2 Settembre 2026 - 11.16

Il caro-vita arriva alle urne: la trappola del bonus-ismo

C’è una cosa che la politica farebbe bene a ricordare quando si avvicinano le elezioni:l’inflazione si misura in percentuale, il caro-vita si misura nel portafoglio.

Sembra una differenza da poco. Non lo è affatto.

Negli Stati Uniti lo abbiamo visto con particolare evidenza. Donald Trump ha saputo intercettare una sensazione che le statistiche economiche non riuscivano a cancellare: anche quando l’inflazione aveva cominciato a rallentare, gli americani continuavano a pagare molto più di prima per fare la spesa, riempire il serbatoio, pagare l’affitto o mandare avanti una famiglia.

Perché ormai abbiamo capito tutti che l’inflazione può scendere, ma i prezzi, una volta saliti, normalmente non tornano indietro.

E questa è una lezione che anche la politica italiana dovrebbe tenere bene a mente, visto che ci avviciniamo ad una nuova stagione elettorale.

Perché il rischio, ma direi che è quasi una certezza, è che anche da noi il caro-vita diventi una questione elettorale.

E allora qualcuno dovrà spiegare agli italiani perché, davanti ad ogni difficoltà, la risposta della politica continui ad essere sostanzialmente la stessa: il bonus.

Negli ultimi anni ne abbiamo conosciuti di tutti i tipi.

Bonus per questo, bonus per quello, contributi, sconti, detrazioni, crediti d’imposta, carte, una tantum, incentivi e agevolazioni.

Cambiano i Governi, cambiano le Maggioranze, cambiano le emergenze, ma il metodo rimane sorprendentemente stabile.

Quando c’è un problema, invece di affrontarne le cause, si cerca una somma da distribuire.

Anche il governo Meloni, pur avendo promesso una discontinuità rispetto a certe pratiche della politica italiana, non è riuscito a liberarsi dalla tentazione.

Del resto il bonus ha una caratteristica irresistibile per qualsiasi Governo: si vede subito, mentre il conto arriva dopo.

Una riforma strutturale è complicata, richiede tempo, produce inevitabilmente vincitori e scontenti e raramente consente di organizzare una conferenza stampa con tanto di fotografia.

Il bonus invece si annuncia, si comunica, si mette in evidenza, e possibilmente si rinnova alla scadenza.

Il problema è che un bonus può tamponare un problema, ma difficilmente può risolverlo.

E soprattutto, quando diventa generalizzato, comincia a produrre effetti perversi.

Prendiamo un esempio di questi giorni: la riduzione dell’Iva sui carburanti.

In una fase di forte aumento dei prezzi energetici è comprensibile che un Governo voglia evitare che famiglie e imprese vengano travolte.

Ma c’è una domanda semplice che andrebbe sempre fatta: chi beneficia davvero di uno sconto generalizzato?

La risposta è: tutti. Il lavoratore che usa la vecchia utilitaria per andare in fabbrica e il professionista che gira con un SUV di grossa cilindrata.  La famiglia con un reddito modesto e quella con un reddito elevato. Il pensionato che deve fare venti chilometri per andare dal medico e quello che usa l’automobile per andare ogni fine settimana nella seconda casa.

È la logica dell’intervento erga omnes: non si distingue tra chi ha bisogno e chi non ne ha.

E così una parte delle risorse pubbliche finisce necessariamente anche a chi non avrebbe alcun bisogno di essere aiutato.

Per non parlare dell’efficacia.

Di fronte a uno shock internazionale dell’energia, un intervento di questo genere rischia di essere poco più che un pannicello caldo.

Si spendono miliardi, si dà l’impressione di aver fatto qualcosa, e qualche settimana dopo il problema si ripresenta.

Nel frattempo quei miliardi non sono più disponibili per interventi strutturali.

Per esempio per ridurre stabilmente il carico fiscale sul lavoro, aumentare la produttività o sostenere la competitività di un sistema economico che da anni cresce meno dei suoi concorrenti.

E qui compare la grande contraddizione del bonus-ismo.

Più si distribuiscono sussidi generalizzati, meno risorse rimangono per cambiare davvero le cose.

C’è poi un’altra caratteristica dei sussidi che la politica conosce benissimo.

Una volta concessi, sono quasi impossibili da togliere. Provate a dire a una categoria che il bonus finisce.

Non importa che fosse nato come misura temporanea. Non importa che l’emergenza sia terminata. Non importa che i conti pubblici non consentano di mantenerlo.

Il giorno dopo qualcuno spiegherà che togliere quel beneficio significa “colpire le famiglie”.

Ed ecco comparire una nuova proroga.  Magari con una nuova soglia. Poi una nuova platea.Poi una nuova modalità. Poi una nuova eccezione.

Fino a trasformare una misura nata per affrontare un’emergenza in una componente permanente della spesa pubblica.

Il bonus nasce temporaneo e muore soltanto quando nessuno si ricorda più chi l’aveva inventato.

Ma se il bonus generalizzato è il primo problema, l’Isee è l’altro grande equivoco del nostro sistema di welfare.

Qui bisogna essere chiari.

Non è in discussione la necessità di aiutare chi è realmente in difficoltà.   È in discussione il modo con cui decidiamo chi sia davvero in difficoltà.

L’Isee nasce con una funzione ragionevole: cercare di misurare la situazione economica effettiva di una famiglia, tenendo conto non soltanto del reddito, ma anche del patrimonio e della composizione del nucleo familiare.

Il problema è quello che è diventato nel tempo.

Un indicatore che avrebbe dovuto aiutare ad individuare il bisogno è stato progressivamente trasformato in una sorta di chiave universale per aprire le porte del welfare.

