Il grande inganno della montagna vetrina

Umberto Baldo
Dopo aver dedicato un paio di editoriali alle performances delle cafonerie organizzate, dei bomboloni ad alta quota, e degli scalatori domenicali in infradito, credo possa essere utile concentrarsi un attimo su quelli che sono i problemi “veri” conseguenti al boom delle “terre alte” cui stiamo assistendo, ponendoci una domanda molto semplice: è tutto oro quel che luccica?
Parto dall’osservazione più banale: c’era una volta la montagna della fatica.
Quella dei pascoli, delle baite, dei boschi, delle mani spaccate dal lavoro, e dei paesi dove ci si conosceva tutti.
E non a caso parlo di fatica.
Perché chi, come me, ha frequentato le Dolomiti negli anni ’60 ricorda bene i volti dei montanari bruciati dal sole ed invecchiati precocemente, le schiene ingobbite dalla fatica, la fienagione fatta con le falci, la transumanza con le vacche verso le malghe in altitudine nei mesi estivi, le levatacce alle tre di notte per mungere, il trasporto manuale del fieno sulle spalle (perché la montagna, prima di tutto, è salita), le case con il fienile e la stalla annessi, e talvolta anche i servizi all’aperto.
Una montagna non particolarmente glamour, diciamolo.
Poi è arrivato il turismo. E la montagna si è rifatta il trucco.
Oggi abbiamo la montagna da copertina: code interminabili sulle strade dei passi alpini e dolomitici, rifugi trasformati in ristoranti da guida gastronomica, sfilate di SUV nei parcheggi a duemila metri, aperitivi con vista sulle cime e bilanci del turismo che macinano record su record.
D’estate, poi, la montagna è diventata anche il rifugio climatico della pianura arroventata.
Si sale per trovare il fresco.
E si trova, insieme al fresco, tutto quello da cui si era fuggiti: traffico, parcheggi pieni, code, prezzi da località balneare e folle che fotografano il paesaggio nel disperato tentativo di dimostrare di essere ancora immerse nella natura.
A guardare i dati delle presenze e dei fatturati verrebbe quasi da gridare al miracolo economico.
Il turismo, del resto, conta eccome.
Secondo Uncem, nel 2023 il turismo rappresentava circa il 6,7% del PIL delle montagne italiane. E nelle Alpi e negli Appennini si contavano 19,3 posti letto alberghieri ed extralberghieri ogni 100 abitanti.
Insomma, sarebbe francamente difficile sostenere che il turismo non produca ricchezza.
E infatti non è questa la mia tesi.
La domanda è un’altra, e nei tavoli della politica, nelle conferenze sul turismo e nei comunicati degli enti di promozione territoriale compare assai meno volentieri: questo boom arricchisce davvero chi in montagna ci vive 365 giorni all’anno?
Perché è questo il punto.
Non se la montagna faccia soldi. Li fa.
La questione è se quei soldi stiano trasformando la vita delle comunità montane, oppure se stiano semplicemente trasformando la montagna in un prodotto turistico sempre più redditizio.
E qui la faccenda si fa molto meno pittoresca.
Prendiamo le seconde case.
La montagna piace. Piace così tanto che in alcune località possedere qualche metro quadrato con vista sulle Dolomiti è diventato un investimento molto più interessante che possedere qualche metro quadrato dove abitano i comuni mortali.
La casa, che dovrebbe essere il luogo nel quale una famiglia vive, può così diventare un bene patrimoniale da mettere a reddito, una seconda casa da utilizzare qualche settimana all’anno, oppure un appartamento destinato agli affitti turistici.
Il risultato è abbastanza paradossale.
Un paese può essere pieno di gente e contemporaneamente povero di residenti.
Le finestre si illuminano durante le vacanze e tornano buie quando i turisti se ne vanno.
È la nuova montagna “vetrina”: bellissima da vedere, molto meno facile da abitare.
E il giovane del posto?
Se vuole restare, può trovarsi a dover competere sul mercato degli affitti con chi arriva dalla città con un reddito cittadino e vuole il proprio piccolo angolo di paradiso.
Un insegnante, un infermiere, un medico, un dipendente comunale possono così trovarsi davanti ad un curioso problema: lavorare in montagna sì, viverci molto meno.
Non è esattamente quello che chiamerei sviluppo.
Poi c’è il lavoro.
Anche qui, naturalmente, nessuno vuole mettere in discussione che il turismo crei occupazione. La crea. Ma bisogna vedere quale.
Perché un’economia troppo dipendente dal turismo rischia di produrre una montagna che lavora moltissimo nei mesi di punta e molto meno negli altri.
Lavori stagionali, contratti temporanei, personale che arriva da fuori, difficoltà a trovare lavoratori e difficoltà ancora maggiori a trattenerli.
Non è facile costruire una famiglia, comprare casa e mettere radici con un’economia che vive di picchi stagionali.
E allora comincia il paradosso.
Per riempire gli alberghi servono lavoratori, perché i lavoratori restino servono case, perché abbiano figli servono scuole, perché una famiglia possa vivere servono medici, negozi, trasporti, servizi.
E per mantenere tutto questo serve una popolazione residente.
