27 Ottobre 2026 - 9.40

L’Italia delle Corporazioni

Umberto Baldo

Ci sono parole che sembrano appartenere ai libri di storia e che invece, ogni tanto, tornano a descrivere il presente con una precisione quasi imbarazzante.

Prediamo le Corporazioni.

Nella Firenze medievale le Arti, cioè le organizzazioni dei mercanti, degli artigiani e dei professionisti, non erano semplici associazioni di categoria. 

Erano poteri economici, sociali e politici. 

Le Arti maggiori e quelle minori partecipavano, in forme diverse ed in periodi differenti, al governo della città. 

Appartenere alla Corporazione giusta poteva fare la differenza fra contare qualcosa e restare ai margini della vita pubblica.

Naturalmente, non si trattava di una democrazia nel senso moderno del termine. 

Era un sistema nel quale il potere si distribuiva anche in funzione degli interessi organizzati e della loro capacità di condizionare le Istituzioni.

Molti secoli dopo, il Fascismo avrebbe ripreso il concetto di Corporazione, trasformandolo in uno degli elementi della propria architettura istituzionale. 

Ma attenzione alle differenze: le corporazioni medievali erano organismi nati dalla società e potevano esercitare un potere autonomo; quelle fasciste erano invece inserite in un sistema autoritario, controllato dallo Stato e dal Partito, che pretendeva di superare il conflitto fra capitale e lavoro subordinandolo agli interessi del regime.

Due epoche lontanissime, due sistemi profondamente diversi. 

Eppure, in entrambi, ritroviamo una questione che continua a riguardarci: il rapporto fra gli interessi particolari e l’interesse generale.

Perché mi è venuto in mente tutto questo?

Leggendo la notizia della mobilitazione dei tassisti contro il caro carburanti.

Le cosiddette macchine bianche, dopo autotrasportatori, agricoltori e pescatori, si aggiungono alla lista delle categorie che chiedono al governo un intervento per alleggerire il peso dei costi energetici.

La richiesta ha una sua logica economica. 

Se il prezzo del carburante aumenta, chi lo consuma per lavorare vede ridursi i propri margini. 

E i tassisti fanno presente un problema concreto: le loro tariffe sono regolate dai Comuni, per cui non possono trasferire automaticamente ogni rincaro sui clienti.

Fin qui, nulla da eccepire.

Il problema comincia quando ogni difficoltà economica diventa una richiesta di denaro pubblico, ogni settore pretende un trattamento speciale, ed ogni categoria si presenta davanti al Governo con il proprio elenco di eccezioni.

Gli autotrasportatori chiedono aiuti. Gli agricoltori chiedono agevolazioni. I pescatori reclamano sostegni. Adesso tocca ai tassisti.

E domani?

Domani arriverà qualcun altro, perché in Italia le categorie da proteggere non mancano mai. 

E ciascuna ha una spiegazione convincente per dimostrare che il proprio caso è speciale, che il proprio lavoro è indispensabile, che le proprie difficoltà sono diverse da quelle degli altri.

Il risultato è un sistema nel quale tutti chiedono allo Stato di intervenire, ma quasi nessuno si domanda chi debba pagare.

La risposta, naturalmente, è sempre la stessa: il contribuente. 

Quello che magari usa l’automobile per andare al lavoro, paga il carburante a prezzo pieno, non riceve crediti d’imposta e non può convocare una delegazione davanti al Ministero per ottenere uno sconto.

È qui che l’Italia delle corporazioni incontra l’Italia dei privilegi.

Non sto sostenendo che tutte le richieste siano ingiustificate. Sarebbe una sciocchezza. 

Esistono settori esposti a rincari eccezionali, imprese che rischiano di chiudere, e lavoratori che non possono assorbire indefinitamente aumenti dei costi. 

Ma proprio per questo occorrerebbe una politica economica capace di distinguere le emergenze reali dalle pretese corporative, gli interventi temporanei dalle rendite permanenti.

Altrimenti si finisce per distribuire agevolazioni a chi riesce ad esercitare maggiore pressione politica, anziché intervenire dove esiste un problema dimostrabile, e dove il sostegno pubblico produce un beneficio collettivo.

E c’è un altro aspetto che merita attenzione.

Non è un mistero che una parte importante dell’elettorato dei tassisti guardi a Fratelli d’Italia, e che di conseguenza da questo Governo si aspettino un’attenzione particolare.

Ecco, questo passaggio è forse il più interessante.

Perché trasforma una questione economica in una questione politica. 

Il sostegno al governo sembra diventare una sorta di credito da riscuotere quando le cose si mettono male.

Ma il voto non è un contratto assicurativo. 

Non garantisce che il Governo debba compensare ogni aumento dei costi, ogni perdita di reddito, o ogni difficoltà di una categoria che lo ha sostenuto alle elezioni.

Se fosse così, il bilancio dello Stato diventerebbe una cassa di mutua assistenza fra il partito al governo ed i suoi elettori. 

Una specie di assicurazione politica: oggi ti voto, domani mi restituisci qualcosa.

Il guaio è che, in questo gioco, il contribuente finisce spesso per pagare due volte: prima attraverso le imposte, e poi attraverso le agevolazioni concesse ad altri.

C’è anche un dettaglio che rende la vicenda ancora più curiosa. Per anni abbiamo ascoltato promesse di abolizione delle accise sui carburanti, accompagnate da video e dichiarazioni che denunciavano il peso delle tasse alla pompa. Oggi, con il governo guidato da Giorgia Meloni, quelle accise sono ancora lì e le categorie cominciano a chiedere interventi per contenerne gli effetti.

Non è necessario trasformare questa contraddizione in una polemica di parte. Basta ricordare che governare significa misurarsi con la realtà dei conti pubblici, non soltanto con gli slogan pronunciati quando si è all’opposizione.

Ma la questione più generale rimane.

Un Paese moderno dovrebbe garantire regole ragionevolmente uguali, concorrenza, servizi efficienti, ed una rete di protezione per chi si trova davvero in difficoltà. 

Non dovrebbe trasformarsi in una sommatoria di Corporazioni, ciascuna impegnata a strappare al potere politico un trattamento di favore.

Il mercato non può essere invocato soltanto quando produce profitti, per poi essere dichiarato ingiusto quando presenta il conto. 

E lo Stato non può essere considerato un intralcio quando chiede imposte e un benefattore quando distribuisce aiuti.

La differenza fra una politica economica seria ed una politica corporativa sta proprio qui: la prima valuta i problemi nell’interesse dell’intera collettività; la seconda cerca di tenere buoni, uno alla volta, i gruppi che hanno la forza di protestare.

Nella Firenze medievale le corporazioni si contendevano il potere cittadino. 

Nel fascismo il corporativismo pretendeva di risolvere dall’alto i conflitti fra interessi economici e sociali. 

Nell’Italia repubblicana, per fortuna, abbiamo una democrazia, un Parlamento e istituzioni che dovrebbero rispondere a tutti i cittadini.

Ma il rischio di una politica ostaggio degli interessi organizzati non è scomparso.

E così, mentre tutti chiedono al governo di alleggerire il proprio conto, resta inevasa la domanda più importante: chi si occupa di quello che dobbiamo pagare tutti insieme?

Perché le Corporazioni, quando presentano il conto, hanno sempre un nome ed un cognome; il contribuente che lo paga, invece, spesso non ha neppure un posto al tavolo.

Umberto Baldo

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