19 Ottobre 2026 - 11.40

Milano devastata, Francia in fiamme: dietro la protesta delinquenti di piazza. Ma quali diritti difendono?

Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, automobili incendiate, agenti feriti e perfino un municipio quasi distrutto dalle fiamme. Le violenze che nel fine settimana del 17 e 18 ottobre hanno attraversato l’Italia e la Francia raccontano qualcosa di diverso dalla tradizionale protesta sociale. Una nuova forma di guerriglia urbana, alimentata anche attraverso i social network, nella quale gruppi di giovanissimi sembrano aver trasformato la piazza in un’occasione per sfidare le forze dell’ordine, devastare e saccheggiare. Il tutto dietro parole d’ordine apparentemente nobili: diritti, scuola, salari, giustizia sociale.

Ma quali diritti può rivendicare chi distrugge un negozio, assalta un edificio pubblico o scaglia pietre contro un poliziotto?

Milano, due giorni di devastazioni e saccheggi

Sabato 17 ottobre il centro di Milano è diventato teatro di violenti scontri durante la manifestazione contro il carovita promossa sotto la sigla «Italia in piazza». Centinaia di giovani, molti minorenni e con il volto coperto, hanno affrontato le forze dell’ordine lanciando pietre, transenne, bottiglie e bombe carta.

Piazza Duomo, piazza Cordusio e le strade circostanti sono state attraversate da gruppi che hanno danneggiato arredi urbani, infranto vetrine e costretto commercianti e clienti a barricarsi all’interno dei negozi.

La situazione si è ripetuta domenica 18 ottobre, quando altri gruppi si sono radunati nel centro cittadino, saccheggiando esercizi commerciali e supermercati. Presi di mira, tra gli altri, negozi di abbigliamento sportivo, il punto vendita Levi’s, Under Armour e un Carrefour.

Il bilancio delle violenze di domenica, comunicato dalla Polizia il 19 ottobre, parla di 271 persone accompagnate in Questura, delle quali 220 minorenni, 32 arresti e 14 operatori delle forze dell’ordine feriti.

Sabato gli scontri avevano coinvolto anche Bologna, Torino, Brescia e Bergamo. A Bologna, in particolare, la zona della stazione ferroviaria è stata teatro di lanci di pietre, petardi e transenne contro gli agenti. Le prime stime di Confcommercio indicano danni per almeno un milione di euro tra Milano e Bologna.

Una protesta contro il costo della vita trasformata, almeno da parte dei gruppi più violenti, in un’occasione di devastazione collettiva.

La Francia: scuole incendiate, municipi assaltati e migliaia di arresti

Ancora più drammatico il bilancio francese, dove da settimane le manifestazioni nate negli istituti scolastici si sono progressivamente intrecciate con le proteste contro il carovita e con l’azione di gruppi radicali e violenti.

L’episodio più impressionante è avvenuto a Limoges, dove il municipio ottocentesco è stato devastato da un incendio appiccato durante i disordini. Il tetto dell’edificio è crollato e la struttura ha riportato danni gravissimi.

A Marsiglia gruppi di incappucciati hanno fatto irruzione nell’atrio del municipio e danneggiato una stazione di polizia. A Lione è stato incendiato un ufficio turistico, mentre a Parigi numerosi negozi sono stati saccheggiati e le strade attorno a Place de la République sono rimaste disseminate di vetri, pietre divelte e resti di barricate.

Le autorità francesi hanno comunicato almeno 2.400 arresti in seguito alla nuova ondata di violenze.

Già nelle settimane precedenti erano stati registrati episodi gravissimi: a Nantes era stato incendiato un edificio scolastico e a Marsiglia alcuni responsabili di un liceo erano stati aggrediti e cosparsi di benzina.

Secondo i dati diffusi il 5 ottobre dal Ministero della Giustizia francese, nelle prime settimane dei disordini erano state poste in stato di fermo 5.060 persone, l’87% delle quali minorenni.

Numeri che testimoniano una crisi profonda, nella quale la protesta giovanile convive con comportamenti di una gravità che non possono essere ridotti a semplici intemperanze adolescenziali.

Maranza, seconde generazioni e il nuovo fenomeno dei gruppi violenti

Le indagini italiane hanno evidenziato un elemento che merita particolare attenzione: molti protagonisti degli scontri sono giovanissimi, spesso tra i 13 e i 18 anni, richiamati in piazza attraverso TikTok, Telegram e altre piattaforme digitali.

In alcuni di questi ambienti compare anche il fenomeno comunemente definito dei «maranza», gruppi giovanili caratterizzati da comportamenti provocatori e, in determinate situazioni, violenti.

Secondo le ricostruzioni investigative riportate dalla stampa, tra i partecipanti più aggressivi figurano anche ragazzi italiani di seconda generazione e giovani stranieri, insieme ad altri coetanei italiani.

È però necessario distinguere la provenienza familiare dalla responsabilità individuale: appartenere alla seconda generazione non significa far parte di una gang, così come il termine «maranza» non identifica automaticamente un’organizzazione criminale.

