Trump in picchiata parla già di brogli elettorali

Elezioni Usa, Trump denuncia già possibili brogli: ricorsi preventivi e un milione di dollari per segnalare frodi
A pochi giorni dalle elezioni americane di metà mandato, in programma martedì 3 novembre, Donald Trump torna a sollevare dubbi sulla regolarità del voto. Il presidente degli Stati Uniti ha intensificato le accuse di possibili irregolarità elettorali, mentre la sua amministrazione ha avviato iniziative giudiziarie in diversi Stati. Una strategia che riporta alla memoria le contestazioni avanzate dopo la sconfitta presidenziale del 2020, quando Trump denunciò frodi diffuse senza riuscire a dimostrarne l’esistenza.
La posta in gioco è particolarmente importante: gli elettori saranno chiamati a rinnovare la Camera dei rappresentanti e parte del Senato, determinando gli equilibri politici del Congresso nella seconda metà del mandato presidenziale.
In Alaska un ricorso ancora prima del risultato
Uno dei casi più controversi riguarda l’Alaska, dove il Dipartimento di Giustizia ha presentato il 22 ottobre un’azione legale preventiva relativa all’elezione per il Senato.
La controversia nasce dalla presenza sulla scheda di due candidati con nomi quasi identici: il senatore repubblicano uscente Dan S. Sullivan e un altro aspirante senatore, Dan J. Sullivan. Secondo l’amministrazione Trump, la somiglianza potrebbe indurre alcuni elettori a scegliere erroneamente il secondo candidato, compromettendo il risultato del repubblicano.
Il ricorso punta a consentire il blocco della certificazione elettorale qualora il senatore uscente venisse sconfitto e i voti ottenuti dal suo omonimo risultassero determinanti.
Le schede, tuttavia, distinguono i due candidati: Sullivan viene identificato come senatore uscente, mentre l’altro non presenta la medesima indicazione. La Corte Suprema dell’Alaska aveva inoltre autorizzato la candidatura già nel giugno scorso.
California, nel mirino oltre 20mila elettori
Un’altra iniziativa riguarda la California, dove il governo federale ha contestato la presenza nelle liste elettorali di oltre 20mila persone ritenute potenzialmente prive della cittadinanza americana.
Il 15 ottobre il Dipartimento di Giustizia ha chiesto di impedire temporaneamente il conteggio delle loro schede, sostenendo la necessità di proteggere il voto dei cittadini statunitensi.
Il punto controverso riguarda però l’affidabilità delle informazioni utilizzate per individuare gli elettori sospetti. L’inserimento in un elenco non costituisce infatti la prova che una persona sia straniera, che non abbia successivamente acquisito la cittadinanza o che abbia effettivamente votato in maniera illegale.
Una situazione analoga si è verificata in Nevada, dove le autorità federali avevano inizialmente segnalato circa 16mila presunti elettori non cittadini. Dopo ulteriori verifiche, il numero era sceso a 185 nominativi, risultati poi appartenere a cittadini americani.
Le contestazioni hanno aperto un confronto anche sui limiti dell’intervento federale nell’organizzazione delle elezioni, materia che la Costituzione statunitense affida principalmente agli Stati e al Congresso.
Documento d’identità e voto per posta, tornano le polemiche
Trump ha ripreso anche due temi ricorrenti nelle sue campagne elettorali: l’identificazione degli elettori e il voto per corrispondenza.
Il presidente critica le norme di alcuni Stati che consentono di votare senza presentare un documento fotografico, sostenendo che potrebbero favorire sostituzioni di persona e voti illegali.
Le ricerche sulle frodi elettorali, tuttavia, indicano che i casi accertati di voto mediante falsa identità sono estremamente rari e non dimostrano l’esistenza di manipolazioni diffuse capaci di alterare sistematicamente i risultati.
Anche il voto per posta, utilizzato da una parte consistente dell’elettorato americano, è finito nuovamente sotto accusa. L’amministrazione aveva tentato di introdurre ulteriori restrizioni alla distribuzione delle schede, ma la Corte Suprema ha lasciato in vigore un provvedimento giudiziario che ne impedisce l’applicazione per le elezioni di novembre.
Nonostante le critiche, Trump ha comunque invitato i propri sostenitori a utilizzare anche il voto per corrispondenza.
Un milione di dollari a chi denuncia una frode
L’iniziativa più clamorosa è arrivata il 26 ottobre attraverso Truth Social, la piattaforma del presidente americano.
Trump ha annunciato una ricompensa di un milione di dollari per chiunque fornisca informazioni su frodi elettorali, passate o future, purché le segnalazioni conducano all’arresto e alla condanna dei responsabili.
Non sono stati chiariti, tuttavia, i meccanismi di finanziamento della ricompensa né le procedure attraverso le quali dovrebbe essere eventualmente corrisposta.
L’annuncio si aggiunge alle iniziative giudiziarie e amministrative con cui la Casa Bianca sostiene di voler rafforzare la sicurezza del voto.
Le opposizioni e diverse organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti elettorali temono invece che l’accumularsi di accuse non dimostrate possa indebolire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e alimentare contestazioni dei risultati.
Il precedente delle presidenziali del 2020
La vicenda richiama inevitabilmente quanto accaduto dopo le elezioni presidenziali del 2020, quando Trump rifiutò di riconoscere la vittoria di Joe Biden, denunciando presunte frodi su larga scala.
Le accuse non trovarono conferma nelle verifiche e nei procedimenti giudiziari avviati successivamente.
A differenza di allora, oggi Trump dispone però degli strumenti dell’amministrazione federale, attraverso i quali può promuovere indagini, ricorsi e iniziative riguardanti le procedure elettorali.
La distinzione fondamentale rimane quella tra il diritto di verificare eventuali irregolarità, che devono essere perseguite quando accertate, e l’affermazione dell’esistenza di frodi generalizzate senza prove sufficienti.
Il voto del 3 novembre sarà quindi un passaggio decisivo non soltanto per il futuro equilibrio politico del Congresso, ma anche per verificare come le istituzioni americane affronteranno eventuali contestazioni dei risultati elettorali.










