26 Ottobre 2026 - 9.30

Le pensioni, la memoria corta ed il vizio di gridare al furto

Umberto Baldo

In Italia la memoria della politica è una cosa curiosa.

Un cittadino può dimenticare una legge approvata trent’anni fa. Ci sta. 

La vita è complicata, le leggi sono tante, e nessuno può pretendere che il Sior Bepi tenga in testa la Gazzetta Ufficiale.

Ma da un Parlamentare, soprattutto se ricopre ruoli di responsabilità in un grande Partito, ci si aspetterebbe qualcosa di più.

Almeno la conoscenza delle leggi e della storia politica del proprio Paese.

E invece, quando si parla di pensioni, sembra che la memoria diventi improvvisamente un optional.

Prendiamo le dichiarazioni di questi giorni sui nuovi coefficienti di trasformazione delle pensioni. 

La CGIL denuncia che si andrà in pensione più tardi e con assegni più bassi. 

Arturo Scotto, deputato del PD, parla addirittura di «furto». 

Tino Magni, di Alleanza Verdi e Sinistra, chiede di bloccare gli aumenti automatici dell’età pensionabile e di rivedere immediatamente i coefficienti.

Ora, intendiamoci. Le pensioni sono una questione seria. 

Per chi ha lavorato una vita, sapere che l’assegno sarà leggermente più basso non è esattamente una notizia da festeggiare a champagne.

E discutere delle regole previdenziali è legittimo, anzi doveroso.

La CGIL, infatti, non si inventa la diminuzione dei coefficienti: quella è reale. 

Dal 2027, a parità di montante contributivo e di età pensionabile, il nuovo meccanismo produce un assegno inferiore rispetto a quello calcolato con i coefficienti precedenti. 

A 67 anni, per esempio, il coefficiente scende dal 5,608% al 5,514%. 

Ma attenzione: questo non significa che tutte le pensioni già erogate verranno tagliate. 

I nuovi coefficienti riguardano le prestazioni liquidate dal 2027 e, per chi ha una pensione calcolata con il sistema misto, incidono  solo sulla quota contributiva. 

È una distinzione importante, che non cancella il problema, ma impedisce di raccontarlo in modo impreciso.

Una cosa, dunque, è denunciare gli effetti di un meccanismo previdenziale. 

Un’altra è gridare al «furto», come se qualcuno a Palazzo Chigi avesse escogitato ieri mattina un sistema per sottrarre soldi ai pensionati.

Perché quei coefficienti non sono un’invenzione del Governo Meloni. 

E nemmeno della Fornero.

Detta in altre parole, la storia non si cancella, e la memoria politica non dovrebbe scadere ogni volta che cambiano le maggioranze.

E questa storia comincia nel 1995, con la riforma Dini.

Trent’anni fa. Si avete letto bene: 30 anni, una vita. 

Fu quella legge ad introdurre il meccanismo che trasforma il montante dei contributi versati dal lavoratore in una pensione, sulla base di un coefficiente legato all’età in cui si lascia il lavoro.

In origine, i coefficienti dovevano essere aggiornati ogni dieci anni. 

Ma la politica, come spesso accade quando deve affrontare decisioni scomode, lasciò passare il tempo.

Così si arrivò al 2007. 

Al governo c’era Romano Prodi ed al ministero del Lavoro Cesare Damiano, esponente dei Democratici di sinistra. La legge n. 247 ridusse l’intervallo fra le revisioni da dieci a tre anni.

Vale la pena ricordarlo: non stiamo parlando di un governo di destra. 

Stiamo parlando di un governo di centrosinistra, con un Ministro del Lavoro che apparteneva alla sinistra politica.

Nel 2011, la riforma Monti-Fornero intervenne sul meccanismo di aggiornamento, prevedendo inizialmente la revisione dei coefficienti con cadenza triennale, e solo dal 2019  con l’attuale cadenza biennale. 

Ecco dunque la storia, in estrema sintesi: Dini introduce il sistema, Damiano accelera le revisioni, la riforma Monti-Fornero porta il meccanismo alla cadenza biennale.

Quindi, non è una faccenda nata ieri a Palazzo Chigi per volontà di Giorgia Meloni.  

È una regola che attraversa Governi, Maggioranze e stagioni politiche diverse.

Naturalmente, nessuna legge è scolpita nella pietra. 

Anche i coefficienti possono essere discussi e modificati. 

Il PD ed AVS hanno tutto il diritto di contestare una regola, anche se la propria area politica ha contribuito a costruirla. 

Ma allora devono spiegare perché oggi la considerano sbagliata e, soprattutto, quale alternativa propongono.

Perché il sistema contributivo lega la pensione ai contributi accumulati, ed a parametri che tengono conto anche delle prospettive demografiche. 

Se si vuole impedire che i coefficienti diminuiscano, bisogna chiarire come compensare gli effetti sui conti previdenziali.

Altrimenti siamo alla solita politica degli annunci: promettere tutto a tutti e lasciare a qualcun altro il compito di trovare i soldi.

Ed è qui che la polemica politica diventa interessante.

Per anni la Lega ha promesso di cancellare o superare la legge Fornero, salvo poi scontrarsi con la realtà dei conti pubblici. 

Oggi una parte del Centrosinistra si ritrova a contestare gli stessi automatismi previdenziali che contribuiscono a mantenere in equilibrio il sistema.

La convergenza con la Lega non significa che i programmi dei due schieramenti siano identici. 

Ma su questo terreno, almeno, le loro richieste si avvicinano: bloccare gli automatismi ed intervenire sulle regole che determinano il quando si va in pensione, ed il quanto si riceve.

Si può essere contrari a quelle regole. Ma bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente e di presentare un’alternativa sostenibile.

Quello che non si può fare è fingere di aver scoperto oggi un problema che esiste da decenni, come se nessuno, prima del governo Meloni, avesse mai messo mano alle pensioni.

La questione non è difendere la Fornero per partito preso.

È pretendere che chi governa, ma anche chi aspira a governare, conosca la storia delle regole che vuole cambiare.

Perché un conto è che un cittadino dimentichi la riforma Dini. 

Un altro è che la dimentichi un Parlamentare che, nel chiedere voti, pretende di parlare a nome dei lavoratori.

La politica italiana ha una memoria previdenziale curiosa: quando introduce una regola scomoda la chiama “responsabilità”; quando quella stessa regola presenta il conto, la chiama “furto”. 

E naturalmente il ladro è sempre quello che governa in quel momento.

Umberto Baldo

Potrebbe interessarti anche:

Le pensioni, la memoria corta ed il vizio di gridare al furto | TViWeb Le pensioni, la memoria corta ed il vizio di gridare al furto | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy