Ad metalla. Quando la pazienza finisce

Confesso che, quando vedo le immagini di certe città italiane devastate da bande di ragazzi che sembrano aver scambiato la strada per il cortile di casa e la violenza per un titolo di merito, mi torna in mente un’espressione latina: “ad metalla”.
Per chi non lo sa o non lo ricorda, con la “damnatio ad metalla” nell’antica Roma si indicava la condanna ai lavori forzati nelle miniere.
Una pena durissima, che oggi non avrebbe evidentemente posto in uno Stato di diritto.
Ma quelle due parole mi suggeriscono una domanda: che cosa deve fare una società quando una parte dei suoi giovani considera la convivenza civile una debolezza, ed il rispetto delle regole un segno di stupidità?
Li chiamiamo maranza, black bloc o quant’altro.
Li riconosciamo dalle felpe nere griffate, dai volti coperti, dalle catene d’oro, dagli atteggiamenti da duri, e dai video esibiti sui social come trofei di guerra.
Ma il problema non è come si vestono, quanto da dove vengono o quale musica ascoltano.
Ognuno è libero di avere il look che preferisce, anche se personalmente non lo metterei in cima alla lista delle conquiste della civiltà.
Il problema nasce quando si passa dall’abbigliamento alla sopraffazione: risse, aggressioni, rapine, vandalismi, minacce a chi osa reagire.
Quando le strade, le piazze ed i mezzi pubblici diventano luoghi nei quali il cittadino perbene deve domandarsi se sia prudente passare.
A quel punto non siamo più davanti ad una questione di mode giovanili.
Siamo davanti a un problema di ordine pubblico, di delinquenza, di educazione e, soprattutto, di credibilità dello Stato.
Perché le regole servono a poco se chi le rispetta ha l’impressione di essere l’unico fesso della compagnia.
E la tolleranza, quando non incontra mai un limite, rischia di trasformarsi in una forma di complicità involontaria.
Ma qui arriva la domanda che spesso preferiamo evitare, perché la risposta è scomoda.
Che cosa c’è da recuperare in un ragazzo di dodici o quattordici anni che partecipa a pestaggi, rapine o devastazioni, e magari si compiace pure di esibire le proprie imprese sui social? Davvero possiamo cavarcela ripetendo che è soltanto un ragazzo, che deve ancora crescere, che dietro ogni comportamento c’è un disagio da comprendere?
Certo, a quell’età si è ancora in formazione.
Ed è proprio per questo che famiglia, scuola e istituzioni hanno il dovere di intervenire.
Ma essere giovani non significa essere irresponsabili per definizione, né garantisce che il tempo, da solo, aggiusti tutto.
Soprattutto quando ci troviamo di fronte a fenomeni che la Francia conosce da anni, con quartieri delle periferie urbane, le famose banlieue, nei quali il controllo del territorio da parte delle istituzioni incontra difficoltà serie, e la legge rischia di apparire lontana dalla vita quotidiana
Il recupero deve essere un obiettivo, non un dogma.
Una possibilità da perseguire, non una certezza da proclamare.
Se un ragazzo è recuperabile, bisogna tentare di recuperarlo.
Ma senza dimenticare le vittime, alle quali non possiamo chiedere di diventare ogni volta le cavie di un esperimento pedagogico.
E soprattutto bisogna intervenire in tempo, con fermezza, facendo capire che ogni azione ha delle conseguenze. Anche economiche, quando ne ricorrono i presupposti, per le famiglie, chiamate a rispondere dei danni causati dai figli nei casi previsti dalla legge.
Altrimenti rischiamo di abbandonare proprio quei ragazzi che diciamo di voler salvare, insieme ai cittadini che chiedono soltanto di vivere tranquilli.
Fin qui, si dirà, tutto abbastanza semplice: più controlli, pene certe, meno indulgenza, una scuola nella quale gli insegnanti facciano gli insegnanti e non gli amici, e dove il diritto all’istruzione non venga confuso con il diritto a fare quello che si vuole.
Ma è proprio qui che comincia la parte più delicata del ragionamento.
La storia europea, e non soltanto quella europea, ci insegna che le svolte autoritarie non sono sempre cominciate con popoli innamorati della dittatura.
Spesso hanno trovato terreno fertile nella paura, nell’insicurezza, nella convinzione che le istituzioni democratiche fossero incapaci di garantire l’ordine.
È successo in contesti diversi, con cause e responsabilità che non vanno confuse.
Ma una dinamica ritorna: quando la democrazia appare impotente, cresce la tentazione di affidarsi a chi promette di risolvere tutto con la forza, senza perdere tempo con discussioni, garanzie e procedure.
Il cittadino esasperato ad un certo punto non chiede necessariamente un regime.
Chiede di poter uscire di casa senza paura, di prendere un autobus senza rischiare un’aggressione, di non vedere la propria città consegnata a chi pensa che la prepotenza sia un diritto.
E quando lo Stato non riesce a garantire queste cose, può diventare disposto ad accettare soluzioni che, in condizioni normali, avrebbe rifiutato.
Ecco il pericolo.
Non possiamo accettare che bande di ragazzi impongano la propria legge nelle nostre comunità.
Ma non possiamo nemmeno illuderci che la soluzione consista nel consegnare allo Stato poteri illimitati, nella speranza che qualcuno, finalmente, metta tutti in riga.
La sicurezza è un diritto. L’autorità dello Stato è necessaria.
Non dobbiamo scegliere fra buonismo ed autoritarismo.
Dobbiamo pretendere uno Stato capace di essere fermo senza diventare arbitrario, ed una società capace di tentare il recupero senza trasformarlo nell’obbligo di sopportare tutto.
Quanto ad “ad metalla”, non lo propongo come programma penale.
Anche se, davanti a certe immagini, capisco che la tentazione possa venire.
È una provocazione, naturalmente, ma anche il richiamo ad un’epoca nella quale l’autorità pubblica non era particolarmente incline a chiedere scusa ai delinquenti per averli disturbati mentre infrangevano la legge.
Abbiamo fatto bene a mettere al centro la dignità della persona e i limiti al potere dello Stato. Ma sarebbe un singolare progresso se, nel frattempo, avessimo dimenticato la dignità delle vittime ed il diritto dei cittadini a vivere senza paura.
La civiltà non consiste nel punire con ferocia.
Consiste nel far rispettare le regole, proteggere gli innocenti ed offrire a chi sbaglia la possibilità di cambiare.
Purché sia chiaro che la possibilità di cambiare non equivale al diritto di continuare a sbagliare a spese degli altri.
Perché le città non appartengono alle bande che le devastano.
Appartengono a tutti quelli che ci vivono, ci lavorano e vorrebbero semplicemente tornare a casa tranquilli.
E se per riaffermare questo principio dobbiamo riscoprire un po’ di sano rigore romano, forse non sarà il caso di arrivare a gridare “ad metalla”.
Ma almeno smettiamo di comportarci come se, davanti a chi semina paura, l’unica cosa fuori posto fosse la nostra richiesta di sicurezza.










