26 Ottobre 2026 - 10.58

Lega, il suicidio infinito

Matteo Salvini ha vinto. E nessuno, naturalmente, può contestargli il diritto di festeggiare la riconferma alla guida della Lega.
Il problema è capire cosa abbia vinto davvero.
Perché un conto è contare i voti dei delegati, un altro è convincere gli elettori.
E nella politica italiana, dove spesso si confonde la sopravvivenza di un gruppo dirigente con la salute del partito, la distinzione non è proprio secondaria.
La candidatura di Massimo Garavaglia, conclusasi con la sua sconfitta annunciata e scontata, ha avuto almeno il merito di portare alla luce del sole un malessere che sarebbe difficile liquidare come una semplice manovra di palazzo.
Quando persino esponenti di primo piano della Lega richiamano la necessità di recuperare consensi e valorizzare chi sa parlare al territorio, qualche domanda bisognerebbe pur farsela.
Anche perché la Lega non è nata nei salotti televisivi, nei corridoi romani o nelle dirette sui social.
È nata nelle fumose osterie del Nord, ed è cresciuta soprattutto grazie ad una rete di amministratori, militanti e rappresentanti locali che conoscevano i problemi dei propri territori e sapevano dare voce ad un elettorato ben preciso.
Oggi quel patrimonio è ancora sufficiente a garantire al partito un futuro politico riconoscibile?
È una domanda alla quale non basta rispondere con una riconferma congressuale.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: la posizione di Giancarlo Giorgetti.
Quando un Ministro dello stesso partito richiama l’attenzione sulla necessità di recuperare consensi e valorizzare le persone capaci di conquistarli, il messaggio non può essere archiviato come una banale dichiarazione di circostanza.
Naturalmente, nella Lega nessuno sembra intenzionato a mettere apertamente in discussione la leadership di Salvini.
Ma non è detto che tutti siano convinti che la strada percorsa finora sia quella giusta.
E poi ci sono i Governatori.
Per tutta l’estate abbiamo assistito a dichiarazioni, distinguo, ammiccamenti ed allusioni.
Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e altri esponenti della Lega hanno lasciato intendere che qualcosa dovesse cambiare, che il partito avesse bisogno di una nuova rotta, che il rapporto con Salvini non potesse essere considerato un assegno in bianco.
Sembrava quasi di essere alla vigilia di una rivolta dei territori contro il quartier generale.
Poi è arrivato il momento di contare i voti e di assumersi qualche rischio personale.
E la montagna come sempre ha partorito il solito topolino.
Perché un conto è manifestare il proprio malumore quando non si rischia nulla, un altro è mettere in discussione gli equilibri dai quali dipendono incarichi, candidature e prospettive politiche.
Quando si arriva allo strucco, pardon, al momento decisivo, la prudenza diventa improvvisamente una virtù, e si finisce per scoprire alla fine che «tengono tutti famiglia».
E così Salvini resta al suo posto, mentre i suoi critici interni scoprono che il momento di cambiare le cose non è mai quello giusto.
Almeno finché cambiare le cose potrebbe costare qualcosa a chi dovrebbe farlo.
La domanda, naturalmente, resta: se tanti dirigenti ritenevano necessario un cambiamento, perché nessuno ha avuto la forza o la volontà di sostenerlo fino in fondo?
Perché lamentarsi del capo è relativamente facile. Rinunciare ai vantaggi della propria posizione per provare a cambiarlo è un’altra faccenda.
E poi si apre il capitolo più delicato: il rapporto con Giorgia Meloni.
La Lega fa parte di una maggioranza che deve governare un Paese con problemi economici, industriali e internazionali tutt’altro che trascurabili.
Non può comportarsi contemporaneamente come forza di governo e come opposizione permanente al governo di cui fa parte.
Prendiamo l’Ucraina.
Salvini ha annunciato la volontà di contrastare la prosecuzione degli aiuti militari e finanziari a Kyiv.
È una posizione politica legittima, che può essere discussa e contestata.
Ma quando una forza della maggioranza assume una linea divergente su una questione di politica estera tanto importante, la domanda diventa inevitabile: si tratta di una proposta destinata a tradursi in una scelta concreta oppure di un messaggio rivolto soprattutto al proprio elettorato?
La differenza non è irrilevante.
Nel primo caso si apre un problema di coerenza dell’azione di governo; nel secondo si rischia di trasformare una questione internazionale in uno strumento di competizione interna alla maggioranza.
Infine, c’è il rapporto con la stampa.
Definire «servi» i giornalisti che non condividono le proprie posizioni può forse strappare qualche applauso fra i sostenitori più fedeli.
Ma non aiuta a rispondere alle domande scomode, né a dimostrare di avere argomenti più solidi di quelli degli avversari.
Un politico può criticare un giornale, contestarne un articolo e denunciare eventuali inesattezze.
È persino suo dovere farlo quando ritiene di essere stato ingiustamente attaccato.
Ma dovrebbe ricordare che il giornalista non è tenuto a essere un tifoso del ministro di turno.
La stampa non deve essere amica del potere.
Deve controllarlo.
E questo vale anche quando il potere appartiene a chi gode del consenso di una parte significativa degli elettori.
Resta in piedi la questione fondamentale.
Salvini ha ottenuto una riconferma che gli consente di restare alla guida della Lega.
Ma il congresso non ha cancellato le difficoltà di consenso, non ha risolto le differenze interne, e non ha eliminato le contraddizioni fra la linea del partito e le responsabilità di governo.
La politica, purtroppo per i suoi protagonisti, non si esaurisce nella conta dei voti di un congresso.
Prosegue il giorno dopo, quando bisogna affrontare i problemi reali e dimostrare che gli slogan possono diventare decisioni efficaci.
E allora, per Salvini, la vera partita comincia adesso.
Perché vincere un congresso significa convincere i delegati, e se li hai scelti tu non è certo un problema.
Riconquistare gli elettori è un mestiere decisamente più complicato.
Umberto Baldo

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