Lagarde, dimissioni con retroscena. Il fantasma di Marine Le Pen

Umberto Baldo
Ci sono dimissioni che si spiegano con le parole di chi le presenta.
E altre che, proprio per le parole usate, finiscono per sollevare più interrogativi di quanto ne risolvano.
Quelle di Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, appartengono forse alla seconda categoria.
Il 29 ottobre ha annunciato che lascerà l’incarico il 7 febbraio 2027, con circa nove mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, prevista per la fine di ottobre.
Una decisione che arriva in un momento tutt’altro che tranquillo per l’economia europea, alle prese con nuove tensioni sui prezzi dell’energia, inflazione in risalita e rendimenti dei titoli di Stato che mettono sotto pressione i Paesi più indebitati.
Ma non è soltanto la situazione economica a rendere interessante questa vicenda.
A rendere la tempistica particolarmente significativa è il calendario politico europeo, e soprattutto quello francese.
Ma andiamo con ordine.
Lagarde ha spiegato di voler recuperare la libertà di esprimersi su questioni che vanno oltre la politica monetaria.
Da presidente della BCE è tenuta a rispettare un rigoroso obbligo di neutralità. Un vincolo che ha definito parte del prezzo da pagare per garantire l’indipendenza dell’istituzione.
Nella conferenza stampa del 29 ottobre ha dichiarato di non sentirsi più a proprio agio nel mantenere quel silenzio.
Ha parlato della necessità di poter intervenire su questioni più ampie, aggiungendo di vedere troppo spesso la verità danneggiata, contraddetta e deformata da rappresentazioni fuorvianti della realtà.
Parole impegnative, ma anche piuttosto enigmatiche.
Quale verità? Quali distorsioni? E soprattutto, perché anticipare le dimissioni di tanti mesi invece di attendere la scadenza naturale del mandato?
Lagarde non ha fornito una spiegazione dettagliata.
Fra le ipotesi circolate sulla stampa finanziaria internazionale c’è anche quella di un suo possibile approdo alla guida del World Economic Forum di Davos.
Può essere. Ma non è l’unica interpretazione possibile.
Per capire dove voglio arrivare, bisogna guardare al calendario delle prossime elezioni francesi.
Prima, però, ricordiamo come si sceglie il Presidente della BCE.
Non basta che un Governo europeo proponga un nome, né che il candidato goda della fiducia del Presidente francese o del Cancelliere tedesco di turno.
L’articolo 283 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce una procedura precisa.
Il Consiglio dell’Unione europea formula una raccomandazione, dopo aver consultato il Parlamento europeo ed il Consiglio direttivo della BCE.
La nomina spetta poi al Consiglio Europeo, cioè ai capi di Stato o di governo, che decide a maggioranza qualificata.
Il Parlamento europeo viene consultato, ma non dispone di un potere di veto equivalente a quello previsto per l’elezione del presidente della Commissione europea.
E arriviamo ai numeri.
I Paesi che utilizzano l’euro sono attualmente 21. Per la nomina del Presidente della BCE occorre una maggioranza qualificata rafforzata: almeno 16 Stati favorevoli, che rappresentino complessivamente almeno il 65% della popolazione dell’area euro.
Non è richiesta l’unanimità, ma neppure basta mettere insieme una maggioranza risicata di governi.
Un Paese grande come la Germania o la Francia non può decidere da solo.
Ma il peso demografico e politico dei grandi Stati rende difficile costruire una maggioranza ignorandoli.
Tradotto dal linguaggio dei Trattati: serve una convergenza politica sufficientemente ampia fra Governi ed Istituzioni europee.
Non è una normale spartizione di poltrone, anche se sarebbe ingenuo immaginare che la politica non abbia alcun peso.
Si sceglie chi dovrà guidare per otto anni un’istituzione che decide i tassi d’interesse ed influenza il costo dei mutui, il credito alle imprese, i rendimenti dei risparmi e la stabilità finanziaria dell’intera area euro.
Un incarico di tutto rispetto, insomma.
E’ una scelta nella quale competenza e credibilità dovrebbero contare almeno quanto gli equilibri fra capitali europee. Ecco perché la rosa dei candidati non è mai ampia.
E qui arriviamo al punto.
