23 Ottobre 2026 - 15.46

Il «sì, ma» della sinistra sui teppisti è un regalo al centrodestra. E Meloni incassa e ringrazia

Dalle devastazioni di Milano ai saccheggi in Francia, fino ai piani scoperti a Padova: negozi distrutti, cittadini impauriti e giovanissimi organizzati sui social. Ma una parte della sinistra, italiana ed europea, sembra più impegnata ad accusare i governi e a spiegare le ragioni della rabbia che a dare voce alle vittime.

Milano messa a ferro e fuoco, negozi svaligiati, vetrine distrutte, barricate incendiate, turisti in fuga e poliziotti bersagliati con pietre, bottiglie e bombe carta. In Francia, contemporaneamente, un’ondata di devastazioni ha investito Parigi e numerose altre città, con migliaia di attività commerciali danneggiate, saccheggi e incendi.

Gli episodi del 17 e 18 ottobre 2026 non sono rimasti isolati. In Italia, le indagini della Digos hanno coinvolto numerose città, mentre a Padova sono stati scoperti gruppi di adolescenti che, secondo gli investigatori, progettavano attraverso Instagram e WhatsApp assalti ai negozi, danneggiamenti e aggressioni alle forze dell’ordine.

Il 23 ottobre la Polizia ha comunicato di aver effettuato perquisizioni in diciotto città italiane, interessando circa cento persone, 51 delle quali minorenni. Nello stesso giorno, a Padova, undici giovani sono stati raggiunti da provvedimenti preventivi, otto dei quali minorenni. Le chat contenevano indicazioni su come infiltrarsi nei cortei e individuavano persino due negozi di calzature da saccheggiare.

Non una generica rabbia giovanile, dunque, ma in diversi casi veri e propri progetti di razzia.

Eppure, davanti a episodi di questa gravità, una parte del dibattito politico sembra svilupparsi secondo uno schema ormai consolidato: prima una rapida presa di distanza dalla violenza, poi una lunga spiegazione delle responsabilità sociali, economiche e soprattutto politiche del governo.

Un meccanismo che rischia di trasformarsi nel migliore assist possibile a Giorgia Meloni.

La sinistra italiana: dalla solidarietà ai fermati alla colpa del governo

Tra le dichiarazioni più controverse figura quella di Lorenzo Pacini, assessore del Pd al Municipio 1 di Milano e aspirante candidato sindaco. All’indomani delle devastazioni ha accusato le forze dell’ordine di aver attuato una repressione ingiustificata e ha espresso solidarietà ai giovani che denunciavano pestaggi.

Parole pronunciate mentre Milano contava i danni, gli agenti feriti e le attività commerciali saccheggiate.

Anche l’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis è intervenuta, manifestando preoccupazione per i ragazzi fermati, soprattutto minorenni con background migratorio. Nel suo messaggio ha accusato la destra di autoritarismo, classismo e razzismo, richiamando il dovere di garantire i diritti degli indagati.

Nessuno contesta quel principio. Ma la domanda politica è inevitabile: perché la prima e più energica presa di posizione pubblica sembra riguardare il trattamento dei fermati, anziché la sicurezza delle persone aggredite e dei commercianti danneggiati?

Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, ha invitato a interrogarsi sulle cause del fenomeno e sulle misteriose sigle che avevano convocato le manifestazioni. Ha osservato che prendere le distanze dalla violenza non basta, perché occorre comprendere quello che sta accadendo tra i giovanissimi.

Una considerazione che può avere un senso sul piano sociologico, ma che diventa politicamente problematica quando l’analisi delle cause finisce per occupare quasi tutto lo spazio della discussione.

Ancora più rappresentativo il ragionamento di Massimo D’Alema. L’ex presidente del Consiglio, il 19 ottobre, ha riconosciuto la gravità della violenza, aggiungendo però che sarebbe incredibile ridurre a un problema di ordine pubblico il malessere del Paese, attribuito anche al fallimento delle politiche governative.

