18 Settembre 2026 - 9.35

Tre indizi ed una metamorfosi: che cosa è diventato il PD?

Umberto Baldo

Si suole dire che un indizio non basta. Due possono ancora essere una coincidenza.   Ma tre indizi fanno una prova. 

E allora proviamo a mettere in fila quello che è successo alla Festa Nazionale dell’Unità di Reggio Emilia.

Primo indizio: Virginia Libero, Segretaria Nazionale dei Giovani Democratici, sale sul palco e proclama: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre» e «Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori».

La platea applaude.

Secondo indizio: Marco Rocco De Luca, dirigente nazionale dei Giovani Democratici.  Il linguaggio diventa ancora più esplicito: «Siamo i figli, siamo i nipoti della storia del comunismo italiano». Poi l’invito a liberarsi dal «giogo imperialista» degli Stati Uniti, dalle «sirene del capitalismo» e dal «liberismo». E nella didascalia del suo intervento compare addirittura l’obiettivo di “distruggere questo capitalismo e creare un nuovo sistema economico”.

Terzo indizio: arriva Elly Schlein.   E la segretaria del Partito Democratico individua nel «neoliberismo» il grande modello economico fallito, da superare per costruire un diverso modello di sviluppo.

Tre indizi. Tre linguaggi. Tre pezzi dello stesso mosaico.

E allora forse vale la pena fermarsi un momento e chiedersi: ma il Partito Democratico che partito è diventato?

Perché qui non stiamo parlando semplicemente di una ragazza di 27 anni che si lascia prendere la mano sul palco.

E nemmeno di un giovane dirigente che rispolvera il vocabolario della lotta di classe.

Il problema politico nasce quando questi linguaggi non vengono più considerati eccentrici rispetto alla cultura del Partito, ma trovano spazio nel cuore della sua manifestazione nazionale.

E quando la platea applaude.

Qui sta il punto.

Il PD nasce dall’incontro fra due grandi tradizioni politiche italiane: quella postcomunista dei Democratici di Sinistra, e quella cattolico-democratica della Margherita.

Non era Rifondazione Comunista; non era Lotta Continua o Potere al Popolo. 

E soprattutto non era il PCI degli anni Settanta con il nome cambiato.

Dentro la storia comunista italiana c’era infatti anche un’altra tradizione: quella riformista, europeista, occidentale, istituzionale.

Quella di Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte.

Quella di chi aveva compreso che la democrazia liberale, l’economia di mercato e l’integrazione europea non erano nemici da abbattere, ma il terreno sul quale misurarsi.

Il PD nasceva anche da quella evoluzione.

Oggi, invece, una parte della sua nuova classe dirigente sembra guardare altrove.

Guarda alla piazza, al Movimento, all’antimperialismo, all’antiamericanismo, all’anticapitalismo, alla demonizzazione del «neoliberismo».

E perfino alla “diserzione” come gesto politico.

Non è ancora il vecchio PCI fedele all’Urss.

Ma certamente non è più, almeno in una parte della sua cultura politica, il perno di quel centrosinistra riformista che molti elettori avevano conosciuto.

E qui torniamo alla parola magica: neoliberismo.

Schlein dice che il modello neoliberista ha fallito.

Benissimo.

Ma sarebbe interessante sapere esattamente quale modello economico italiano stia indicando.

Perché se per neoliberismo intendiamo più mercato, concorrenza, privatizzazioni, deregolamentazione e riduzione del peso dello Stato, l’Italia non sembra esattamente il laboratorio mondiale del neoliberismo.

I dati raccontano un’altra storia.

Nel 2025 il debito pubblico italiano è arrivato a circa 3.095 miliardi di euro, pari al 137,1% del PIL. La pressione fiscale è stata del 43,1%.

Non esattamente il paradiso terrestre dello «Stato minimo».

E allora viene spontanea una domanda impertinente: quale neoliberismo avrebbe fallito in Italia?

