4 Settembre 2026 - 12.14

Quando la tv “finiva” davvero: le cose che i nativi digitali non capiranno mai

Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo

Di Alessandro Cammarano

C’è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la linea tra chi ha dovuto imparare il digitale e chi ci è semplicemente nato dentro, come si nasce con gli occhi di un certo colore. Da una parte ci sono i boomer e, sorpresa per molti di loro, anche i millennial: gente che ha visto il mondo passare dall’analogico al digitale sotto i propri occhi, spesso con la sensazione di essere stata scaraventata a bordo di un treno in corsa senza biglietto né istruzioni; dall’altra ci sono la generazione Z e, ancora più marcatamente, la generazione Alpha, nativi digitali nel senso più letterale del termine, per i quali il touchscreen non è una tecnologia ma una legge di natura, al pari della gravità.

È una differenza che non riguarda solo gli strumenti, ma il modo stesso di stare al mondo: e come ogni buona differenza generazionale, è una miniera inesauribile di equivoci comici, di incomprensioni tenere e, va detto, anche di una malinconia sottile che vale la pena raccontare prima che la memoria stessa dell’analogico si affievolisca del tutto.

Cominciamo dalla televisione, perché è lì che il salto si vede meglio. La televisione analogica non era un elettrodomestico, era un rito domestico con le sue liturgie precise: c’erano solo poche reti, la sera si negoziava in famiglia chi decidesse il programma, e cambiare canale significava alzarsi dal divano, avvicinarsi a quella manopola pesante che scattava con un rumore secco e soddisfacente, girarla fino a trovare il segnale giusto, magari con un po’ di neve elettronica di sottofondo se l’antenna non era orientata a dovere. Il telecomando, quando arrivò, sembrava quasi un oggetto magico; i più anziani ricordano ancora la diffidenza iniziale, il sospetto che fosse un capriccio inutile rispetto al gesto concreto di alzarsi e girare la manopola con le proprie mani.

Poi c’era l’attesa, che oggi appare quasi archeologica: la programmazione televisiva era un evento collettivo scandito da orari fissi, e se ti perdevi un episodio, te lo perdevi, punto e basta. Non esisteva il recupero, non esisteva l’on demand; esisteva solo la sigla di chiusura che annunciava la fine delle trasmissioni, seguita dal fischio prolungato della linea che tornava muta e da quella scacchiera colorata che restava sullo schermo fino a notte fonda, come un piccolo monumento al silenzio elettronico.

Oggi un ragazzino della generazione Alpha, messo davanti a un vecchio televisore a tubo catodico con manopole meccaniche, si comporta più o meno come un archeologo di fronte a un reperto sumero: gira la testa, cerca uno schermo touch che non c’è, prova a “strisciare” con il dito sul vetro convesso sperando che qualcosa si muova, e alla fine chiede, con genuino sconcerto, dove sia il telecomando vocale. Quando gli si spiega che bisognava alzarsi fisicamente, ti guarda come se gli avessi appena raccontato che un tempo l’acqua calda si portava su dal pozzo con un secchio.

La radio analogica era, se possibile, ancora più capricciosa: trovare una stazione significava girare lentamente una manopola, avanti e indietro, tra fruscii e voci spezzate, finché la frequenza non si “agganciava” con un piccolo scatto di soddisfazione. C’era chi la sintonizzava di sera, sotto le coperte, per ascoltare programmi che a scuola l’indomani non avrebbe mai ammesso di aver seguito; e c’era, soprattutto, un’intimità fisica con l’apparecchio, perché si conosceva a memoria il punto esatto della manopola in cui compariva l’emittente preferita, un po’ come si conosce il gradino scricchiolante di una scala di casa.

Ai ragazzi di oggi, abituati a dire “metti la playlist” a un assistente vocale che riconosce persino gli accenti dialettali più improbabili, il concetto di cercare fisicamente un segnale radiofonico risulta semplicemente incomprensibile: perché cercare, quando tutto è già lì, pronto, indicizzato, richiamabile con un comando vocale o due tocchi sullo schermo? La radio a transistor con l’antenna telescopica che si tirava fuori e si orientava come un rabdomante è, per loro, un oggetto tanto misterioso quanto un sestante lo sarebbe per un ragazzino cresciuto con il GPS.

Anche il cinema ha vissuto questa frattura silenziosa. Andare al cinema, un tempo, significava affidarsi a una pellicola fisica che scorreva in un proiettore rumoroso, con tutte le sue imperfezioni: i graffi, gli sbalzi di colore, quel caratteristico sfarfallio che oggi chiameremmo “estetica vintage” ma che allora era semplicemente il cinema, senza aggettivi. Se la pellicola si spezzava, la sala restava al buio tra i fischi del pubblico, e il proiezionista, figura quasi sacerdotale nascosta nella sua cabina, doveva intervenire fisicamente per far ripartire lo spettacolo.

Il cinema digitale, con la sua nitidezza perfetta e la sua immunità dai guasti meccanici, ha reso tutto questo un ricordo da raccontare ai nipoti con l’aria di chi ha vissuto un’epoca eroica; e infatti c’è qualcosa di irresistibilmente comico nel vedere un adulto di una certa età, davanti a un proiettore casalingo moderno, cercare istintivamente una fessura per inserire una bobina che non esiste più, oppure chiedersi dove sia il pulsante fisico dello zoom mentre tutto, ormai, si gestisce con un’app sullo smartphone.

