Piazze a sinistra, teppisti protagonisti e urne a destra

C’è un grande classico della politica italiana: la sinistra progressista vede una piazza in fermento e si convince di aver trovato il suo nuovo bacino elettorale. Bastano qualche fumogeno, un corteo ben frequentato ed una manciata di slogan contro il sistema per far brillare gli occhi a chi sogna di tornare a Palazzo Chigi.
Il problema è che tra una piazza ed un seggio passa la differenza che c’è tra una suggestione ed un voto.
Immaginare che chi devasta una vetrina il sabato pomeriggio si presenti disciplinatamente la domenica mattina per votare PD o Verdi è una forma di realismo magico.
Per i professionisti della contestazione in passamontagna, il Centrosinistra parlamentare è spesso soltanto il Sistema con una cravatta meno vistosa.
Eppure davanti alle violenze ed alle devastazioni c’è sempre qualche dirigente progressista che si arrampica sugli specchi per condannarle senza irritare i violenti.
Si deplorano i disordini, salvo poi spiegare che bisogna comprendere il disagio sociale, la rabbia e le contraddizioni del capitalismo.
Ma il vero capolavoro della miopia della gauche è non capire chi osserva quelle scene dal marciapiede opposto: il commerciante che paga i danni, il pensionato che vuole tornare a casa tranquillo, il cittadino che non ha nessuna voglia di vedere trasformata la propria città in un campo di battaglia.
Queste persone non sono necessariamente elettori di destra.
Ma difficilmente si sentiranno rassicurate da chi trova sempre una spiegazione per la rabbia altrui e raramente una condanna per questi delinquenti nero vestiti.
In questo modo alla destra viene servito un assist che nemmeno il più generoso dei centravanti avrebbe osato chiedere.
Le basta mostrare le vetrine infrante e lasciare che gli avversari facciano il resto.
Naturalmente, promettere sicurezza è più facile che garantirla.
Ma se la sinistra prepara la campagna elettorale dell’avversario, gli sceglie gli argomenti e gli fornisce pure le immagini per gli spot, lamentarsi della sua propaganda diventa un esercizio di comicità involontaria.
La politica ha le sue leggi elementari: non basta avere una piazza dalla propria parte per avere il Paese dalla propria parte.
Le piazze fanno rumore, ma le urne presentano il conto.
E qualche volta, a forza di strizzare l’occhio a chi urla, si finisce per consegnare la matita a chi osserva in silenzio.




