Prezzi agevolati, tariffe ridotte, bonus, servizi sociali, mense, trasporti, prestazioni varie, una quantità crescente di benefici viene legata ad una soglia Isee.

E qui nasce il paradosso.

Se davvero oltre trenta milioni di italiani risultano nel 2025 beneficiari di prezzi, tariffe o prestazioni agevolate grazie all’Isee, forse qualche domanda sarebbe il caso di porsela.

Possibile che più della metà del Paese sia diventata economicamente bisognosa?

Oppure siamo davanti a un sistema che, nel tentativo di individuare i poveri, ha finito per costruire una platea gigantesca di presunti bisognosi?

La definizione di “falso di massa“, utilizzata da osservatori come Alberto Brambilla e Giuliano Cazzola, può sembrare brutale.

Ma proviamo a capire che cosa c’è dietro.

Il problema fondamentale è che nessun indicatore può essere più affidabile delle informazioni sulle quali viene costruito.

Se tutto il reddito di una persona è regolarmente dichiarato, ogni euro entra nel calcolo.

Se una famiglia ha una situazione patrimoniale perfettamente tracciata, il patrimonio viene considerato.

Ma che cosa succede quando una parte della ricchezza reale non emerge, per evasione, elusione ecc.?

Succede una cosa semplicissima.  L’Isee fotografa perfettamente ciò che vede. Il problema è tutto quello che non vede.

E qui l’Italia presenta un problema che non può essere ignorato: evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, redditi non dichiarati e patrimonio non adeguatamente rappresentato.

Il risultato può essere paradossale.

Il dipendente che dichiara tutto fino all’ultimo centesimo può superare una soglia e perdere un’agevolazione.

Il pensionato con una pensione interamente tracciata può risultare “troppo ricco” per qualche beneficio.

Una famiglia che ha risparmi accumulati legalmente può essere penalizzata perché quel patrimonio compare.

E chi riesce invece a nascondere una parte della propria situazione economica può risultare, sulla carta, molto più povero di quanto sia realmente.

È la redistribuzione al contrario.

Chi è trasparente rischia di essere penalizzato proprio perché è trasparente.

Chi riesce a risultare povero sulla carta può essere premiato proprio perché il sistema non è in grado di vedere tutto. E allora il problema non è soltanto l’evasore.

Il problema è un sistema che rischia di premiare indirettamente l’opacità e penalizzare la fedeltà fiscale.

E qui arriviamo alla domanda più imbarazzante.

Se utilizziamo l’Isee per distribuire una quantità crescente di benefici e contemporaneamente allarghiamo sempre di più le platee degli aventi diritto, stiamo ancora utilizzando uno strumento per individuare la povertà?

Oppure stiamo trasformando il welfare in una gigantesca macchina di redistribuzione basata su soglie?

Perché quando una soglia diventa decisiva per ottenere un beneficio, la tentazione di stare sotto quella soglia diventa inevitabilmente fortissima.

E quando i benefici diventano tanti, l’Isee smette di essere soltanto uno strumento di misurazione.

Diventa un obiettivo da raggiungere.

Ed è qui che il sistema comincia a produrre comportamenti distorti.

Non bisogna necessariamente essere poveri, bisogna risultare abbastanza poveri secondo il parametro.

La differenza non è affatto secondaria.

Nel frattempo c’è una categoria che rischia di diventare la grande dimenticata: il ceto medio.

Quello che lavora, paga le tasse, dichiara tutto, possiede magari una casa acquistata dopo decenni di sacrifici, ha qualche risparmio da parte e non rientra nelle soglie dei benefici.

Non è abbastanza povero per ricevere; non è abbastanza ricco per stare tranquillo.

E quando aumentano contemporaneamente spesa alimentare, energia, assicurazioni, servizi e mutui, scopre una cosa molto semplice: il suo reddito è rimasto reale, mentre il suo potere d’acquisto è diventato virtuale.

È probabilmente questo il terreno sul quale il caro-vita può trasformarsi in una questione elettorale anche in Italia.

Perché gli elettori non votano l’indice dei prezzi al consumo.    Votano la propria vita.

Il problema, allora, non è decidere se aiutare oppure no chi è in difficoltà. Una società civile deve farlo.

Il problema è come farlo senza trasformare ogni emergenza in un bonus, ogni bonus in un diritto acquisito, ed ogni diritto acquisito in una nuova spesa permanente.

E soprattutto senza costruire il welfare su strumenti che possono rappresentare in modo distorto la reale condizione economica delle persone.

Perché il caro-vita non si combatte distribuendo eternamente cerotti.

Si combatte creando le condizioni perché salari e pensioni possano recuperare potere d’acquisto, perché il lavoro venga tassato meno, perché l’economia produca di più, perché l’energia costi meno, perché la concorrenza funzioni, e perché il sistema fiscale sia davvero capace di distinguere chi ha bisogno da chi semplicemente sa apparire bisognoso.

Trump ha dimostrato che l’inflazione può diventare una questione politica devastante.

L’Italia farebbe bene a non aspettare le urne per scoprirlo.

Perché alla fine il cittadino può anche dimenticare il nome dell’ultimo bonus, può ignorare CPI, deflatore del Pil e tasso d’inflazione core. 

Ma il prezzo della pasta lo conosce benissimo, e difficilmente dimentica quanto ha pagato il giorno prima al Supermercato. 

E soprattutto difficilmente perdona una politica che gli dice che l’inflazione è sotto controllo mentre il suo portafoglio continua a raccontargli un’altra storia.

Umberto BaldoRispondi a tuttiInoltra

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