Lo stesso schema si ritrova nelle dichiarazioni di Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in Lombardia, che ha risposto alle critiche di Ignazio La Russa mettendo in discussione la credibilità politica del presidente del Senato nel parlare di violenza di piazza.

Invece di concentrarsi sulle responsabilità degli autori delle devastazioni, il confronto si è così trasformato nell’ennesima polemica tra schieramenti.

E non è finita.

Il 21 ottobre, durante una manifestazione a Milano, Tommaso Goisis, Carlotta Cossutta e Lorenzo Pacini, esponenti impegnati nel percorso delle primarie del centrosinistra, hanno criticato il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza deciso dal governo. Hanno accusato la destra di voler militarizzare la città e sostenuto che la risposta alla rabbia giovanile debba arrivare da politiche su casa, salari e cittadinanza.

Nella loro dichiarazione hanno parlato di «strategie della tensione» del governo Meloni.

Anche il sindaco Giuseppe Sala ha insistito sull’insufficienza degli strumenti repressivi, mentre la vicesindaca Anna Scavuzzo ha richiamato il problema dell’esclusione sociale e delle difficoltà di integrazione.

Sono posizioni differenti, che non equivalgono a un sostegno ai saccheggiatori. Ma il denominatore comune di molti interventi è evidente: spostare rapidamente la discussione dai comportamenti dei responsabili alle mancanze del sistema.

Francia, Mélenchon e la sinistra radicale contro il governo anche dopo i saccheggi

Oltralpe il confronto politico è stato persino più acceso.

In Francia le devastazioni del 17 ottobre hanno coinvolto numerose città e, secondo le prime informazioni fornite dal governo, almeno tremila attività commerciali hanno subito danni o furti. Il conto economico è stato stimato dai rappresentanti del commercio nell’ordine di centinaia di milioni di euro.

Eppure Jean-Luc Mélenchon, leader della France insoumise, ha puntato gran parte delle proprie critiche sulla gestione dell’ordine pubblico, accusando il comando della polizia di aver favorito il caos.

Ha anche respinto la richiesta del governo di scegliere tra istituzioni e violenti, sostenendo che il vero confronto fosse tra una popolazione giovanile in profonda crisi e un esecutivo incapace di risponderle.

Mélenchon ha invitato i propri sostenitori a non partecipare ai saccheggi, ma ha continuato a individuare nelle scelte delle autorità una responsabilità centrale per gli scontri. Interrogato sui poliziotti feriti durante i disordini, ha risposto che questo fa parte del loro mestiere.

Una frase che ha suscitato forti polemiche.

Manuel Bompard, altro esponente di primo piano della France insoumise, ha accusato il governo di preferire il disordine alle risposte sociali e ha contestato l’attenzione dei media alle immagini dei saccheggi.

La deputata Aurélie Trouvé ha a sua volta sostenuto che i veri responsabili della crisi si trovino al governo, accusando l’esecutivo di non essere riuscito a garantire contemporaneamente sicurezza e libertà di manifestazione.

Ma uno degli episodi politicamente più significativi riguarda Mathilde Panot, presidente del gruppo parlamentare della France insoumise.

Il 20 ottobre, durante un’intervista televisiva, Panot ha dichiarato che il suo partito non avrebbe partecipato a un eventuale incontro dei leader politici se fosse servito soltanto a sottoscrivere un documento di condanna delle violenze. Ha invece puntato il dito contro il fallimento del governo, pur chiedendo anche il risarcimento integrale dei commercianti colpiti.

Nello stesso periodo, la deputata Alma Dufour ha risposto con un secco «Tais-toi Raphaël», cioè «Taci, Raphaël», a Raphaël Glucksmann, esponente della sinistra socialdemocratica francese, che aveva denunciato le violenze dei saccheggiatori e il danno arrecato alle rivendicazioni sociali.

