17 Settembre 2026 - 11.44

Un derby senza tifosi non è un vero derby

Ci sono partite che non sono mai soltanto partite. Ci sono partite che appartengono alla storia, alla memoria, alle città e alle generazioni. Verona-Vicenza è una di queste. È il derby che ritorna dopo anni, una sfida attesa, sentita, preparata con mesi di entusiasmo. Eppure domenica al Bentegodi mancherà una delle componenti fondamentali dello spettacolo: la tifoseria biancorossa.

La Prefettura di Verona ha disposto il divieto di vendita dei biglietti ai residenti nelle province di Vicenza e Padova, dopo l’indicazione dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Una decisione motivata dalle valutazioni legate alla sicurezza e anche da precedenti risalenti al 2017.

Una decisione che si può contestare. E che personalmente considero profondamente sbagliata.

Perché non si può pensare di difendere il calcio cancellandone una parte essenziale. Un derby senza una delle due tifoserie è un derby mutilato. È una partita di Serie B, certo, ma è anche un appuntamento che appartiene alla storia sportiva di due città. E la storia sportiva non può essere cancellata per decreto.

I sindaci di Verona e Vicenza, Damiano Tommasi e Giacomo Possamai, avevano chiesto che il derby potesse essere vissuto sugli spalti da entrambe le tifoserie, nel rispetto delle regole e degli avversari. Nel loro appello avevano ricordato una cosa semplice: la rivalità fa parte del calcio, la violenza no.

Era un messaggio di buon senso.

Perché se esistono rischi concreti, vanno affrontati. Se esistono persone che hanno commesso reati, vanno individuate e sanzionate. Se ci sono soggetti pericolosi, vanno fermati. Ma vietare una trasferta a un’intera tifoseria significa applicare una responsabilità collettiva a migliaia di persone che avrebbero voluto semplicemente andare allo stadio, indossare una sciarpa biancorossa, cantare per la propria squadra e tornare a casa.

E qui c’è il punto fondamentale: il calcio non può diventare un problema di ordine pubblico da risolvere eliminando il pubblico.

La partita, naturalmente, si giocherà. E dal punto di vista sportivo è una partita tutt’altro che banale. Il Vicenza arriva al derby con 5 punti dopo le prime quattro giornate, frutto di una vittoria, due pareggi e una sconfitta. Il Verona ha invece raccolto 4 punti, con una vittoria, un pareggio e due sconfitte. Entrambe hanno dunque qualcosa da dimostrare e il derby può diventare un passaggio importante del loro campionato.

Il Vicenza ha iniziato con il 3-2 al Catanzaro, poi ha perso ad Avellino, pareggiato 2-2 sul campo dell’Entella e chiuso l’ultimo turno sull’1-1 contro la Juve Stabia. Il Verona, dopo la sconfitta interna con l’Ascoli, ha pareggiato a Padova, travolto l’Arezzo 5-0 e poi perso 3-1 a Benevento.

Insomma, c’è anche una partita vera da giocare. Una partita nella quale contano la classifica, i punti, le scelte degli allenatori, la condizione dei giocatori e la voglia di conquistare un derby che, proprio perché torna dopo tanti anni, avrebbe meritato una cornice diversa.

Avrebbero dovuto esserci i colori biancorossi accanto a quelli gialloblù. Avrebbero dovuto esserci i cori, gli sfottò, le coreografie, le famiglie, i ragazzi alla loro prima trasferta importante. Avrebbe dovuto esserci tutto ciò che rende il calcio uno spettacolo popolare.

Invece ci sarà un settore ospiti vuoto.

Ed è difficile non considerarlo una sconfitta per il calcio.

Perché non si vieta la tradizione sportiva di un derby. Non si può pensare che la soluzione alla violenza sia togliere ai tifosi la possibilità di vivere le partite. La sicurezza deve essere garantita, certamente. Ma sicurezza e partecipazione non sono necessariamente concetti alternativi. Anzi, una società moderna dovrebbe essere capace di garantire entrambe.

Il derby avrebbe potuto essere anche un’occasione per dimostrare proprio questo: che Verona e Vicenza possono essere rivali, anche acerrime, senza essere nemiche. Che si può cantare contro l’avversario senza aggredirlo. Che si può perdere senza distruggere. Che si può vincere senza umiliare.

E ci saranno comunque i due sindaci, Possamai e Tommasi, a rappresentare le loro città. Un’immagine che avrebbe potuto essere ancora più bella con migliaia di tifosi biancorossi e gialloblù sugli spalti.

Sarebbe stato il modo migliore per ricordare che il calcio appartiene prima di tutto alle persone.

E magari anche a due figure che rappresentano la memoria più nobile del nostro calcio: Paolo Rossi e Osvaldo Bagnoli.

Rossi, il campione che a Vicenza diventò Pablito e che trasformò il gol in una forma di felicità collettiva. Bagnoli, l’allenatore del lavoro, della disciplina, del gruppo, dell’umiltà. Due uomini diversi, due storie diverse, ma una stessa idea di calcio: quella nella quale il campo conta più di tutto il resto.

È nel loro nome che sarebbe bello vedere un derby vero. Un derby duro, intenso, combattuto. Ma soltanto un derby.

Che vinca Verona o che vinca Vicenza, domenica sera resterà comunque una domanda: abbiamo davvero bisogno di svuotare gli stadi per sentirci più sicuri?

Forse sarebbe il momento di trovare un’altra strada.

(immagine creata con AI)

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