Ci avete rubato il futuro. Ma il futuro di chi?

Umberto Baldo
Chi mi conosce sa che ho una certa inclinazione a dissacrare.
Non per il gusto di andare controcorrente a tutti i costi, ma perché diffido delle verità confezionate, degli slogan che sembrano spiegare tutto, e della retorica che ci risparmia la fatica di ragionare.
Per questo quando in questi giorni sento gridare nelle piazze e nei cortei «Ci avete rubato il futuro», mi viene spontanea una domanda: ma che cosa significa, esattamente?
La frase è efficace.
Individua le vittime, trova i colpevoli e mette tutti d’accordo.
O, almeno, tutti quelli che stanno dalla stessa parte dello striscione.
Il problema è che, appena si prova a guardare oltre lo slogan, le cose si complicano.
Perché sarebbe sciocco negare le difficoltà dei giovani.
Salari spesso inadeguati, precarietà, affitti proibitivi nelle città dove si concentrano le opportunità, difficoltà a rendersi economicamente indipendenti.
E poi quella che io considero la colpa peggiore: un debito pubblico monstre che pesa anche su chi non ha partecipato alle decisioni che lo hanno prodotto.
Sono problemi veri. E una parte delle responsabilità appartiene certamente alla politica, che per decenni ha preferito distribuire vantaggi immediati piuttosto che affrontare riforme difficili, scaricando il conto su chi sarebbe venuto dopo.
Ma da qui a sostenere che una generazione abbia rubato il futuro ad un’altra ce ne passa.
Chi sarebbe il ladro? I nostri genitori? I pensionati? Tutti quelli che hanno superato una certa età? Oppure chiunque abbia avuto la fortuna, o il merito, di trovare un lavoro stabile e comprarsi una casa quando costava meno di oggi?
Mettere tutti nello stesso sacco è comodo, ma non particolarmente lungimirante.
Molti di noi hanno lavorato, pagato le tasse, versato contributi, cresciuto figli e contribuito a costruire il Paese in cui viviamo.
Non siamo innocenti per definizione: e magari abbiamo beneficiato di opportunità che oggi sono più rare, e anche lasciato problemi che le nuove generazioni hanno tutto il diritto di contestare.
Ma non siamo neppure una banda di ladri che ha saccheggiato il futuro altrui.
Ogni generazione riceve un’eredità. Dentro ci sono ricchezze, conoscenze, infrastrutture e conquiste civili.
Ma ci sono anche debiti, errori e questioni irrisolte.
È sempre stato così.
I nostri nonni non ci hanno consegnato un Paese perfetto, e noi non abbiamo consegnato ai nostri figli un paradiso terrestre.
Il punto, semmai, è capire che cosa abbiamo sbagliato e come rimediare.
C’è però un’altra questione che mi interessa, e sulla quale lo slogan sembra invitare a riflettere poco.
Una cosa è pretendere opportunità, un’altra è pretendere risultati garantiti.
È giusto chiedere che il lavoro permetta di vivere dignitosamente, che la casa non diventi un lusso, che le regole non proteggano privilegi ingiustificati, e che il merito non sia soffocato dalle condizioni di partenza.
Ma il futuro non è una “pappa pronta” che una generazione deve servire su un vassoio a quella successiva.
La società deve offrire a tutti condizioni di partenza dignitose, non garantire a tutti lo stesso traguardo.
Deve rimuovere gli ostacoli ingiusti, non promettere che ogni aspirazione diventerà realtà.
Perché tra il diritto di costruirsi una vita ed il diritto di riceverla già costruita c’è una differenza che non dovrebbe essere difficile da capire.
E qui la domanda diventa inevitabile: quando si dice «ci avete rubato il futuro», si intende che sono state tolte le possibilità di costruirselo, oppure che non è stato garantito il futuro che si desiderava?
Non sono la stessa cosa.
La prima è una denuncia che merita risposte politiche.
La seconda rischia di diventare un alibi, perché permette di attribuire sempre agli altri la responsabilità di ciò che non va come vorremmo.
Non sto dicendo che bastino impegno e buona volontà per superare qualsiasi ostacolo. Sarebbe una sciocchezza.
Le condizioni economiche e sociali contano, eccome.
Ma contano anche le scelte personali, la capacità di assumersi responsabilità, l’iniziativa e la disponibilità a mettersi in gioco.
Il futuro, insomma, non è un portafoglio che qualcuno ci ha sottratto e che basta farsi restituire.
È qualcosa che si costruisce, correggendo gli errori di chi è venuto prima, e cercando di non ripeterli.
E questo vale per tutti, giovani e vecchi.
Le generazioni precedenti hanno il dovere di non lasciare Istituzioni dissestate, conti pubblici fuori controllo ed opportunità negate.
Le nuove generazioni hanno il diritto di chiedere conto degli errori ricevuti in eredità.
Ma nessuno può pretendere che qualcun altro gli apparecchi la tavola e gli serva il pranzo.
Perché una cosa è rivendicare il diritto di costruirsi un futuro.
Un’altra è considerare quel futuro un debito che gli altri hanno l’obbligo di saldare.
Ecco, su questo dissento dalla retorica dello slogan: il futuro non si eredita già pronto e, soprattutto, non si conquista semplicemente trovando un colpevole.
Si costruisce. E possibilmente, invece di passare il tempo a cercare chi ce lo avrebbe rubato, cominciamo a capire come renderlo davvero possibile.
Umberto Baldo










