La Lega voleva unire il Nord. Adesso rischia di perdere il Veneto

Umberto Baldo
Ci risiamo.
Dopo Sappada adesso tocca a San Michele al Tagliamento.
E questa volta, insieme al Comune, potrebbe partire anche Bibione, uno dei gioielli turistici del Veneto, con tutto quello che rappresenta in termini di presenze, attività economiche e gettito fiscale.
La vicenda dei Comuni veneti che guardano al Friuli Venezia Giulia per cambiare Regione non è più una curiosità folcloristica, né una questione di campanili.
È diventata una questione politica seria.
E sarebbe sbagliato prendersela con gli amministratori e con i cittadini che prendono in considerazione questa possibilità.
Se la Costituzione consente ad una comunità di chiedere il distacco da una Regione e l’aggregazione a un’altra, non vedo perché dovremmo scandalizzarci quando qualcuno esercita questo diritto.
Anzi, ritengo che i cittadini debbano poter scegliere liberamente il territorio nel quale vivere ed amministrare la propria comunità.
Ma a una condizione: che la scelta avvenga fra territori che godono delle stesse condizioni di partenza.
Ed è proprio qui che casca l’asino.
Perché Veneto e Friuli Venezia Giulia non giocano la stessa partita.
Il Friuli è una Regione a Statuto Speciale, il Veneto no.
E questo significa maggiori disponibilità finanziarie, diverse compartecipazioni al gettito tributario e, conseguentemente, maggiori possibilità di intervento sul territorio.
Non è una questione di simpatie o di campanilismo.
Sono differenze scritte nelle norme che regolano il funzionamento delle autonomie speciali.
Ora, proviamo a metterci nei panni di un Amministratore di San Michele al Tagliamento.
Da una parte c’è il Veneto, dall’altra il Friuli Venezia Giulia.
Due territori confinanti, con rapporti economici e sociali consolidati, ma con disponibilità finanziarie e strumenti di intervento differenti.
Perché mai dovrebbe ignorare questa differenza?
E perché un cittadino veneto dovrebbe considerarsi meno meritevole di servizi pubblici, infrastrutture e investimenti rispetto ad un cittadino friulano?
La nostra Costituzione, quella che qualcuno continua a definire la più bella del mondo, all’articolo 3 proclama l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale.
Poi, però, all’articolo 116 riconosce autonomie speciali che producono differenze finanziarie profonde.
Non sto dicendo che le autonomie speciali siano di per sé illegittime.
Hanno una storia e ragioni che in parte appartengono a un’altra epoca, su cui forse sarebbe il caso di aprire una riflessione, e forse tirare una riga.
Mi sembra evidente che non possiamo fingere di non vedere le conseguenze di questo sistema.
E attenzione: il fenomeno potrebbe non fermarsi al Friuli.
Finora abbiamo guardato verso Est, ma c’è anche chi guarda a Nord-Ovest.
Cortina d’Ampezzo, insieme a Livinallongo e Colle Santa Lucia, ha già votato nel 2007 per il distacco dal Veneto e l’aggregazione al Trentino-Alto Adige.
Quel passaggio non si è poi concretizzato, ma la tendenza mi sembra evidente.
E non è difficile immaginare che qualche Comune veronese di confine possa, prima o poi, guardare con interesse alle condizioni delle Province autonome di Trento e Bolzano.
Insomma, potremmo assistere ad un fenomeno curioso: Comuni veneti che cercano la porta d’uscita verso Est e verso Ovest, inseguendo le condizioni finanziarie delle Regioni e Province autonome confinanti.
Arriviamo al paradosso.
Immaginiamo che domani TUTTI i Comuni del Veneto chiedano di essere aggregati al Friuli Venezia Giulia o al Trentino-Alto Adige.
Che cosa farebbe la casta romana? Continuerebbe a considerare queste richieste una somma di bizzarrie localistiche, oppure finalmente si domanderebbe se non sia il sistema a essere sbagliato?
Perché a quel punto non basterebbero più le dichiarazioni di qualche Presidente di Regione, né le rassicurazioni dei partiti.
Ci sarebbe un’intera Regione che, almeno idealmente, starebbe votando con i piedi contro un ordinamento che la penalizza.
E qui arriviamo alla questione politica.
C’è un partito che più di ogni altro dovrebbe interrogarsi su quanto sta accadendo: la Lega.
La Lega Nord nacque anche per questo.
Per dare voce a un Nord produttivo che si sentiva penalizzato dal centralismo romano, per costruire un sistema federalista, per chiedere che le risorse prodotte sui territori fossero utilizzate in misura maggiore per i territori stessi.
Non era soltanto una questione di slogan. Era un progetto politico che aveva conquistato milioni di elettori.
Poi è arrivato Matteo Salvini.
La Lega ha progressivamente abbandonato la sua dimensione e “visione” settentrionale per trasformarsi in un Partito nazionale, con ambizioni e programmi rivolti all’intero Paese.
Il Nord è diventato una parte dell’elettorato, non più il centro della sua ragione d’essere.
La questione settentrionale è finita in secondo piano, mentre l’Autonomia, che per anni era stata la bandiera del movimento, è rimasta soprattutto una promessa elettorale.
I risultati in Veneto raccontano almeno una parte di questa storia. Alle Europee del 2019 la Lega aveva sfiorato il 50 per cento. Nel 2024 è scesa al 13,15%.
Naturalmente non si può attribuire tutto questo ad una sola ragione. Ma sarebbe difficile sostenere che il rapporto fra la Lega ed il suo elettorato settentrionale sia rimasto quello di un tempo.
E adesso c’è anche questa vicenda.
La Lega, che aveva promesso di liberare il Nord dal centralismo romano, si ritrova a fare i conti con Comuni veneti che guardano al Friuli od al Trentino-Alto Adige perché considerano più conveniente cambiare Regione.
C’è qualcosa di paradossale.
Per decenni ci hanno raccontato che il problema era Roma, che il Nord produceva ed il Sud consumava, che bisognava trattenere sul territorio una quota maggiore delle risorse
Adesso finalmente ci rendiamo conto che, all’interno dello stesso Nord, ci sono cittadini con possibilità finanziarie e servizi pubblici potenzialmente molto diversi a seconda della Regione in cui risiedono.
E allora la domanda non è più soltanto perché San Michele al Tagliamento voglia diventare friulano.
La domanda è perché il Veneto debba continuare a competere con territori che dispongono di condizioni finanziarie diverse.
Le alternative, a mio avviso, sono due.
O si rivede seriamente il sistema delle autonomie speciali, portando tutti i cittadini a condizioni di maggiore uguaglianza, oppure si riconosce alle Regioni ordinarie un’autonomia effettiva, con strumenti e risorse comparabili.
Continuare a lasciare le cose come stanno significa alimentare una concorrenza istituzionale nella quale le Regioni ordinarie partono svantaggiate.
E la Lega, che di questa battaglia aveva fatto la propria ragione di esistenza, dovrebbe essere la prima a rendersene conto.
Ma forse, nel frattempo, è troppo impegnata a occuparsi del resto d’Italia.
E il Veneto può aspettare.
Umberto Baldo










