3 Novembre 2026 - 9.31

Altra grande bufala: vogliono affossare la scuola

Umberto Baldo

C’è un principio elementare che vale praticamente in qualsiasi attività umana: quando diminuiscono gli utenti, i clienti o le persone da servire, prima o poi bisogna adeguare anche gli organici.

Succede nelle Banche, negli Uffici postali, nelle aziende, nei negozi, nei servizi pubblici. 

Se una Banca chiude gli sportelli perché i clienti diminuiscono, non assume altri dipendenti per mantenere invariato il rapporto fra impiegati e correntisti. Se un’azienda perde mercato, non aumenta il personale per festeggiare l’evento.

È una regola talmente ovvia da sembrare persino sciocco doverla spiegare.

Eppure, in Italia, esiste un settore nel quale questo principio sembra non valere: la scuola pubblica.

Qui la popolazione in età scolare è in forte calo e la scuola deve fare i conti con una trasformazione demografica profonda; ma appena qualcuno propone di adeguare gli organici scatta l’allarme democratico. 

Sindacati, Opposizioni e Rappresentanze della categoria si mobilitano come se fosse in corso lo smantellamento dell’Istruzione pubblica.

Vediamo allora di mettere qualche numero sul tavolo. 

Magari prima di scendere in piazza sarebbe utile leggerli.

Secondo Eurostat, nel 2024 il rapporto fra alunni e insegnanti nella scuola primaria italiana era di 10,5 studenti per docente, contro una media europea di 13,2.

Nella secondaria inferiore il rapporto italiano era di 10,4 contro 11,7 della media UE. Nella secondaria superiore 10,6 contro 11,3.

Non sono cifre inventate da Palazzo Chigi per giustificare la manovra. Sono dati dell’Istituto Statistico dell’Unione europea.

Anche l’OCSE, con il rapporto Education at a Glance 2026, conferma il quadro. 

Nella scuola primaria italiana il rapporto è di 10,5 studenti per insegnante, uno dei più bassi fra i Paesi esaminati.

Ma c’è un dato ancora più interessante.

Fra il 2015 e il 2024, secondo l’OCSE, gli insegnanti della primaria in Italia sono aumentati del 4%, mentre gli alunni sono diminuiti dell’11%.

Avete letto bene: meno studenti, più insegnanti.

E non è finita. 

L’OCSE prevede che la popolazione italiana fra i 5 e i 14 anni diminuirà ulteriormente del 18% fra il 2024 e il 2033.

Con questi numeri, capite bene che descrivere la scuola italiana come un sistema generalmente soffocato dalle cosiddette “classi pollaio” è quanto meno fuorviante. 

Questo non significa che non esistano situazioni locali di sovraffollamento; ma non si può trasformare un problema circoscritto nella fotografia dell’intero sistema scolastico.

Ma il punto vero è un altro.

Qualcuno pensa davvero che si possa continuare ad organizzare la scuola come se questa rivoluzione demografica non esistesse?

Il disegno di legge di Bilancio prevede, dall’anno scolastico 2027/2028, una riduzione delle dotazioni organiche di 4.925 posti per i docenti e 2.049 per il personale ATA, per un totale di 6.974 posti.

Il risparmio previsto è di 251,7 milioni di euro annui dal 2028.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non si tratta di mandare a casa settemila insegnanti e dipendenti amministrativi già in servizio. 

Si interviene sugli organici, riducendo i posti previsti. 

Una parte dell’adeguamento potrà avvenire attraverso il mancato rimpiazzo di posti che si liberano naturalmente.

E allora dov’è lo scandalo?

Se diminuiscono gli studenti, è perfettamente ragionevole che diminuisca anche il fabbisogno di personale. 

Il rapporto insegnanti-studenti italiano è già oggi particolarmente favorevole rispetto alla media europea. Questo non significa che si debba peggiorarlo, ma che esistono margini per ripensare la distribuzione delle risorse.

Naturalmente non si tratta di tagliare con l’accetta. 

Ci sono scuole che hanno bisogno di più insegnanti, territori dove mantenere un presidio scolastico è essenziale, alunni con disabilità che richiedono sostegno adeguato. Ma queste sono ragioni per rivedere l’organizzazione, non per dichiarare intoccabile qualsiasi organico.

La difesa corporativa non è una politica scolastica

Quello che colpisce nelle reazioni sindacali e politiche è soprattutto l’assenza di una discussione sul problema vero.

La denatalità è un fatto. La diminuzione degli studenti è un fatto. Il rapporto insegnanti-alunni italiano è un fatto.

Di fronte a tutto questo, quale sarebbe la proposta alternativa?

Mantenere invariato, o addirittura aumentare, il numero degli insegnanti anche quando gli alunni diminuiscono? E per quanto tempo? Fino a quando avremo più docenti che studenti?

La sinistra, che pure ama riempirsi la bocca di modernizzazione, sostenibilità e razionalizzazione della spesa pubblica, dovrebbe spiegare perché proprio nella scuola questi concetti diventano improvvisamente impronunciabili.

Fra l’altro spiegandoci come finanziare  eventualmente questa scelta, non gridando automaticamente allo smantellamento della scuola pubblica ogni qual volta si parla di organici.

Quanto ai Sindacati, il loro compito è comprensibilmente quello di tutelare i lavoratori. Ma la tutela dei posti di lavoro non può trasformarsi nella pretesa di conservare indefinitamente, e magari incrementare, gli stessi organici, indipendentemente dalle necessità del servizio.

E gli insegnanti? La stragrande maggioranza svolge un lavoro importante e spesso difficile. Ma anche nella scuola, come in qualsiasi altra professione, l’interesse legittimo di chi lavora non può essere confuso con l’interesse generale di chi paga il servizio.

La scuola non è un ammortizzatore occupazionale

Il punto è tutto qui.

La scuola pubblica esiste per istruire gli studenti, non per garantire la conservazione degli organici.

Gli insegnanti sono una risorsa fondamentale, ma il loro numero deve essere commisurato alle esigenze dell’istruzione, non trasformato in un diritto acquisito indipendente dalla realtà demografica.

La diminuzione degli alunni potrebbe persino rappresentare un’occasione: riorganizzare gli istituti, migliorare la distribuzione degli insegnanti, ridurre le classi troppo numerose dove esistono, rafforzare il sostegno e investire maggiormente sulla qualità dell’insegnamento.

Naturalmente servono capacità di programmazione ed una visione che vada oltre la prossima manifestazione sindacale.

Ma una cosa dovrebbe essere chiara: non possiamo pretendere che l’intero Paese si adegui alla denatalità, mentre la scuola italiana rimane l’unica eccezione.

Perché, alla fine, resta sempre la domanda che qualcuno dovrebbe avere il coraggio di rivolgere a chi protesta: se domani in una Banca entrassero il 20% di clienti in meno, qualcuno si sognerebbe di chiedere che il numero degli impiegati rimanga invariato?

Nella scuola, evidentemente, sì.

E poi ci chiediamo perché la spesa pubblica italiana sia così difficile da razionalizzare.

Umberto Baldo

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