Nella primavera del 2027 la Francia sarà chiamata ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Marine Le Pen è fra le protagoniste della competizione e, secondo le rilevazioni richiamate dalla stampa internazionale, potrebbe avere concrete possibilità di vittoria.
Non sappiamo chi occuperà l’Eliseo dopo Emmanuel Macron.
Ma possiamo osservare una circostanza: se Lagarde avesse atteso la scadenza naturale del mandato, il negoziato sulla successione avrebbe potuto coinvolgere anche il nuovo Presidente francese.
E se quel presidente fosse Marine Le Pen?
La leader del Rassemblement National, critica nei confronti di diversi aspetti dell’integrazione europea, avrebbe potuto partecipare alla trattativa in qualità di capo di Stato di uno dei Paesi fondatori dell’Unione e seconda grande economia dell’area euro.
Non potrebbe nominare da sola il presidente della BCE, naturalmente. Ma avrebbe un peso politico nella ricerca della maggioranza necessaria.
Naturalmente, Marine Le Pen non è l’unica candidata che potrebbe cambiare gli equilibri politici francesi ed europei. Anche Jean-Luc Mélenchon, che i sondaggi collocano fra i possibili protagonisti del ballottaggio, rappresenta una posizione critica verso diversi aspetti dell’attuale costruzione europea. Ma è soprattutto il rischio di una vittoria di Le Pen ad essere stato richiamato dalla stampa internazionale nelle analisi sulle dimissioni anticipate di Lagarde.
Anticipando l’uscita al 7 febbraio, invece, Lagarde consente agli attuali governi europei di portare avanti la successione prima delle elezioni francesi.
Non è soltanto una mia supposizione, che conta quel che conta.
L’Associated Press ha evidenziato proprio questa conseguenza, mentre Reuters ha sottolineato quanto la tempistica renda inevitabilmente politica una successione che riguarda un’istituzione gelosa della propria indipendenza.
E se fosse proprio questo il motivo?
Sia chiaro: non abbiamo la prova che Lagarde abbia deciso di lasciare per impedire a Marine Le Pen di partecipare alla scelta del suo successore.
La presidente della BCE non lo ha dichiarato e sarebbe scorretto attribuirle intenzioni che non ha confermato.
Ma la coincidenza temporale è un fatto. E la conseguenza politica è altrettanto evidente.
E poiché in politica le coincidenze sono spesso sospette, viene quindi da chiedersi se, dietro la motivazione ufficiale della ritrovata libertà di parola, non ci sia anche la volontà di evitare che un eventuale cambiamento politico in Francia possa modificare gli equilibri della trattativa europea.
È ovviamente un’ipotesi, non una certezza. Ma merita di essere considerata.
La questione, in fondo, è più ampia della stessa Lagarde.
La Banca Centrale Europea deve essere indipendente dai governi.
È un principio essenziale, perché le decisioni sui tassi non possono essere subordinate alle convenienze elettorali di chi governa.
Ma il presidente della BCE viene scelto attraverso una procedura politica, nella quale i governi nazionali devono costruire una maggioranza qualificata.
È una contraddizione soltanto apparente: l’indipendenza riguarda l’esercizio delle funzioni della Banca Centrale, non l’assenza di una procedura politica per nominare chi la guida.
Resta però una domanda: se si anticipa la successione per evitare che un possibile futuro governo partecipi alla scelta, dove finisce la tutela dell’indipendenza dell’istituzione e dove comincia la convenienza politica?
Non è una domanda semplice. E non riguarda soltanto Marine Le Pen.
Domani potrebbe essere un altro Governo, di un altro colore politico, a trovarsi nella posizione di essere escluso da una trattativa perché il calendario è stato costruito in modo da anticiparla.
Le regole dei Trattati sono chiare.
Le motivazioni personali di Lagarde, invece, le conosce soltanto lei.
E proprio per questo sarebbe sbagliato trasformare un’ipotesi in una sentenza.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere di non vedere le implicazioni politiche della sua decisione.
Per ora non abbiamo una risposta definitiva.
Abbiamo però una domanda che merita di restare sul tavolo: la politica europea vuole difendere l’indipendenza delle proprie Istituzioni oppure vuole anche metterle al riparo dalle scelte elettorali dei cittadini?
Perché sono due cose molto diverse. E confonderle potrebbe diventare pericoloso.
Umberto Baldo