Un episodio che rende evidente quanto il confronto abbia diviso anche la sinistra francese, tra chi considera prioritaria una risposta ferma alla criminalità e chi insiste soprattutto sulle responsabilità dell’esecutivo.

Il paradosso europeo è proprio questo: mentre i commercianti devono riparare le vetrine e rimettere insieme le proprie attività, una parte della politica sembra soprattutto impegnata a stabilire quanto le istituzioni abbiano provocato la rabbia di chi le ha distrutte.

L’«esproprio proletario» e le giustificazioni che circolano sui social

C’è poi un livello ancora più estremo, quello dei gruppi radicali che sui social cercano di attribuire un significato politico ai saccheggi.

In Italia, una pagina Instagram denominata “Movimento 17 ottobre” ha diffuso messaggi nei quali la violenza veniva attribuita principalmente alle forze dell’ordine e alle ingiustizie del sistema.

Tra i contenuti circolati anche un video di ragazzi che distribuivano a un senzatetto parte della merce sottratta durante i saccheggi milanesi, accompagnato dalla definizione di «esproprio proletario».

Il linguaggio è significativo.

Un furto viene trasformato in un gesto di redistribuzione sociale. Un’aggressione può essere raccontata come una reazione. La distruzione della proprietà altrui diventa una forma di rivendicazione.

Non è una posizione che possa essere automaticamente attribuita ai partiti di sinistra. È però un esempio concreto di come, negli ambienti più radicali, si tenti di rivestire di significato ideologico comportamenti che hanno come conseguenza immediata il danneggiamento di altre persone.

Anche una parte della stampa progressista cerca soprattutto le ragioni dei violenti

Accanto alle polemiche politiche, colpisce il taglio scelto da alcune note testate giornalistiche nazionali di area progressista.

Nei giorni successivi alle devastazioni sono stati pubblicati servizi che hanno dato ampio spazio alle difficoltà economiche degli adolescenti coinvolti nelle proteste, alle famiglie che non arrivano alla fine del mese, alle discriminazioni e al senso di esclusione.

Un sedicenne, intervistato nei pressi delle barricate incendiate di Milano, ha spiegato che gli oggetti esposti nelle vetrine costavano quanto lo stipendio mensile del padre, presentando la protesta come l’unico modo per essere ascoltati.

In un altro servizio, alcuni ragazzi hanno sostenuto che nell’attenzione pubblica le vetrine danneggiate sembrassero contare più del loro futuro.

E in un intervento d’opinione pubblicato da una testata nazionale progressista, la richiesta di una posizione chiara contro i disordini è stata ricondotta alla propaganda governativa, alle responsabilità storiche della destra e al tentativo di oscurare il disagio sociale.

Naturalmente, intervistare i giovani non significa condividerne i comportamenti. Ma il peso attribuito alle diverse prospettive contribuisce a orientare il racconto pubblico.

Quando il protagonista della narrazione diventa soprattutto il presunto disagio di chi distrugge, chi ha subito la distruzione rischia di scomparire.

Il commerciante che deve sostituire una vetrina, il dipendente che teme per il posto di lavoro, il cittadino costretto a fuggire da una piazza, l’agente colpito da una pietra: sono anche queste le persone alle quali andrebbe chiesto di raccontare la propria esperienza.

Il rischio è costruire un racconto nel quale gli autori delle violenze appaiono principalmente come prodotti delle ingiustizie sociali e le loro vittime finiscono sullo sfondo.

La delinquenza organizzata attraverso le chat non è una rivendicazione sociale

Il caso di Padova evidenzia una contraddizione difficilmente aggirabile.

Secondo le indagini, alcuni giovani avevano programmato di approfittare delle manifestazioni studentesche per saccheggiare negozi e aggredire le forze dell’ordine. Non si trattava di rivendicare migliori condizioni scolastiche o maggiori opportunità lavorative, ma di pianificare specifiche azioni illecite.