Abbiamo quindi inventato un modello turistico che ha bisogno dei residenti, ma rischia di non riuscire più a permetterseli.
Non è un piccolo dettaglio. È il cuore del problema.
E qui arriviamo al punto che forse dovrebbe interessare più di tutti: la demografia.
Perché possiamo discutere per ore di presenze turistiche, fatturati, impianti di risalita, alberghi e seconde case.
Ma alla fine c’è una domanda semplicissima: quanta gente continua a vivere lassù?
Uncem ha messo nero su bianco un dato che dovrebbe far riflettere molto più dei record delle presenze turistiche: nelle Alpi e negli Appennini la popolazione è diminuita dell’8% dal 2013.
E la stessa Uncem ha aggiunto una frase che, secondo me, dovrebbe stare al centro di qualsiasi discussione sul futuro delle terre alte: “La popolazione che diminuisce non può essere sostituita dal turismo.”
Ecco. Forse possiamo partire da qui.
Perché significa che possiamo avere più turisti, più alberghi, più ristoranti, più impianti, più seconde case e più fatturato, senza per questo avere una montagna più abitata.
E non è soltanto una questione di quantità. È anche una questione di età.
Perché una comunità non muore quando arrivano pochi turisti; muore quando non ci sono più abbastanza giovani per sostituire chi invecchia.
E allora c’è un’altra questione che dovrebbe far riflettere.
Non tutta la montagna sta vivendo il boom.
Cortina, Alta Badia, Courmayeur, Madonna di Campiglio, Livigno e poche altre località sono diventate vere e proprie enclave del turismo internazionale.
Ma basta allontanarsi dalle località più celebrate per ritrovare un’altra montagna.
Quella dei paesi che perdono abitanti, delle scuole che rischiano di chiudere, degli ambulatori che scompaiono, dei negozi che abbassano la serranda, dei giovani che se ne vanno, delle connessioni insufficienti, del progressivo invecchiamento della popolazione.
Ed è qui che bisogna stare attenti a non confondere due cose diverse: turismo della montagna e sviluppo della montagna.
Il primo può produrre fatturato; il secondo dovrebbe produrre anche condizioni per vivere, lavorare, mettere su famiglia e restare.
Sono due cose che possono coincidere, ma non necessariamente. La dinamica che vediamo in alcune delle località più fortunate assomiglia piuttosto a una forma di “estrazione di valore”. Il territorio mette a disposizione paesaggio, ambiente, identità, infrastrutture e attrattività. Il turismo monetizza tutto questo.
Ma la domanda è: quanto di quel valore torna effettivamente a rafforzare la comunità residente? Quanto serve per rendere disponibili case a prezzi compatibili con i redditi locali? Quanto per mantenere aperte scuole e ambulatori? Quanto per garantire trasporti? Quanto per creare lavoro stabile? Quanto, soprattutto, per consentire a un giovane del posto di immaginare il proprio futuro senza essere costretto a trasferirsi a valle?
Perché è questo il punto che rischiamo di perdere di vista.
Il turista arriva quando la montagna è bella; il residente deve viverci anche quando la montagna non è bella per Instagram.
Deve viverci a novembre, a marzo, durante una settimana di pioggia, quando gli alberghi sono vuoti e le piste da sci aspettano la neve.
È proprio questa la differenza tra una località turistica ed una comunità; e non è una distinzione teorica.
Lo stesso Uncem, parlando di turismo montano, sottolinea che non possono esserci servizi per i turisti senza servizi per le comunità che vivono in montagna 365 giorni l’anno.
È una frase quasi ovvia.
E proprio per questo sorprende che dobbiamo ancora ripeterla.
Perché il turista può anche accettare di pagare un prezzo elevato per una settimana in un luogo da sogno; Ii residente deve poterci vivere per tutta la vita.
E allora forse dovremmo smettere di misurare il successo della montagna soltanto attraverso le presenze turistiche. Perché le presenze sono importanti; i fatturati sono importanti, il lavoro è importante, ma non sono sufficienti.
Una montagna può diventare economicamente più ricca e contemporaneamente socialmente più povera.
Una comunità ha bisogno di abitanti. Ed il turista può essere sostituito da un altro turista.
Un abitante che se ne va, invece, lascia dietro di sé una casa, una famiglia, una storia, una competenza, una relazione sociale. E spesso non viene sostituito.
Il rischio, se continuiamo su questa strada, è che la montagna finisca per diventare una gigantesca vetrina: bellissima, lucidissima, perfettamente organizzata e sempre meno abitata.
Un enorme Luna Park ad alta quota nel quale si sale per qualche giorno, si mangia, si cammina, si scia, si fotografa il tramonto, si compra qualche prodotto “tipico” e poi si torna a valle.
La montagna come esperienza, la montagna come prodotto, la montagna come set fotografico, ma non più necessariamente come comunità.
E forse è proprio questa la domanda che dovremmo cominciare a farci.
Una montagna piena di turisti ma povera di residenti è davvero una montagna che rinasce?
Può essere che, come già accaduto per Venezia, stiamo semplicemente assistendo alla sua trasformazione in una vetrina.
E le vetrine, per quanto belle, hanno una caratteristica piuttosto triste: si guardano da fuori.
Umberto Baldo


