Il vero elemento di novità sembra piuttosto essere la rapidità con cui gruppi differenti riescono a mobilitarsi senza una struttura politica riconoscibile, utilizzando i social come strumento di richiamo e trasformando gli scontri in contenuti da filmare e condividere.

Non soltanto protesta, dunque, ma anche ricerca di visibilità, emulazione e sfida collettiva all’autorità.

Il collegamento con quanto sta accadendo in Francia è oggetto di attenzione da parte degli investigatori italiani, che hanno individuato analogie nelle modalità di convocazione delle manifestazioni e nei comportamenti dei gruppi più violenti.

Il legame con le proteste studentesche: una copertura per la violenza?

Il problema centrale riguarda proprio il rapporto tra manifestazioni legittime e criminalità di piazza.

In Francia le mobilitazioni studentesche sono nate da richieste concrete: più insegnanti, edifici scolastici sicuri, classi meno affollate, maggiori investimenti nell’istruzione e modifiche al sistema di accesso universitario.

In Italia le manifestazioni del fine settimana avevano prevalentemente al centro il costo della vita, gli stipendi, i servizi pubblici e il prezzo dei carburanti. Non erano dunque, in origine, semplici cortei studenteschi.

Sono temi reali, che riguardano milioni di cittadini e meritano risposte politiche.

Ma proprio qui si pone la questione: quanti dei ragazzi che hanno saccheggiato i negozi di Milano stavano realmente manifestando per il salario dei propri genitori? E quale relazione può esistere tra la richiesta di maggiori finanziamenti alla scuola e l’incendio di un istituto scolastico?

Per chi partecipa alle manifestazioni con l’obiettivo di devastare, il richiamo ai diritti rischia di diventare un semplice paravento.

Non significa che le rivendicazioni degli studenti siano inventate o che tutti i manifestanti siano violenti. Significa riconoscere che, all’interno di mobilitazioni legittime, possono inserirsi gruppi interessati soprattutto allo scontro.

La protesta ha obiettivi politici e sociali. Il saccheggio di un negozio non ne ha bisogno.

La sinistra e il confine controverso tra solidarietà e giustificazione

Le devastazioni hanno riaperto anche un confronto politico particolarmente delicato, soprattutto sul ruolo della sinistra e di alcuni movimenti antagonisti.

In Francia, La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ha sostenuto attivamente le proteste studentesche, con parlamentari e militanti presenti accanto ai manifestanti. Il governo francese ha accusato settori della sinistra radicale di aver contribuito ad alimentare il clima di tensione.

Mélenchon ha respinto queste accuse, condannando espressamente incendi e saccheggi e invitando i propri sostenitori a mantenere forme di lotta non violente.

Anche in Italia sono emerse posizioni differenti.

La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha condannato i responsabili delle violenze, chiedendo però che gli scontri non vengano utilizzati per mettere in secondo piano le richieste dei manifestanti pacifici.

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha a sua volta condannato gli episodi violenti, richiamando l’attenzione sulle difficoltà economiche che hanno alimentato le proteste.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invece accusato una parte della sinistra di accompagnare le condanne con distinguo che, a suo giudizio, rischiano di attenuarne la forza.

La questione è politicamente controversa: sostenere una manifestazione non equivale a sostenere gli atti criminali commessi da alcuni partecipanti. E non esistono elementi sufficienti per attribuire indistintamente alla sinistra la responsabilità organizzativa delle devastazioni.

Resta però una domanda sulla quale tutte le forze politiche e i movimenti che partecipano alle mobilitazioni dovrebbero confrontarsi: come isolare concretamente i violenti, evitando che possano utilizzare le rivendicazioni sociali per ottenere visibilità, protezione o una giustificazione ideologica?

La presenza di gruppi antagonisti in alcune manifestazioni italiane, come quella di Bologna, rende questo interrogativo ancora più rilevante. Le responsabilità penali appartengono ai singoli, ma la capacità di distinguere chiaramente tra dissenso e violenza riguarda anche chi promuove e sostiene la protesta.

I diritti non si conquistano distruggendo quelli degli altri

La contraddizione più evidente emerge osservando le vittime di queste giornate.

I commercianti che hanno trovato le proprie attività saccheggiate, i lavoratori costretti a barricarsi nei negozi, gli agenti feriti, gli studenti impossibilitati a frequentare le lezioni e i cittadini che hanno visto danneggiati i propri quartieri hanno anch’essi dei diritti.

Il diritto a lavorare, a studiare, a vivere in sicurezza e a non vedere distrutti beni pubblici e privati.

Le immagini di Milano e delle città francesi impongono quindi una distinzione fondamentale: la rabbia sociale può spiegare perché migliaia di persone scendano in piazza, ma non rende legittima la scelta di chi devasta, aggredisce o saccheggia.

La risposta non può limitarsi alla repressione, perché i problemi delle scuole, dei salari e delle periferie rimangono. Ma neppure può trasformare ogni episodio di criminalità in un’inevitabile conseguenza del disagio sociale.

Il punto è semplice: si possono rivendicare diritti senza calpestare quelli degli altri. Chi sceglie deliberatamente la violenza non può pretendere che basti pronunciare la parola «giustizia» per trasformare un reato in una battaglia civile.

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