L’Italia non è la Francia. Ed i maranza non sono rivoluzionari

Umberto Baldo
Si sa che in ogni italiano, in ognuno di noi, si nasconde un Commissario Tecnico della Nazionale, un Presidente del Consiglio, o qualcuno che ricopre una carica che ci autorizza a dire la nostra su qualsiasi questione, pretendendo per di più di avere ragione.
Inutile nasconderci che in questi giorni l’argomento principe sono le violenze dei «maranza», e allora è tutto un fiorire di ricette, di proposte, di ipotesi di provvedimenti atti ad arginare il fenomeno.
Su questa scia, ieri ero con alcuni coetanei, quindi al massimo «rivoluzionari del ’68», e stavamo appunto scambiandoci animatamente qualche idea sulla violenza che sembra aver intaccato la nostra società.
Inevitabilmente si è finiti con i paragoni fra Francia e Italia; con chi sosteneva che la matrice dei disordini fosse la stessa e chi, invece, riteneva che fosse necessario tenere distinte le cose.
Mi sono posto questa domanda: perché ogni volta che nelle nostre città esplode un episodio di violenza giovanile dobbiamo cercare di spiegarlo con le stesse categorie che utilizziamo per le rivolte francesi?
La Francia ha una storia, una composizione sociale e problemi di integrazione che non sono sovrapponibili a quelli italiani.
La Francia, del resto, porta con sé una storia coloniale e migratoria diversa dalla nostra.
In alcune grandi aree urbane, le banlieues sono diventate il simbolo di problemi che si trascinano da decenni: segregazione sociale, disoccupazione, difficoltà d’integrazione, e rapporti spesso conflittuali con le Istituzioni.
Anche in Italia abbiamo periferie difficili e sacche di disagio, ma non possiamo dare per scontato che la storia, la composizione sociale e le dinamiche siano le stesse.
Anche sul piano economico alcuni indicatori recenti mostrano traiettorie differenti, paradossalmente più favorevoli all’Italia.
Sono differenze che non spiegano automaticamente la violenza, ma che dovrebbero almeno metterci in guardia dalle spiegazioni prefabbricate.
Questo non significa che da noi vada tutto bene, che le periferie siano un paradiso o che il disagio giovanile sia un’invenzione dei giornali.
Significa semplicemente che i fenomeni vanno capiti prima di appiccicare loro un’etichetta.
Come accennavo sopra, non credo che alcuni dati economici, pur evidenziando differenze fra i due Paesi, bastino a spiegare il fenomeno.
Sono elementi importanti, perché ricordano che l’Italia non vive la stessa situazione della Francia sotto ogni profilo.
Ma sarebbe un errore speculare pensare che una crescita economica relativamente migliore basti a spiegare, o magari a giustificare, perché un ragazzo decida di aggredire un coetaneo, devastare un negozio o partecipare ad una spedizione punitiva.
Il problema, infatti, è capire di che cosa stiamo parlando.
Una protesta sociale ha, almeno in linea di principio, delle ragioni riconoscibili.
Può essere condivisibile o sbagliata, pacifica o degenerare nella violenza, ma nasce da una rivendicazione: la casa, il lavoro, la scuola, il costo della vita, l’esclusione da opportunità considerate essenziali, il costo dei carburanti per gli autotrasportatori.
Quando invece gruppi di ragazzi si affrontano per il controllo di una piazza, aggrediscono qualcuno per un video da pubblicare sui social, o trasformano la violenza in una dimostrazione di forza, il discorso cambia.
Non siamo necessariamente davanti ad una rivolta contro la società.
Potremmo essere davanti a qualcosa di diverso: la ricerca di un’identità attraverso il branco, il bisogno di visibilità, il gusto della prevaricazione, la convinzione che intimidire gli altri sia un modo per conquistare rispetto.
E qui entra in scena un protagonista del nostro tempo: il telefonino.
Una volta una bravata rimaneva circoscritta al gruppo che l’aveva compiuta.
Oggi può diventare uno spettacolo per migliaia di persone.
L’aggressione viene filmata, condivisa, commentata.
La vittima rischia di subire due volte la violenza: prima fisicamente, poi davanti ad un pubblico enorme che guarda, ride o mette un «mi piace».
La rete non ha inventato la stupidità e la ferocia umane, che hanno una storia ben più lunga di TikTok.
Ma può trasformarle in una rappresentazione pubblica, nella quale l’autore del gesto cerca notorietà ed il branco diventa il suo pubblico.
Naturalmente non tutti i giovani sono così.
La stragrande maggioranza studia, lavora, si impegna e cerca di costruirsi una vita senza rompere la testa a nessuno.
Proprio per questo sarebbe sbagliato trasformare una minoranza rumorosa in un ritratto di un’intera generazione.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato assolvere chi delinque spiegando che, in fondo, è soltanto una vittima della società.
Le condizioni economiche contano.
La povertà, la mancanza di opportunità, le famiglie in difficoltà e l’abbandono scolastico possono alimentare situazioni di disagio. Nessuno lo nega.
Ma fra il riconoscere queste cause e considerare ogni comportamento violento una conseguenza inevitabile dell’esclusione c’è una distanza enorme.
La povertà non produce automaticamente criminalità, così come il benessere non garantisce l’educazione civica.
Altrimenti dovremmo concludere che i figli delle famiglie agiate siano immuni dalla prepotenza, e che chi vive in un quartiere difficile sia destinato a delinquere.
Due sciocchezze, prima ancora che due errori di analisi.
C’è poi una questione che in Italia tendiamo a rimuovere: l’Autorità.
Per anni abbiamo discusso di diritti, spesso dimenticando che ogni diritto presuppone anche dei doveri.
Abbiamo qualche volta confuso la comprensione con la giustificazione, l’inclusione con l’assenza di regole, l’attenzione alle cause sociali con la rinuncia a chiedere conto delle proprie azioni.
Ma una società civile non deve scegliere fra prevenzione e repressione.
Deve fare entrambe le cose. Investire nella scuola, offrire opportunità, aiutare le famiglie ed impedire che interi quartieri diventino terra di nessuno.
Allo stesso tempo, occorre far rispettare le regole, proteggere le vittime e garantire che chi commette reati ne risponda personalmente o, nel caso di minori, attraverso la propria famiglia.
Non è una ricetta miracolosa. È semplicemente il minimo che ci si dovrebbe aspettare da uno Stato serio.
E allora è bene ricordarci che l’Italia non è la Francia.
Ma la distinzione non deve diventare un alibi per sottovalutare ciò che accade nelle nostre città.
Se i fenomeni sono diversi, dobbiamo avere la capacità di riconoscerli e di affrontarli con strumenti adeguati, senza importare automaticamente diagnosi e ricette da Parigi.
La domanda finale, per me, è un’altra: vogliamo davvero capire perché alcuni ragazzi trasformano la violenza in un distintivo di appartenenza, oppure ci accontentiamo di discutere se siano vittime della società o nemici della società?
Perché, nel primo caso, dobbiamo lavorare sulle cause senza rinunciare alle responsabilità. Nel secondo, continueremo a litigare sulle etichette mentre qualcuno, nel frattempo, prende a calci una persona per guadagnarsi qualche migliaio di visualizzazioni.
E il contatore dei «mi piace», purtroppo, non misura il grado di civiltà di un Paese.
Umberto Baldo










