4 Settembre 2026 - 9.45

Scuola e caldo: il problema non è settembre

Umberto Baldo

Vi disturba se anche oggi parlo del caldo anomalo?

Capisco che è un tema ormai abusato, ma cosa volete, poco male; vi basta chiudere il post e passare oltre.

Ma poiché di questi tempi è difficile trovare qualcuno che inizi il discorso senza un bel “Non ce la faccio più, sono esausto!”, non posso non osservare che ormai il calendario non fa più testo. 

Un tempo settembre era il mese delle prime felpe la sera, dei quaderni nuovi con l’odore di carta fresca, e dell’estate ormai consegnata ai ricordi. 

Oggi settembre è semplicemente la quinta puntata di un lungo luglio iniziato a maggio. 

Eppure, incrociando lo sguardo del vicino di casa in ascensore mentre il termometro segna ancora temperature da sauna, ci si sente dire con incrollabile serenità: “Beh ma d’estate fa caldo, è sempre stato così”.

E’ una forma di ottimismo metafisico ammirevole. 

Il negazionista climatico da pianerottolo possiede una memoria storica selettiva che meriterebbe uno studio neuroscientifico. 

Nella sua ricostruzione dei fatti, negli anni Settanta la gente asfaltava le strade a metà agosto in maniche di camicia senza versare una goccia di sudore, e l’anticiclone africano era solo un simpatico turista di passaggio.

Di fronte all’evidenza di cinque mesi ininterrotti di afa e canicola, la mente umana mette in campo risorse logiche straordinarie per difendere la propria tranquillità. 

Se piove tre minuti a luglio, diventa la prova provata che il riscaldamento globale è una finzione inventata dai fabbricanti di condizionatori. 

Se le zanzare ormai chiedono la residenza permanente e festeggiano l’Ognissanti in maniche corte, si tratta chiaramente di una bizzarria della natura senza troppa importanza.

Ci sarebbe quasi da invidiarli. 

Vivere con la certezza che sia tutto assolutamente normale permette di dormire sonni tranquilli — calura permettendo. 

Il problema sorge quando dalla teoria si passa alla vita pratica, per esempio arrivando al fatidico tema della scuola.

Come c’era da aspettarsi in questi giorni si è aperto un dibattito sul tema, e da più parti si leva la proposta: “Posterghiamo l’inizio delle lezioni a ottobre, adesso fa troppo caldo!”. 

Proposta ragionevole sia chiaro, se non fosse che ci ostiniamo a trattare il clima attuale come un’improvvisa quanto passeggera emergenza, anziché come una nuova realtà strutturale con cui dovremo nostro malgrado confrontarci per gli anni a venire. 

Ma qui la matematica del calendario scolastico si fa spietata, perché i giorni di lezione previsti per legge devono essere almeno 200. 

Se si comincia a ottobre, da qualche parte bisognerà pur recuperarli. 

Quando? 

Prolunghiamo a giugno? 

Geniale; peccato che negli ultimi anni l’anticiclone africano si sia presentato puntuale già a metà maggio, trasformando le aule in veri e propri forni ventilati ad inizio estate esattamente come ad inizio settembre.

E allora che si fa? 

Tagliamo le vacanze di Natale, di Pasqua, di Carnevale, per far studiare i ragazzi nei mesi più freschi? 

L’idea avrebbe una sua logica climatica, ma provate a proporlo al settore turistico o alle famiglie abituate a quelle pause. 

Partiamo ragionando delle vacanze di Natale.

Idea sacrilega. Lo so.

Pronunciare le parole «ridurre le vacanze natalizie» in Italia può provocare effetti più devastanti di un’ondata di calore.

Perché il Natale non si tocca.  Ci sono i cenoni, i pranzi, le famiglie, le tradizioni, le settimane bianche, gli alberghi, le montagne, il turismo.

E soprattutto c’è quella straordinaria capacità nazionale di considerare intoccabile qualsiasi consuetudine che ci riguardi personalmente.

Possiamo discutere per mesi di cambiamento climatico, possiamo preoccuparci del benessere degli studenti, possiamo denunciare le aule troppo calde. 

Ma appena qualcuno dice: «Bene, allora recuperiamo qualche giorno in inverno», improvvisamente scopriamo che il calendario scolastico è patrimonio immateriale dell’umanità.

Resterebbe a mio avviso anche un’altra ipotesi da alchimisti del tempo: distribuire le ore di lezione su 6 giorni, se necessario allungando l’orario giornaliero nei mesi a clima mite; cancellando così il sabato libero e stringendo i ritmi al massimo. 

Un’opzione affascinante sulla carta, che però avrebbe il solo risultato di far svenire studenti e famiglie per il presunto sovraccarico prima ancora che per il caldo.  Tralasciando le proteste dei sindacati degli insegnanti. 

Forse dovremmo avere il coraggio di affrontare una discussione in modo molto più serio.

Il calendario scolastico che abbiamo ereditato appartiene ad un clima, ad un’organizzazione sociale e ad un’economia che non sono più esattamente quelli di oggi.

E allora perché non discuterne senza tabù?

Perché non ragionare davvero su come distribuire diversamente i giorni di scuola durante l’anno?

Ma la verità è che resta comunque il rischio di continuare a spostare le pedine sulla scacchiera del calendario per non guardare in faccia il vero elefante nella stanza: la qualità dell’edilizia scolastica. 

Come ho già avuto modo di scrivere, finché le nostre scuole resteranno strutture poco isolate e prive di impianti di climatizzazione adeguati, fare lezione a fine settembre o a fine giugno cambierà solo il modo in cui studenti e insegnanti faranno i conti con la ricerca disperata di un soffio d’aria.

Naturalmente ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarci che «quando eravamo bambini noi, si andava a scuola anche con 30 gradi».

Probabilmente è vero.

Come è vero che una volta si fumava negli uffici, si viaggiava senza cinture di sicurezza, i bambini stavano in piedi sul sedile posteriore dell’auto, ma soprattutto le estati non duravano cinque mesi. 

Non tutto ciò che facevamo da giovani è necessariamente un modello da conservare.

E soprattutto, non possiamo usare i ricordi personali come stazione meteorologica nazionale.

Il fatto che una volta facesse caldo non dimostra che oggi il clima sia uguale.

Dimostra soltanto che anche una volta faceva caldo, ma non come adesso, credetemi.

La questione vera è molto più semplice.

Se il clima sta cambiando, dobbiamo cambiare anche noi.

Non soltanto le date sul calendario, non soltanto le vacanze, non soltanto gli orari.

Dobbiamo cambiare le scuole, gli edifici, l’organizzazione, e sicuramente anche qualche nostra abitudine consolidata.

Altrimenti continueremo ogni anno a fare la stessa discussione.

A settembre diremo che fa troppo caldo.   A ottobre ci congratuleremo con noi stessi per aver risolto il problema.  A maggio scopriremo che fa già troppo caldo.  A giugno proporremo di sospendere le lezioni per il caldo.

E a settembre ricominceremo tutto da capo, come nel gioco dell’Oca.

Perché una cosa, almeno, in Italia non cambia mai: quando la realtà diventa scomoda, proviamo a spostare il calendario invece di cambiare la realtà.

Umberto BaldoRispondi a tutti

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