2 Novembre 2026 - 9.24

La grande bufala: i soldi per le armi tolti agli ospedali

Umberto Baldo 

C’è una bufala che circola da mesi nel dibattito politico italiano. 

Una bufala talmente ben confezionata che è riuscita a conquistare anche una parte dell’informazione, che evidentemente trova più comodo ripeterla che verificarla. 

E’ quella secondo cui il Governo Meloni, spendendo soldi per la difesa, starebbe sottraendo risorse alla sanità, alla scuola e al welfare.

Una narrazione semplice, suggestiva, perfetta per i comizi e per i cortei. 

Peccato che abbia un piccolo difetto: mette insieme cose diverse, facendo finta che siano la stessa cosa.

Partiamo dai fatti.

L’Europa ha messo in campo il piano Readiness 2030, conosciuto inizialmente come ReArm Europe, con l’obiettivo di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità di difesa del continente.

Attenzione alla parola “mobilitare”, perché non si tratta di 800 miliardi che Bruxelles distribuisce agli Stati.

Fra gli strumenti principali ci sono i 150 miliardi del programma SAFE, che sono prestiti destinati a finanziare investimenti ed acquisti nel settore della difesa, secondo regole precise.

Sono soldi vincolati alla loro destinazione. Non possono essere utilizzati per assumere medici, costruire ospedali, alleggerire il costo delle bollette, pagare pensioni od aumentare gli assegni sociali.

Poi c’è la cosiddetta “Clausola di salvaguardia nazionale”, che consente agli Stati, su loro richiesta, di derogare temporaneamente al percorso di spesa netta concordato con l’Unione europea, aumentando la spesa per la difesa senza che questo comporti automaticamente una violazione delle regole fiscali (è prevista nel limite massimo dell’1,5% del Pil, e per una durata massima di 4 anni). 

Anche qui, però, non c’è nessun trasferimento di risorse dalla Sanità alla Difesa. 

Si tratta di una maggiore possibilità di spesa in deficit.

Naturalmente questo non significa che ogni euro speso per la Difesa sia gratuito. 

I prestiti vanno restituiti, gli interessi si pagano, e le maggiori spese nazionali hanno comunque un costo per i contribuenti.

Naturalmente, questo non significa che le risorse pubbliche siano infinite. 

Ogni governo deve decidere come distribuire le proprie disponibilità finanziarie e non si può escludere che, in determinate circostanze, una maggiore spesa per la difesa comporti la rinuncia ad altre spese. 

Ma da qui a raccontare che Bruxelles ed il Governo stanno svuotando gli ospedali per riempire gli arsenali ce ne passa.

La domanda, allora, è un’altra: perché questa confusione viene alimentata?

La risposta probabilmente è nella straordinaria rendita politica che il tema della pace garantisce a chi riesce ad appropriarsene.

In Italia, dove una parte consistente dell’opinione pubblica considera ancora la difesa militare qualcosa di eticamente discutibile, basta pronunciare le parole «più cannoni, meno ospedali» per ottenere un risultato comunicativo immediato.

Non importa che il ragionamento sia economicamente approssimativo. 

Non importa che si confondano prestiti vincolati, flessibilità fiscale e bilanci nazionali. L’importante è che il messaggio arrivi.

E così Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Maurizio Landini possono continuare a battere sul tasto della contrapposizione fra armi e welfare.

Naturalmente ciascuno è liberissimo di essere contrario all’aumento delle spese militari. 

È una posizione politica legittima, che merita di essere discussa e rispettata.

Ma allora si abbia il coraggio di dirlo apertamente.

Si spieghi agli italiani che cosa si intende fare in alternativa. 

Perché dichiararsi pacifisti è relativamente facile. 

Molto più difficile è spiegare come si garantisce la pace quando dall’altra parte c’è qualcuno che non ha nessuna intenzione di rispettare i nostri desideri.

Ma c’è una cosa che non si può fare: limitarsi a dire no. 

Chi contesta il riarmo europeo ha il dovere politico di spiegare quale alternativa propone. Come intende garantire la sicurezza dell’Europa? Con quali strumenti? Affidandosi ancora agli Stati Uniti? Confidando nella buona volontà di Putin? Oppure immaginando che basti sventolare una bandiera arcobaleno perché le autocrazie rinuncino alle loro ambizioni?

La pace è un obiettivo. La difesa è uno degli strumenti per conservarla. 

E confondere le due cose, oltre che essere un errore, è un lusso che l’Europa potrebbe non potersi più permettere

E qui arriviamo al punto.

L’Europa non sta aumentando le spese militari perché improvvisamente è diventata guerrafondaia. 

Lo fa perché il mondo è cambiato, perché la guerra è tornata nel continente europeo, e perché decenni di dipendenza strategica dagli Stati Uniti hanno presentato il conto.

Possiamo discutere se spendere il 2%, il 3% o il 5% del PIL. 

Possiamo discutere come spendere, dove acquistare, quali sistemi d’arma privilegiare, e come evitare sprechi ed interessi industriali particolari.

Tutto legittimo.

Ma raccontare che ogni euro destinato alla difesa viene sottratto alla sanità o alla scuola è un’altra cosa.

È una scorciatoia propagandistica.

E forse sarebbe ora che anche una parte dei nostri organi di informazione, prima di ripetere gli slogan dei cortei, provasse a leggere qualche regolamento europeo.

Non è richiesto un dottorato in economia. 

Basta un po’ di curiosità e, possibilmente, la calcolatrice.

Umberto Baldo

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