19 Ottobre 2026 - 14.26

I social bannano per una parolaccia, ma danno il palcoscenico a delinquenti

Alessandro Cammarano

Una casalinga lascia sotto un post un’imprecazione di quelle che un tempo si perdonavano al pescivendolo, e l’algoritmo, severo come una badessa ottocentesca, le sospende l’account. Un pensionato commenta il rigore negato alla sua squadra con un lessico da osteria e riceve l’avviso di violazione delle norme della comunità. Un ragazzo scrive una parola fuori posto e vede il suo video scivolare nelle profondità del feed, dove nessuno lo troverà più. La sanzione scatta in poche ore, il ricorso si smarrisce in un labirinto di moduli, l’interlocutore in carne e ossa resta una leggenda metropolitana. I giganti della rete custodiscono il decoro con lo zelo di un portinaio d’altri tempi, e i servizi di streaming, con bollini, filtri parentali e avvisi sui contenuti sensibili, hanno abituato il pubblico a una cautela da collegio.

Per anni il pendolo ha oscillato su questo versante: verificatori arruolati a schiera, vocabolari sospetti, sospensioni a raffica, una vigilanza che scambiava il turpiloquio per minaccia e l’ironia per offesa. Poi il vento è girato. Nel gennaio 2025, due mesi dopo la rielezione di Donald Trump, Mark Zuckerberg ha annunciato la fine del programma di fact-checking affidato a organizzazioni esterne su Facebook, Instagram e Threads. Al suo posto sono arrivate le note compilate dagli stessi utenti, sul modello di X. Sono stati allentati i freni su temi come immigrazione e identità di genere, i filtri sono stati tarati per intervenire solo davanti a una certezza assai più alta, e i team di moderazione hanno traslocato in Texas. Lo stesso Zuckerberg ha ammesso che in rete sarebbe comparso più materiale sgradevole. Dal confessionale si è passati all’open bar senza un gradino intermedio, e nessuno ha spiegato quale principio avesse cambiato idea. Il cambio di rotta somiglia a una banderuola più che a una bussola: gira con il vento che spira da Washington.

Tra i fatti che inquietano la coscienza di questi giganti, il più imminente è la fucilazione fissata per il 3 dicembre a Fort Hood, in Texas. Il condannato merita un ritratto senza sconti. Nidal Malik Hasan, maggiore dell’esercito e psichiatra militare, era pagato per curare i traumi altrui. Destinato all’Afghanistan e deciso a evitarlo, il 5 novembre 2009 entrò nel centro dove i soldati sbrigano le pratiche prima di partire, balzò su una scrivania, gridò “Allahu Akbar” e aprì il fuoco con due pistole. Lasciò tredici morti e trentadue feriti, e restò paralizzato dalla vita in giù quando due agenti lo abbatterono. Alla corte marziale, nel 2013, si difese da solo, non citò testimoni e non negò di avere sparato. Disse di avere cambiato campo, per impedire che i commilitoni colpissero i musulmani all’estero. Una giuria di tredici ufficiali lo condannò a morte all’unanimità, dopo circa due ore di camera di consiglio. L’esercito aveva evitato l’etichetta di terrorismo e classificato la strage come violenza sul luogo di lavoro, scelta che i familiari delle vittime hanno contestato a lungo.

Seguì oltre un decennio di ricorsi, chiuso nell’aprile 2025 secondo le cronache, e in questo ottobre Trump ha dato il suo assenso: sarebbe la prima esecuzione militare dal 1961 e la prima per fucilazione dal 1945. Il resto è la cronaca di una settimana in cui il condizionale ha lavorato a pieno ritmo. Il Pentagono annuncia che la fucilazione sarà pubblica e trasmessa in streaming, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth rivendica il plotone di soldati come monito. Venerdì Trump approva “assolutamente”. Nei giorni seguenti dichiara di dover ancora decidere, mentre cresce un coro trasversale di critiche, dal vicepresidente JD Vance, che fa sapere di non volerla guardare, ai parlamentari repubblicani, ai vescovi cattolici. Giovedì il presidente cambia rotta con un messaggio sul suo social: Hasan morirà come previsto, senza diffusione, e i familiari delle vittime potranno assistere di persona. Mostrarla al mondo, spiega, avrebbe offerto un forte deterrente; molte persone perbene preferiscono non vedere un uomo morire. Secondo un funzionario della Casa Bianca citato dalla stampa, pesò anche il fatto che Trump ignorasse la paralisi del condannato. Nulla garantisce che questa sia l’ultima parola: la prudenza suggerisce di scrivere “definitivo” a matita, in un’amministrazione che ha dimostrato di saper rovesciare una linea nel breve spazio di una settimana. Basterebbe un nuovo umore, o un nuovo sondaggio, per riportare in scena la telecamera.

Un inciso sulla fede, che in questa storia recita da protagonista su entrambi i lati del mirino. Hasan ha invocato un dovere religioso per nobilitare il sangue versato. Dall’altra parte, il pastore di una megachiesa di Dallas, Robert Jeffress, aveva sostenuto l’idea della trasmissione, mentre l’arcivescovo Paul Coakley, presidente dei vescovi cattolici statunitensi, vi aveva scorto una cultura della morte. Ogni religione, quando smette di consolare e comincia a comandare, esibisce il suo talento più antico: trasformare l’assoluto in un’arma e la preghiera in un lasciapassare. In nome di un dio si uccide, in nome di un dio si applaude, in nome di un dio si implora clemenza, e il Cielo, convocato da tutti, osserva un silenzio di ammirevole discrezione.

