Il PD, da partito guida a notaio del campo largo?

Umberto Baldo
C’è qualcosa di curioso in quello che sta succedendo nel Partito Democratico di Elly Schlein.
Il Partito Democratico è il partito più consistente del cosiddetto campo largo.
Per dimensioni, storia e tradizione politica dovrebbe essere quello che detta l’agenda, propone una piattaforma e cerca di convincere gli alleati a seguirla.
Non significa imporre la propria volontà agli altri, ma esercitare quella funzione di guida che normalmente spetta alla forza principale di una coalizione.
Invece, leggendo le indiscrezioni di stampa su quello che emerge dal tavolo programmatico con Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, si può avere l’impressione che il PD abbia scelto un mestiere diverso: quello del “notaio”.
Conte rilancia il Reddito di cittadinanza (magari con la nuova denominazione di Reddito 2.0)?
Si apre la discussione.
AVS propone addirittura un reddito universale?
Anche questo finisce sul tavolo.
Si parla di salario minimo, di settimana lavorativa a 32 ore a parità di salario, di patrimoniale? Tutto diventa materia di confronto.
Sia chiaro: discutere le proposte degli alleati è normale.
È proprio questo il senso di una coalizione.
Ma un conto è confrontarsi, un altro è dare l’impressione di essere disposti ad accogliere qualsiasi proposta pur di non compromettere l’unità del gruppo.
E qui torniamo alla formula che Elly Schlein ha fatto diventare il proprio marchio politico: «testardamente unitari».
Una formula che rischia di produrre un risultato singolare: essere talmente impegnati a tenere insieme gli altri da finire per perdere se stessi.
Ma veniamo alle proposte fon qui trapelate, perché qui la faccenda diventa ancora più interessante.
Il Reddito di cittadinanza è stato il prototipo di una concezione dell’assistenza pubblica che merita qualche riflessione.
Non perché combattere la povertà sia sbagliato, anzi.
Ma perché quella misura ha mostrato quanto possa essere complicato distribuire risorse pubbliche senza un sistema di controlli adeguato, senza verifiche efficaci e senza un collegamento credibile fra sostegno economico e inserimento lavorativo.
In cinque anni, Reddito e Pensione di cittadinanza hanno comportato una spesa superiore a 34 miliardi di euro.
E non sono mancati tanti, troppi casi di indebita percezione, compresi quelli di cittadini stranieri che dichiaravano una residenza in Italia mentre vivevano stabilmente all’estero. Un festival dell’arraffa, arraffa! In barba al contribuente!
Non tutti i beneficiari erano furbetti, naturalmente. Moltissime famiglie erano realmente in difficoltà e avevano diritto a essere aiutate.
Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che il sistema non abbia mostrato falle importanti.
Adesso immaginiamo che le diverse proposte avanzate dagli alleati trovino effettivamente spazio nel programma comune.
Al ritorno del Reddito di cCttadinanza si potrebbe aggiungere il reddito universale immaginato da AVS, il salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore a parità di retribuzione e un ulteriore rafforzamento delle politiche assistenziali.
Non sono misure equivalenti, e sarebbe sbagliato confonderle.
Hanno però una caratteristica comune: comportano costi economici e finanziari che qualcuno dovrà sostenere.
Un reddito universale in particolare, avrebbe dimensioni finanziarie potenzialmente enormi.
E qui arriva la domanda che, almeno per ora, sembra rimanere sullo sfondo: chi paga?
Perché una cosa è compilare un elenco di buone intenzioni, un’altra è presentare un programma economicamente sostenibile.
La patrimoniale, tanto cara ad AVS, potrebbe essere proposta come una delle fonti di finanziamento, anche se potrebbe disincentivare gli investimenti e far fuggire mi capitali.
Ma pensare che basti tassare i grandi patrimoni (che si spostano con un clic, tranne le case) per sostenere stabilmente un sistema sempre più esteso di trasferimenti e prestazioni sociali sarebbe un’illusione contabile.
Non basta individuare qualcuno a cui prelevare denaro.
Bisogna anche capire quanto si può raccogliere, per quanto tempo e con quali conseguenze sugli investimenti e sulla produzione di ricchezza.
Il welfare è una conquista fondamentale delle democrazie europee. Ma proprio perché vogliamo conservarlo, dobbiamo preoccuparci della sua sostenibilità.
Non possiamo trasformarlo in una gigantesca macchina distributiva alimentata dalla speranza che le risorse necessarie saltino fuori da qualche parte, come gli zecchini d’oro di Pinocchio.
E qui torniamo al PD.
Dove sarebbe finita la sua tradizione riformista?
Quella cultura politica che, pur nella diversità delle sue componenti, aveva cercato di tenere insieme giustizia sociale, crescita economica, responsabilità finanziaria e collocazione europea?
Dove sono finiti quelli che ritenevano che il lavoro fosse lo strumento fondamentale di emancipazione delle persone, e che la ricchezza andasse prima prodotta e poi distribuita?
Non sto dicendo che le proposte di Conte e Fratoianni siano tutte sbagliate.
Sto chiedendo quale sia la posizione autonoma del PD, quali proposte intenda difendere e soprattutto quali limiti sia disposto a porre ai propri alleati.
Perché un partito che aspira a governare il Paese dovrebbe anche saper dire qualche no.
Dovrebbe avere il coraggio di spiegare che non tutto è finanziabile, che non ogni problema si risolve con un sussidio, e che la giustizia sociale non consiste nel promettere a tutti qualcosa pagato da qualcun altro.
Il rischio, al momento, è che il «testardamente unitari» di Schlein si traduca in una curiosa divisione dei compiti: Conte propone, Fratoianni rilancia, Bonelli aggiunge, e il PD verbalizza.
Una coalizione può certamente nascere da un compromesso. Ma un compromesso non può sostituire un’identità politica.
E soprattutto, se il PD vuole davvero guidare il campo largo, dovrebbe ricordarsi che gli elettori non cercano un notaio che certifichi le idee degli altri. Cercano qualcuno che abbia il coraggio di metterci le proprie.
Altrimenti, più che un programma di governo, rischiamo di ritrovarci davanti a un catalogo di promesse elettorali.
Con una piccola differenza rispetto ai normali cataloghi: il prezzo lo scopriremo soltanto dopo averlo comprato.
Umberto Baldo