Quello di uno Stato che continua ad occupare una parte enorme dell’economia? Quello delle partecipazioni pubbliche? Quello delle montagne di norme ed autorizzazioni? Quello della pressione fiscale, della spesa pubblica, delle corporazioni, dei sussidi e dei bonus?

Se questo è neoliberismo, allora Marx deve essersi reincarnato all’ufficio protocollo di qualche Ministero.

E poi, diciamolo: ve la immaginate Elly Schlein, da Presidente del Consiglio, seduta al tavolo del Consiglio Europeo, mentre spiega agli altri Capi di Governo che il neoliberismo ha fallito?   Non so voi, ma io sarei curioso di assistere alla discussione.

Naturalmente si può criticare il mercato. Si può criticare il capitalismo. Si possono contestare le disuguaglianze prodotte dal capitalismo. Si può sostenere che lo Stato debba intervenire molto di più.

Sono tutte posizioni legittime.

Ma sarebbe utile chiamare le cose con il loro nome.

Perché altrimenti «neoliberismo» diventa semplicemente la nuova parola passepartout della sinistra: un nemico talmente elastico da poter contenere tutto ciò che non piace.

E così arriviamo al quarto elemento, forse il più importante: il rapporto con l’Occidente.

Quando un dirigente dei Giovani Democratici parla di «giogo imperialista» degli Stati Uniti, e mette nello stesso calderone Trump, capitalismo, liberismo e “retorica sionista”, non siamo più davanti alla tradizionale socialdemocrazia europea.

Siamo davanti ad un’altra cultura politica.

E quando la leader dei Giovani Democratici parla di «disertori», il problema non è soltanto la frase.

È ciò che quella frase rivela dell’ambiente politico e culturale nel quale può essere pronunciata.

Attenzione: Schlein continua formalmente a sostenere l’Ucraina, e lo ha ribadito anche a Reggio Emilia.

Ed è proprio questo che rende la situazione interessante.

Perché dentro il Campo Largo convivono posizioni molto diverse sulla guerra, sul riarmo e sull’aiuto militare a Kiev. 

In particolare sul sostegno militare all’Ucraina, il Movimento 5 Stelle e AVS si collocano su posizioni assai più critiche di quelle del PD.

Il problema, dunque, non è sostenere che Schlein sia diventata comunista.

Sarebbe una caricatura.

Il problema è capire quanto il PD possa spostarsi verso la sinistra radicale senza perdere la propria identità originaria.

Perché una cosa è costruire un Centrosinistra chiamato “Campo Largo”,  un’altra è costruire una sinistra nella quale il PD faccia da grande contenitore elettorale a culture politiche che un tempo stavano fuori dal suo perimetro.

Una cosa è essere progressisti; un’altra è pensare che il capitalismo debba essere “distrutto”.

Una cosa è volere la pace; un’altra è trasformare la diserzione in una parola d’ordine politica.

Una cosa è criticare gli Stati Uniti; un’altra è parlare di «giogo imperialista».

E una cosa è correggere gli eccessi del mercato; un’altra è raccontare l’economia di mercato come il grande Satana economico.

Forse, allora, la domanda vera non è che cosa sia diventata Elly Schlein.

La domanda è: che cosa sta diventando il Partito Democratico sotto Elly Schlein?

Perché il rischio, per un Partito che si candida a governare un Paese complesso come l’Italia, è quello di smarrire la differenza fondamentale che c’è fra una forza di governo ed un’assemblea studentesca.

La prima deve mediare. La seconda deve mobilitare.

La prima deve assumersi responsabilità. La seconda può permettersi slogan.

La prima deve parlare anche a chi non la pensa come lei. La seconda vive soprattutto della propria comunità.

E allora sì, tre indizi possono non fare una prova giudiziaria.

Ma in politica possono essere qualcosa di altrettanto interessante: un segnale.

E quello che arriva oggi dal PD, a mio modesto avviso, è un segnale che sarebbe un errore ignorare.

Umberto Baldo

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