Una lettera a chi indossa una divisa: non siete soli

Umberto Baldo
Cari poliziotti, cari carabinieri
Mi sono posto una domanda che, confesso, non riesco a togliermi dalla testa.
Con quale animo andrei in piazza a difendere l’ordine pubblico se fossi un giovane agente di polizia o un carabiniere?
Provo a mettermi nei vostri panni.
So che dovrò affrontare situazioni difficili, che in pochi secondi potrei essere costretto a prendere decisioni delicate e che, qualche volta, potrei trovarmi davanti persone intenzionate non a manifestare un’opinione, ma a usare la violenza.
E so anche un’altra cosa: non tutti quelli che avrò davanti mi considereranno un servitore dello Stato.
Per qualcuno sarò semplicemente un nemico, un picchiatore, un violento, un fascista.
Prima ancora di aver fatto qualcosa, sarò già stato giudicato per il colore della mia divisa.
Non è una fantasia.
In alcuni ambienti politici radicali, e in certi settori dei centri sociali, l’ostilità verso le forze dell’ordine è parte integrante di una visione del mondo nella quale chi indossa una divisa rappresenta, per definizione, il nemico da combattere.
Naturalmente, non tutti i manifestanti sono così.
La stragrande maggioranza di chi scende in piazza ha il diritto di protestare pacificamente, anche contro il governo e contro le stesse forze dell’ordine.
È una libertà che nessuno dovrebbe mettere in discussione.
Ma la libertà di manifestare non comprende il diritto di aggredire chi è lì per garantire che quella libertà possa essere esercitata senza che le strade diventino un campo di battaglia.
E allora torno alla mia domanda.
Come si fa a entrare in servizio sapendo che, se la situazione precipita, dovrai decidere in pochi istanti se intervenire, come intervenire e quanta forza usare?
Come si fa a non esitare quando sai che un errore può avere conseguenze gravissime, per te e per chi ti sta davanti?
E che il tuo comportamento potrebbe essere giudicato da persone che non erano presenti, non hanno vissuto le tensioni della situazione sul campo e, soprattutto, non hanno corso alcun rischio?
Loro potranno discutere per giorni di un colpo di manganello.
Tu, invece, potresti aver avuto soltanto pochi secondi per decidere come fermare un attacco, un’aggressione.
E qui vorrei che ci fermassimo un momento.
Perché dietro quelle divise ci sono uomini e donne, spesso giovani, che non hanno superpoteri e non sono fatti di una pasta diversa dalla nostra.
Hanno una moglie e dei figli, degli affetti, delle paure.
Hanno il diritto di tornare a casa sani e salvi dopo il servizio, proprio come tutti noi.
Eppure chiediamo loro di affrontare persone violente, di esporsi ad aggressioni, di rischiare ferite anche gravi e, in determinate circostanze, la vita.
Lo chiediamo a uomini e donne che, soprattutto all’inizio della carriera, non percepiscono certo stipendi commisurati alla delicatezza delle loro responsabilità e ai rischi che corrono.
E che non possono semplicemente voltarsi e andarsene quando la situazione diventa pericolosa.
Non è una questione di retorica. È il minimo di realtà che dovremmo riconoscere.
E allora lasciatemelo dire con chiarezza: io sto dalla vostra parte.
Non perché ritenga che una divisa renda qualcuno infallibile. Ma perché riconosco il valore del servizio che svolgete e il prezzo personale che può comportare.
Sto dalla parte di chi interviene per proteggere un cittadino aggredito, di chi affronta una situazione pericolosa per impedire che altri si facciano male, di chi rischia la propria incolumità per garantire la sicurezza di persone che magari non sapranno mai nemmeno il suo nome.
E sto dalla vostra parte anche quando penso che lo Stato abbia il dovere di sostenervi, di formarvi adeguatamente, di mettervi a disposizione mezzi idonei e di non lasciarvi soli quando, nell’esercizio delle vostre funzioni, siete chiamati a rispondere del vostro operato.
Questo non significa pretendere che un agente abbia sempre ragione.
Sarebbe una sciocchezza.
