Il grande bluff dei guru da tastiera: vendono il nulla, collezionano like e si credono geni

Il guru da tastiera e l’arte di spacciare l’ovvio
di Alessandro Cammarano
C’è stato un tempo in cui la saggezza in pillole si scartava insieme a un cioccolatino. Il celebre confetto italiano alla nocciola, fin dagli anni Venti del secolo scorso, offriva con la propria golosità un foglietto di pensieri d’amore e, più tardi, di massime attribuite a poeti e scrittori di un certo peso. Il lettore ne ricavava un sorriso, magari una citazione da sfoggiare a cena, e nessuno si sarebbe sognato di scambiare quel cartiglio per un magistero. Il cioccolatino aveva la decenza di restare cioccolatino.
Seguì il biscotto della fortuna, di origine più californiana che cinese, con il suo oracolo di due righe vaghe e i numeri per il lotto, e il calendario di Frate Indovino, dove i proverbi sul tempo e sui santi avevano almeno il profumo della terra e del sagrato. L’autore era una tradizione, un frate, un anonimo scrivano. Nessuno pretendeva di firmare l’ovvio e di farselo applaudire.
Oggi l’ovvio si firma, si incornicia e si pubblica. Prendiamo uno dei tanti riquadri che circolano sui social: sfondo bianco, bordo blu da partecipazione di nozze (o da necrologio, a scelta del lettore), carattere con le grazie e sigillo del mittente in calce. Il contenuto si riassume in poche righe. Gli ostacoli vanno ignorati, chi osteggia nasconde invidia e frustrazione, i risultati parleranno da soli, i detrattori sono inconcludenti e gli ammiratori, a tempo debito, saranno legione. Il tutto condito dall’invito a non barattare i sogni con la quiete di chi i propri li ha lasciati in un cassetto.
Si noti l’ingegnosità dell’apparato. Il messaggio funziona da salvacondotto universale: qualunque obiezione, in anticipo e a prescindere dal merito, viene dichiarata figlia del rancore. Se il progetto è eccellente, i critici invidiano. Se è un disastro, invidiano lo stesso. Un paracadute che resta chiuso e garantisce comunque l’atterraggio morale, con tanto di applausi dagli spalti. La verifica dei fatti e il dubbio trovano posto in un congegno così ben oliato quanto un oste in un convento.
Né mancano le deliziose contraddizioni. L’estensore raccomanda di lasciar parlare i risultati e intanto parla senza posa, a getto continuo, con la regolarità di un metronomo. Invita a infischiarsi del giudizio altrui e conta puntigliosamente i cuoricini. Esalta la solitudine del coraggioso e la esalta davanti a migliaia di persone in contemporanea. Il bestiario del genere è noto: aquile che non volano, leoni che non ruggiscono, squali che al massimo abboccano, il tutto condito da sveglie all’alba, docce gelate, tazze con la scritta «Vola» e il fatale «mindset», parola passepartout che apre ogni porta, tranne quella della sintassi.
Proviamo allora a figurarci la vita quotidiana di questi poveretti, con la pietà che si deve ai sofferenti. La sveglia delle cinque, vantata nel post, è in realtà quella delle undici, dopo una notte trascorsa a scegliere il carattere tipografico della prossima massima. Il leone, tra le mura domestiche, si contende il telecomando con un gatto e riceve dalla consorte l’ordine perentorio di portare giù l’immondizia. Il fatturato annunciato in ogni didascalia coincide, quando va bene, con una sponsorizzazione di integratori e con la rata del divano. Il contatore delle visualizzazioni viene consultato ogni tre minuti, sul water, a tavola, perfino ai funerali. Gli invidiosi e i frustrati, nemici giurati e raccontati con tanta ferocia, si riducono a un cognato che alza gli occhi al cielo e a una zia che chiede, a Natale, che lavoro faccia esattamente. Risposta, sussurrata sul panettone: «Creo contenuti». Silenzio, e qualcuno ripassa il vino.
E allora, perché c’è bisogno di questa roba? La prima risposta è di bottega. L’ovvio costa zero: non richiede studio, esperienza né il rischio di una smentita, e rende moltissimo, perché chiunque lo legga si riconosce nel protagonista. Il lettore, magari un impiegato con il capufficio in vena di rimproveri, scopre di essere un costruttore incompreso e di avere come nemici il collega, il condomino del terzo piano, l’ex compagno di scuola. Lo specchio lusinga, e lo specchio che lusinga si ricompensa con il pollice alzato.
La seconda risposta è più malinconica. Esiste una domanda di conforto a buon mercato, e chi la soddisfa fa affari. Beati i poveri di spirito, dice la scrittura, perché di essi è il regno dei cieli; ai loro fornitori di frasi spetta il regno dei follower, che rende meglio e si incassa prima. La fragilità, l’incertezza, la sete di approvazione trovano nel sermoncino in cornice un surrogato sbrigativo della fatica di pensare. Nessuno chiede di fare i conti con se stessi: basta condividere.
La terza risposta guarda all’incasso di chi scrive. La frase fatta è merce: alimenta la visibilità, gonfia le comparsate, prepara il terreno a corsi, libri, conferenze e candidature di ogni genere. Chi non ha niente da dire può sempre confezionarlo con eleganza, e l’eleganza, si sa, è la forma più economica di autorevolezza. Il biscotto della fortuna ha almeno la franchezza di non fingersi un trattato.
Resta un dettaglio da rilevare con garbo. Il cioccolatino contava su un’ottima nocciola, e la nocciola era autentica. Dei guru da social, al netto della cornice blu, si dubita invece che sotto la glassa ci sia qualcosa da masticare.