Tra i soggetti coinvolti figurano anche adolescenti italiani di seconda generazione, alcuni con precedenti per reati contro la persona e il patrimonio. Le origini familiari non spiegano né giustificano quei comportamenti, così come non permettono di attribuire responsabilità ad altri ragazzi che condividono lo stesso background.

Il punto è che la società offre percorsi di istruzione, formazione e lavoro, certamente imperfetti e non sempre sufficienti. Ma scegliere di organizzare un assalto a un negozio anziché utilizzare le opportunità disponibili resta una decisione della quale rispondere personalmente.

A maggior ragione, sarebbe ingiusto nei confronti dei tantissimi ragazzi di origine straniera che studiano, lavorano e rispettano le regole trasformare ogni comportamento criminale in una conseguenza quasi inevitabile del mancato inserimento sociale.

I problemi di integrazione si affrontano con politiche efficaci. Le gang che pianificano furti e aggressioni si contrastano con indagini, prevenzione e giustizia.

Confondere questi due piani non aiuta né la sicurezza né l’integrazione.

Il regalo politico a Meloni

In questo scenario, la difficoltà comunicativa di una parte della sinistra italiana diventa evidente.

Giorgia Meloni può concentrare il proprio messaggio sulla sicurezza dei cittadini, sulle attività commerciali devastate e sulla necessità di impedire nuove violenze. La conferma arriva dai sondaggi, che dopo 4 anni di governo vede il partito di Giorgia Meloni ben più in alto del risultato delle elezioni del ’22. E chi festeggia perché vede che il campo largo percentualmente è alla pari del centrodestra, non conta la quota di voti di Vannacci, che porta l’intero blocco al 50%.

Le opposizioni hanno certamente argomenti per criticare il governo, compresa l’efficacia dei dispositivi di prevenzione e la capacità di anticipare i disordini. Ma quando ogni intervento sulle devastazioni diventa soprattutto un’occasione per attaccare l’esecutivo e per giustificare le azioni dei teppisti, dipingendoli come ‘vittime’, il tema della responsabilità personale di chi delinque passa in secondo piano.

Non tutta la sinistra si riconosce in questo approccio. Elly Schlein ha preso le distanze dai responsabili delle violenze e in Francia lo stesso Raphaël Glucksmann ha chiesto una risposta ferma ai saccheggi. Anche all’interno del campo progressista esistono quindi posizioni profondamente differenti.

È proprio questa differenza, però, a rendere ancora più evidente la debolezza di certe giustificazioni.

Perché il rischio politico non nasce soltanto da ciò che viene detto, ma dall’ordine delle priorità che emerge dalle dichiarazioni pubbliche.

Se, davanti a una città devastata, le parole più forti vengono riservate al governo, alle forze dell’ordine e alle presunte responsabilità della società, mentre quelle dedicate a chi ha subito le violenze rimangono marginali, il messaggio rischia di allontanarsi dalle preoccupazioni quotidiane dei cittadini.

Il risultato non è necessariamente uno spostamento automatico di consensi, ma un vantaggio nella capacità di imporre i temi del dibattito.

E su un argomento come la sicurezza, il «sì, ma» può diventare politicamente più dannoso di una posizione apertamente contraria.

Perché chi vede distruggere il proprio negozio, chi ha paura di attraversare il centro della propria città o chi assiste a bande di giovanissimi che organizzano razzie attraverso i social difficilmente considera una risposta sufficiente sentirsi spiegare, per l’ennesima volta, quanto sia profondo il disagio dei responsabili.

E mentre una parte della sinistra continua a discutere delle ragioni dei teppisti, Meloni può limitarsi a indicare le vetrine distrutte e domandare chi intenda proteggere le persone che si trovavano dall’altra parte.

Un vantaggio comunicativo che i suoi avversari le stanno consegnando direttamente e gratuitamente. Senza neppure rendersene conto.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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