Sul piano morale il nodo si stringe in tre punti. Il primo riguarda la pena capitale, che le democrazie europee hanno archiviato da tempo e che Cesare Beccaria, già nel 1764, descriveva come una guerra dello Stato contro un proprio cittadino. Il secondo tocca la funzione della pena: la giustizia che punisce serve la collettività, la vendetta che si esibisce serve il palcoscenico, e un collegamento in mondovisione, finché il progetto era sul tavolo, apparteneva alla seconda famiglia. L’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani ha osservato che mandare in onda un’esecuzione in tempo reale equivarrebbe a un’esecuzione pubblica, in violazione del divieto assoluto di tortura. Il terzo punto riguarda gli effetti: perfino il senatore repubblicano Thom Tillis, favorevole alla condanna, ha giudicato il progetto disgustoso oltre ogni misura, e vari osservatori temono che la visione trasformi un assassino in martire agli occhi di chi coltiva fantasie analoghe. Tra i sopravvissuti c’è chi giudicava sbagliata la diretta e ha salutato la rinuncia come la scelta giusta: il dolore ha un pudore che i comunicati stampa ignorano. Resta la platea più ristretta e più legittima, quella dei familiari delle vittime.

Qui sta la falsa morale, ed è una morale di cartapesta. Per anni i colossi digitali si sono presentati come educatori del genere umano, con regolamenti da seminario e punizioni da riformatorio. Il motivo dichiarato era la tutela della comunità. Il motivo sospettabile aveva più a che fare con gli inserzionisti, che detestano un annuncio accanto a un insulto, e con la pigrizia di sistemi automatici incapaci di distinguere uno sfogo da una minaccia. Quando la bussola politica ha indicato un’altra direzione, il rigore si è sciolto come neve al sole, e l’entusiasmo per il libero scambio di opinioni ha preso il posto dell’entusiasmo per la censura. In entrambe le stagioni il giudizio è rimasto nelle mani di un meccanismo o di un umore, mai di una persona che ragioni.

La disparità ha un meccanismo, e si può descrivere senza dietrologie. Un classificatore automatico riconosce in un baleno una parola proibita, perché riconoscere un vocabolo è la cosa più facile del mondo per una macchina. Un contesto, un’intenzione, un’ironia, una cronaca richiedono un giudizio, e il giudizio costa: servono persone, tempo, stipendi. Il sistema procede dunque dove spende meno e punisce ciò che vede meglio, cioè il lessico dell’utente comune, schedato per lettere e sillabe, sorvegliato come un pregiudicato di quartiere. L’immagine di un governo che mostra una morte cade in una zona grigia, quella del materiale di interesse pubblico, per cui molti regolamenti prevedono deroghe a favore dell’informazione. Quella clausola, nata per proteggere il cronista, rischia di trasformarsi in un salvacondotto per chiunque abbia abbastanza potere da invocarla.

Il resto lo fa l’asimmetria tra i contendenti. La casalinga non ha un ufficio stampa, né un avvocato, né un referente in azienda: la sua sospensione non costa nulla a nessuno, e l’errore, quando c’è, lo paga lei, con la perdita dei contatti, delle foto di famiglia, del gruppo del condominio. Il potente dispone di canali riservati, di interlocutori dedicati, di un peso politico che nessun moderatore vorrebbe scoprire a proprie spese. Due pesi e due misure, dunque, con un’aggravante: la bilancia pende dalla parte di chi ha meno bisogno di essere tutelato. Si aggiunga un sospetto assai prosaico, quello del conto economico. Un’imprecazione non richiama pubblico. Una fucilazione in streaming promette milioni di visualizzazioni, e le visualizzazioni, nell’economia dell’attenzione, hanno un profumo che nessun regolamento riesce a coprire. Chi ha costruito imperi sul tempo trascorso davanti allo schermo avrà qualche difficoltà a dichiarare nocivo uno spettacolo che lo allunga. Il risultato è un’indecenza amministrata con la serietà di un ufficio di collocamento: severa con gli ultimi della fila, comprensiva con chi sta in cima.

Una via di mezzo esiste e porta un nome latino che i nostri nonni imparavano a scuola: ratio communis, la ragione condivisa, quel buon senso che Orazio racchiudeva nella formula est modus in rebus, nelle cose c’è una misura. Applicata alla rete, la misura richiede tre strumenti semplici. Il primo è la proporzione tra colpa e pena, per cui un’imprecazione vale un richiamo e una minaccia vale un bando. Il secondo è il contesto, che separa chi racconta un fatto da chi lo mette in scena, il cronista che riferisce di una fucilazione dall’impresario che la trasforma in evento a prenotazione. Il terzo è un giudice in carne e ossa, raggiungibile, a cui rivolgersi quando la macchina sbaglia. Con questi tre strumenti la casalinga conserverebbe account e sfogo, e nessuna piattaforma si troverebbe a decidere in fretta se ospitare, tra un video di cucina e uno di gattini, la morte in diretta di un uomo.

La domanda per ora resta sospesa, perché prima dell’annuncio di giovedì nessuno aveva chiarito quali piattaforme, ammesso che ce ne fossero, avrebbero trasmesso la scena. Il silenzio ha il pregio della comodità: consente di rinviare l’esame di coscienza. Se l’ipotesi tornasse d’attualità, l’automazione di Meta, che riserva i suoi interventi alle violazioni più gravi, terrorismo compreso, dovrebbe spiegare che cosa farebbe davanti a un filmato firmato da un governo. Un’azienda che ha insegnato a milioni di utenti a misurare le parole dovrebbe dimostrare di saper misurare anche le immagini. La parolaccia, in fondo, ha il merito della trasparenza: dichiara subito che cosa è. La fucilazione a favore di telecamera si veste da giustizia e racconta al pubblico di essere una lezione, e in questo caso la lezione è stata ritirata nel giro di una settimana. Tra le due, un buon senso che ancora si rispetti saprebbe stabilire quale meriti il rossore.

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