La divisa non cancella le responsabilità individuali e non trasforma un abuso in un atto legittimo. Se un poliziotto eccede nell’uso della forza, deve risponderne.
Lo Stato di diritto non ammette eccezioni, neppure per chi è chiamato a difenderlo.
Ma c’è una differenza enorme tra perseguire un abuso e trattare ogni intervento energico come se fosse, in partenza, una prova di violenza gratuita.
Un conto è accertare se un colpo di manganello fosse necessario e proporzionato.
Un altro è condannare moralmente chi lo ha sferrato prima ancora di aver ricostruito che cosa stesse accadendo.
La forza può essere necessaria per fermare un’aggressione. E chi è chiamato a usarla deve sapere che sarà giudicato sulla base dei fatti, non di un pregiudizio contro la sua divisa.
Ecco il punto che mi preoccupa.
Se un giovane agente comincia a pensare che qualsiasi cosa faccia finirà per metterlo dalla parte del torto, che cosa succederà?
Potrebbe esitare proprio quando dovrebbe intervenire.
Potrebbe sentirsi privo del sostegno delle istituzioni.
Potrebbe finire per vivere il proprio servizio come un rischio che lo Stato gli chiede di assumere, ma del quale poi non vuole condividere il peso.
Non è questo che dovremmo volere.
Caro agente, non ti chiedo di essere un eroe.
E non ti chiedo di sentirti al di sopra dei cittadini che sei chiamato a servire.
Ti chiedo di continuare a svolgere il tuo lavoro con professionalità, equilibrio e rispetto della legge.
Ma noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte.
Dobbiamo smettere di confondere la critica legittima con la delegittimazione sistematica, l’accertamento delle responsabilità con la condanna preventiva, la necessità di controllare l’uso della forza con l’idea che chi indossa una divisa sia sempre e comunque il colpevole.
E soprattutto lo Stato deve fare la sua parte: garantire formazione adeguata, regole d’intervento chiare, mezzi idonei e assistenza legale quando gli agenti sono coinvolti in procedimenti per fatti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni, senza interferire con gli accertamenti e senza sottrarre nessuno alle proprie responsabilità.
Perché non si può chiedere a qualcuno di rischiare la propria incolumità per difendere l’ordine pubblico e poi lasciarlo solo quando deve rispondere delle proprie azioni.
La vostra divisa non vi rende infallibili. Ma non vi rende neppure colpevoli per definizione.
E vorrei che chiunque scenda in piazza, anche con le idee più lontane dalle mie, ricordasse una cosa elementare: dietro quella divisa c’è una persona.
Una persona che ha una famiglia, che può avere paura, che può sbagliare e che ha diritto a essere giudicata sulla base di ciò che ha fatto, non di ciò che rappresenta agli occhi dei suoi avversari.
Il rispetto per le forze dell’ordine non si misura dagli applausi alle cerimonie ufficiali. Si misura anche dalla capacità di riconoscere il loro lavoro quando è scomodo farlo, quando una piazza è violenta e quando difendere chi indossa una divisa non porta consensi.
Uno Stato democratico non si misura soltanto dalla libertà che concede a chi protesta. Si misura anche dalla capacità di proteggere chi quella libertà è chiamato a garantire.
Perciò vorrei che ogni giovane agente, prima di entrare in servizio, sapesse una cosa: lo Stato ti chiede di rispettare la legge e di farla rispettare.
Se lo fai, non sarai lasciato solo. Non sarai abbandonato al primo titolo di giornale, alla prima polemica o alla prima accusa.
Le responsabilità saranno accertate, ma nessuno ti condannerà in anticipo soltanto perché porti una divisa.
E vorrei che lo sapesse anche chi scende in piazza convinto di avere davanti un nemico.
Un poliziotto non è il nemico di chi manifesta.
È un cittadino al quale lo Stato affida il compito di garantire che tutti, manifestanti compresi, possano esercitare i propri diritti.
Questa lettera è rivolta a voi, poliziotti e carabinieri.
Ma è anche rivolta a tutti noi, perché una democrazia che non sa rispettare chi la protegge rischia di dimenticare il valore della sicurezza e della libertà di cui gode ogni giorno.
Umberto Baldo