Se c’è un campo di battaglia quotidiano tra analogici e digitali, però, è proprio quello degli elettrodomestici. La lavatrice di una volta aveva una manopola con scritte chiare, “cotone”, “lana”, “centrifuga forte”: bastava girarla, premere un tasto, e via. La lavatrice di oggi ha invece un display touch con dodici programmi identificati da icone criptiche che sembrano geroglifici, un’app da scaricare per il controllo remoto e la capacità di inviare notifiche sul telefono quando il bucato è pronto; cosa che a molti analogici pare tanto superflua quanto inquietante, perché mai un elettrodomestico dovrebbe scrivere messaggi?

Lo stesso vale per il forno, per il frigorifero “intelligente” che segnala quando il latte sta per scadere, per la caffettiera che si collega al Wi-Fi di casa: c’è un tipo particolare di rassegnazione negli sguardi di chi, cresciuto con manopole meccaniche affidabili, si trova davanti a un pannello touch che non risponde bene alle dita bagnate e che richiede, per essere spento del tutto, una combinazione di tocchi prolungati che sembra più adatta a disinnescare un ordigno che a interrompere la cottura della pasta.

Ma è forse nell’automobile che il divario si manifesta con più drammaticità comica. L’auto di un tempo era un oggetto meccanico e comprensibile: chiave che gira, motore che si accende, manopole per la radio, leve per gli indicatori, e uno specchietto che si regolava con la mano, fisicamente, sporgendosi dal finestrino se necessario. Oggi l’abitacolo di un’auto moderna assomiglia più alla plancia di un’astronave che a un mezzo di trasporto: schermi touch multipli, assistenti vocali che accendono i fari o regolano il clima, sensori che frenano al posto tuo, telecamere che parcheggiano al posto tuo, aggiornamenti software che arrivano via etere come se l’automobile fosse, in fondo, uno smartphone con le ruote.

Non è raro vedere un guidatore di una certa generazione cercare disperatamente una manopola fisica per il volume della radio, trovare solo superfici lisce e touch-sensitive, e finire per alzare involontariamente il riscaldamento dei sedili mentre tenta soltanto di abbassare la musica: è una piccola commedia degli equivoci che si ripete ogni giorno in migliaia di parcheggi italiani.

Ma la comicità, va detto per equità, funziona benissimo anche al contrario. Mettete un bambino della generazione Alpha davanti a un vecchio telefono a disco, di quelli con la rotella da girare per comporre il numero, e osservate la scena: il bambino guarda l’oggetto, lo gira tra le mani, cerca uno schermo che non c’è, prova a premere sui numeri come fossero tasti e, alla fine, sconsolato, chiede come si accenda. Quando gli si spiega che bisognava infilare un dito nel foro corrispondente alla cifra e far girare la rotella fino al fermo, aspettando che tornasse indietro da sola prima di comporre la cifra successiva, la reazione tipica è un misto di incredulità e ammirazione, come se gli si stesse raccontando un’impresa alpinistica.

Lo stesso vale per i libri illustrati privi di animazioni: capita che un bambino cresciuto con i tablet, davanti a un albo illustrato tradizionale, dia una “strisciata” con il dito sulla pagina aspettandosi che l’immagine si muova o cambi, restando poi perplesso di fronte all’immobilità ostinata della carta stampata. O ancora, di fronte a un orologio analogico con le lancette, molti ragazzi della generazione Z faticano genuinamente a leggere l’ora, abituati come sono ai numeri digitali che non richiedono alcuna interpretazione geometrica del quadrante.

E poi c’è la macchina fotografica a pellicola, oggetto oggi quasi esotico: niente schermo per vedere subito lo scatto, bisogna aspettare lo sviluppo, e ogni fotografia costa qualcosa, quindi va scelta con cura. Per chi è cresciuto scattando centinaia di foto al giorno, cancellabili all’istante e senza alcun costo percepito, l’idea di dover aspettare per sapere se una foto sia venuta bene suona come una forma di tortura raffinata.

C’è però qualcosa di più profondo, sotto tutta questa comicità di superficie. Gli analogici non rimpiangono davvero la fatica di sintonizzare la radio o l’incertezza della pellicola che si spezza: rimpiangono, semmai, la lentezza che quegli strumenti imponevano, il tempo dell’attesa, la scarsità che rendeva ogni cosa più preziosa. Un film visto una sola volta al cinema restava impresso proprio perché non lo si poteva rivedere a comando; una canzone sentita per caso alla radio, senza sapere il titolo, si cercava per settimane, e quando finalmente la si ritrovava era una piccola vittoria personale.

I nativi digitali, dal canto loro, non hanno nulla da rimpiangere di un mondo che non hanno mai conosciuto: per loro tutto è sempre stato immediato, disponibile, interattivo. Non è pigrizia, è semplicemente la loro normalità, così come per gli analogici la manopola e l’attesa erano la normalità di allora.

Forse la verità, sotto l’ironia, è che ogni generazione costruisce i propri riti attorno agli strumenti che trova, e che tra qualche decennio anche gli attuali nativi digitali racconteranno ai loro nipoti, con la stessa aria stupita e leggermente nostalgica, di quando bisognava ancora toccare uno schermo con le dita invece di limitarsi a pensare un comando, o di quando le automobili avevano ancora bisogno, ogni tanto, di un essere umano al volante.

Nel frattempo, tra chi cerca ancora la manopola del volume e chi striscia il dito su un libro di carta sperando che si animi, resta una certezza consolatoria: nessuna delle due generazioni ha davvero capito l’altra, e probabilmente va benissimo così.

Potrebbe interessarti anche:

Quando la tv “finiva” davvero: le cose che i nativi digitali non capiranno mai | TViWeb Quando la tv “finiva” davvero: le cose che i nativi digitali non capiranno mai | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy