Padova, la Sharia e i paletti di una società liberale

Umberto Baldo
Quando la polvere si è posata, le cose si vedono finalmente per quello che sono.
Sulla vicenda della “Camera arbitrale islamica” annunciata a Padova si è detto di tutto.
C’è chi ha gridato all’invasione islamica, e chi ha liquidato ogni preoccupazione come una manifestazione di intolleranza.
Come spesso accade, in mezzo al frastuono il buon senso rischia di essere il primo a chiedere il permesso di uscire.
Proviamo allora a ragionare con calma, senza demonizzare nessuno, ma anche senza far finta che il problema non esista.
Partiamo da una domanda semplice: in un Paese libero, due persone che litigano per una questione di soldi possono decidere di non andare davanti a un giudice ed affidarsi a un arbitro di loro fiducia?
Certamente.
In Italia l’arbitrato privato è previsto dalla legge.
Lo utilizzano imprese e cittadini per risolvere determinate controversie, soprattutto di natura economica. Le imprese in particolare, per avere verdetti in tempi più rapidi rispetto a quelli della Giustizia civile ordinaria.
Non c’è nulla di scandaloso e, naturalmente, non esiste alcun divieto di rivolgersi ad una persona perché musulmana, cattolica, ebrea o atea.
Il problema, dunque, non è la religione di chi svolge l’arbitrato.
Il problema è stabilire quali siano i limiti entro i quali può operare.
Perché una cosa è cercare una soluzione privata ad una controversia, un’altra è pretendere di creare un sistema di giustizia parallelo, fondato su regole che possano prevalere sulle leggi dello Stato.
E qui, per un liberale, i paletti sono irrinunciabili.
La libertà religiosa non è una licenza per sottrarsi alle leggi comuni.
Ognuno è libero di professare la propria fede, di frequentare la propria comunità, e di seguire le regole religiose nella propria vita.
Ma quando le convinzioni personali entrano in conflitto con i diritti degli altri, la questione cambia.
In Italia esistono una Costituzione, leggi approvate da istituzioni democratiche, e Giudici chiamati a garantirne il rispetto.
Non sono regole facoltative, da applicare soltanto quando coincidono con le convinzioni religiose o culturali di ciascuno.
Vale per i musulmani, naturalmente; ma vale anche per i cattolici, per gli ebrei e per chiunque altro.
La laicità dello Stato serve proprio a questo: garantire a tutti la libertà di credere, senza consentire a nessuno di trasformare la propria fede in una legge imposta agli altri.
La famiglia ad esempio non è una zona franca.
Un arbitro privato non può pronunciare un divorzio al posto del Giudice, decidere con autorità pubblica sull’affidamento dei figli, o occuparsi dei reati come se fosse un magistrato.
Alcune questioni patrimoniali possono invece essere oggetto di accordi privati, nel rispetto delle regole previste dalla legge.
La distinzione è importante, perché non tutto ciò che riguarda la famiglia è sottratto agli accordi tra le persone.
Ma i diritti fondamentali non diventano negoziabili soltanto perché due persone appartengono alla stessa comunità religiosa.
Prendiamo la parità tra uomo e donna.
Se una regola religiosa prevede che, in determinate circostanze, una donna debba ricevere una quota di eredità inferiore a quella di un uomo, non è possibile presumere che quella regola possa essere applicata automaticamente in Italia.
Un accordo privato non può diventare lo strumento per aggirare le norme inderogabili ed i principi fondamentali del nostro ordinamento.
L’articolo 3 della Costituzione afferma l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Non è una frase ornamentale, da esibire nelle cerimonie ufficiali, e dimenticare quando diventa scomoda.
Ma c’è un problema ancora più delicato: la libertà di chi è più debole.
Immaginiamo una donna che, all’interno della propria comunità, abbia una controversia economica con il marito o con la famiglia di lui.
Formalmente è libera di rivolgersi al Giudice italiano.
Ma se sa che farlo potrebbe significare essere isolata, perdere il sostegno dei familiari o subire pressioni, quanto è realmente libera di scegliere?
È questa la domanda che merita di essere posta.
Non possiamo presumere che ogni arbitrato di ispirazione religiosa nasconda una sopraffazione.
Sarebbe ingiusto e contrario a quello stesso principio di libertà che vogliamo difendere.
Ma non possiamo neppure ignorare che, in qualsiasi comunità chiusa, la pressione sociale possa diventare uno strumento di condizionamento.
E quando sono in gioco le donne, i figli o le persone economicamente dipendenti, il problema merita un’attenzione particolare.
La libertà non consiste soltanto nel poter accettare una soluzione privata.
Consiste anche nel poterla rifiutare senza paura e nel conservare il diritto di rivolgersi ai Tribunali dello Stato.
Per questo sarà importante capire che cosa la Camera arbitrale annunciata a Padova intenda effettivamente fare, quali controversie voglia trattare, e quali garanzie preveda per chi vi si rivolgerà.
La costituzione di un’associazione privata non dimostra, da sola, che sia stata commessa un’irregolarità.
Ma neppure rende superfluo verificare che la sua attività rispetti la legge italiana.
Non è un dettaglio secondario che anche l’UCOII, una delle principali organizzazioni islamiche italiane, abbia preso le distanze dall’iniziativa, contestando la prospettiva di un tribunale religioso parallelo basato sulla Sharia.
Non servono processi alle intenzioni. Servono regole chiare e controlli quando sono necessari.
In fondo, il punto è tutto qui.
Una società liberale non deve aver paura della diversità religiosa.
Sarebbe una contraddizione difendere la libertà e poi negarla a chi professa una fede diversa dalla nostra.
Ma una società liberale non può nemmeno accettare che, in nome della tradizione, della religione o dell’appartenenza comunitaria, si mettano in discussione diritti che appartengono ad ogni persona.
Non è una questione di Islam contro Cristianesimo, né di italiani contro immigrati.
È una questione di libertà individuale, di uguaglianza davanti alla legge e di rispetto delle istituzioni democratiche.
La regola deve essere semplice: ognuno è libero di vivere secondo la propria fede, ma nessuno può imporre agli altri regole che violino i loro diritti.
Non è un principio contro l’Islam. È il principio sul quale si fonda uno Stato liberale.
E proprio perché siamo liberali, non dobbiamo fare sconti a nessuno. Neppure a chi invoca la religione per pretendere privilegi che non spettano a nessuno.
La libertà religiosa va difesa.
Ma la libertà di chi non vuole sottostare ad una “giustizia religiosa” va difesa altrettanto.
Perché, in una democrazia, la libertà di ciascuno finisce dove comincia il diritto dell’altro.
E la legge non è un menu dal quale ogni comunità può scegliere soltanto le portate che preferisce.
Umberto Baldo




















