverà appunto l’ultimo miglio, e qualcuno spiegherà agli elettori che, tutto sommato, le differenze possono aspettare perché “se no vincono le destre”.
A destra non va poi molto diversamente, e molte questioni vengono semplicemente spostate più avanti, a causa delle pulsioni sovraniste e, più in generale, di quella destra identitaria che continua a fare capolino nella coalizione. Con in più l’incognita Vannacci.
Tutto può aspettare.
Perché anche qui, quando arriverà l’ultimo miglio, si potrà sempre ricordare agli elettori che dall’altra parte ci sono “i comunisti”, gli “immigrazionisti”, o chiunque altro serva in quel momento a trasformare una coalizione elettorale in una necessità nazionale.
E così la politica italiana rischia di ridursi ad una partita nella quale nessuno vuole scoprire le proprie carte fino all’ultimo secondo.
Non perché esista una strategia comune.
Ma perché tutti sperano che la paura dell’avversario sia sufficiente a tenere insieme ciò che la politica non è riuscita a tenere insieme.
Ed è forse questa la vera occasione perduta di questa legislatura.
La lunga stabilità del governo Meloni avrebbe potuto consentire al centrodestra di consolidare e modernizzare la propria proposta politica.
Allo stesso tempo, il centrosinistra avrebbe potuto utilizzare questi anni per costruire un’alternativa credibile, non semplicemente una coalizione che sembra un’armata Brancaleone, accomunata dall’idea che l’importante sia impedire agli altri di governare.
Non è successo.
Da una parte e dall’altra vediamo coalizioni che sembrano costruite più “contro” qualcunoche “per” qualcosa.
E qui sta il punto.
Una democrazia seria dovrebbe offrire agli elettori la possibilità di scegliere fra programmi diversi, visioni diverse, idee diverse del futuro.
C’è infine un altro elemento sul quale la politica italiana sembra poter contare con una certa tranquillità: la memoria degli elettori, o meglio, la proverbiale volatilità della stessa.
Perché per promettere oggi ciò che si sa già non si potrà mantenere domani, bisogna avere una ragionevole certezza che, quando arriverà il momento di presentare il conto, nessuno ricorderà più chi aveva firmato quell’assegno.
La politica sembra insomma comportarsi come se gli italiani fossero tutti gonzi smemorati:abbastanza gonzi da credere alle promesse ed abbastanza smemorati da non ricordarsele quattro anni dopo.
Ma i nostri politici dovrebbero fare mente locale sul fatto che gli assegni scoperti arrivano sempre allo sportello, ed anche i gonzi, prima o poi, imparano a leggere gli estratti conto.
Umberto Baldo


















