Poveri ragazzi, si annoiavano. E allora? L’arte di non fare un cazzo con la scusa del «disagio»

C’è un’incredibile coerenza nel modo in cui l’Occidente protegge i suoi “piccoli bastardi viziati”, le sue “giovani promesse della teppaglia”.
Un tempo li chiamavamo teppisti, delinquenti o, più semplicemente, imbecilli con troppo tempo libero.
Oggi no. Oggi sono “ragazzi che esprimono il disagio”.
C’è qualcosa di sublime nel vedere due ragazzini che, per noia, aggrediscono i passanti dalla loro minicar, fino a mandarne uno in coma.
Ma la parte migliore non è nemmeno la bravata criminale: è la commedia umana che ne consegue.
Entrano in scena i giornalisti col ciglio tremulo, le sociologhe da talk show col tono accorato e lo psicologo di turno, pronto a spiegare che la colpa non è mai del ragazzo, ma della scuola «che non stimola», del Governo «che non ascolta», o magari di TikTok, del rap, dei videogiochi e del cambio di stagione.
Potessimo ammettere che qualche volta un ragazzo fa una carognata semplicemente perché è un cretino senza costrutto, potremmo ancora considerarci una civiltà adulta.
E invece no: meglio inventarsi una giustificazione ideologica da quattro soldi, così che il teppismo diventi magari «lotta di classe» e la pura carogna «richiesta d’aiuto».
Che sollievo per un genitore moderno sapere che il figlio non è un irresponsabile, ma un incompreso martire del nostro tempo.
Il capolavoro della società del benessere non è aver sconfitto la fame o la tubercolosi: è aver trasformato la “stronzaggine” in un diritto al risarcimento emotivo, con tanto di psicologo pronto ad ascoltare i traumi provocati dalla mancanza di like su Instagram.
Scusateci tanto, cari ragazzi: è colpa nostra.
Vi abbiamo dato tutto, tranne l’abitudine a rispondere delle vostre azioni.
E adesso, per non farvi annoiare, dovremmo pure chiedervi scusa.




















