Albania nel caos, settimo giorno di violenti scontri: quasi 300 feriti, assalti agli edifici pubblici e guerriglia nelle strade di Tirana (video)

(video in fondo all’articolo)
L’Albania è attraversata da un’ondata di proteste che sta assumendo dimensioni sempre più violente. Per il settimo giorno consecutivo, lunedì 19 ottobre, migliaia di manifestanti, tra cui numerosi studenti delle scuole superiori e universitari, si sono scontrati con la polizia antisommossa nella capitale Tirana. Il bilancio ufficiale, ancora precedente agli ultimi incidenti, parla di 295 feriti, tra cui 186 agenti. Al centro della contestazione il primo ministro Edi Rama, al potere da 13 anni, del quale i manifestanti chiedono le dimissioni.
Le proteste, inizialmente legate alle difficoltà del sistema universitario, al costo dell’istruzione e alla mancanza di prospettive per i giovani, si sono trasformate in una mobilitazione contro il governo, accusato di corruzione e di non aver affrontato i problemi economici e sociali del Paese.
La tensione è esplosa in diversi quartieri della capitale, dove gruppi di manifestanti hanno attaccato una stazione di polizia e alcuni edifici governativi, lanciando pietre e altri oggetti contro gli agenti. Le forze dell’ordine hanno risposto con cariche, lacrimogeni e idranti, nel tentativo di disperdere le folle.
Pietre contro la polizia, lacrimogeni e scontri nel centro di Tirana
Particolarmente violenti gli incidenti avvenuti nel parco Rinia, uno dei principali spazi verdi della capitale, dove alcuni manifestanti hanno divelto i ciottoli dalla pavimentazione per utilizzarli contro gli agenti.
Le unità antisommossa sono avanzate lungo i viali con mezzi blindati e cannoni ad acqua, mentre i dimostranti cercavano riparo tra gli alberi e nei locali pubblici. I gas lacrimogeni hanno raggiunto anche bar e attività commerciali, provocando difficoltà respiratorie e irritazioni agli occhi tra i presenti.
Volontari muniti di giubbotti catarifrangenti sono intervenuti per prestare assistenza alle persone colpite dai lacrimogeni, utilizzando soluzioni saline per alleviarne gli effetti.
Non sono mancate accuse di interventi sproporzionati da parte della polizia. Tra gli episodi segnalati anche quello di un giovane raggiunto al volto da uno spray urticante mentre discuteva con un agente.
Rama non cede: «Lo Stato non può negoziare con la violenza»
Il primo ministro Edi Rama ha assunto una posizione di netta chiusura nei confronti delle frange più violente della protesta.
Durante un incontro con i vertici della polizia, ha mostrato una pietra lanciata contro gli agenti, sostenendo che accettare di negoziare sotto la pressione della violenza significherebbe sancire la sconfitta dello Stato.
Rama ha inoltre accusato forze esterne di alimentare i disordini, parlando di giovani radicalizzati attraverso influenze provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Secondo il premier, l’Albania sarebbe diventata il bersaglio di un’azione destabilizzante coordinata.
Si tratta di accuse politiche per le quali, al momento, non sono state presentate prove pubbliche sufficienti a dimostrare l’esistenza di una regia internazionale delle violenze.
Oltre cento arrestati assistiti da un avvocato: polemiche sui metodi della polizia
La repressione delle proteste ha sollevato critiche anche sul piano del rispetto dei diritti civili.
L’avvocato Gentian Sejrani, impegnato nell’assistenza legale di oltre cento persone arrestate durante i disordini, ha denunciato interventi delle forze dell’ordine che considera spesso indiscriminati e scarsamente documentati.
Secondo il legale, non sempre gli arresti sarebbero accompagnati da elementi probatori adeguati. Tra i casi citati figura quello di un uomo fermato mentre si stava recando a una fermata dell’autobus, senza aver preso parte alle manifestazioni.
Sejrani sostiene inoltre che gli autori delle aggressioni più gravi riescano frequentemente a sottrarsi alla cattura, mentre persone estranee agli incidenti rischiano di essere coinvolte nelle operazioni di polizia.
Dall’altra parte, le forze dell’ordine denunciano la gravità degli attacchi subiti dagli agenti, molti dei quali rimasti feriti durante gli scontri.
La rabbia dei giovani: «Vogliamo un governo tecnico e nuove elezioni»
Tra i volti più attivi della protesta c’è Sidorela Vatnikaj, 27 anni, studentessa magistrale con una lunga esperienza nelle mobilitazioni antigovernative.
La giovane, intervistata dalla BBC, racconta giornate trascorse a coordinare i diversi gruppi di manifestanti, organizzare l’assistenza legale, distribuire materiale di primo soccorso e verificare le condizioni delle persone coinvolte negli scontri.
Pur dichiarandosi contraria alla violenza contro le forze dell’ordine, Vatnikaj sostiene che la rabbia dei giovani derivi da anni di frustrazione, difficoltà economiche e mancanza di fiducia nelle istituzioni.
La richiesta politica è precisa: dimissioni di Rama, insediamento di un governo tecnico per un anno e successiva organizzazione di nuove elezioni.
L’attivista accusa inoltre l’esecutivo di aver favorito grandi investitori stranieri e denuncia presunti rapporti tra ambienti politici e criminalità organizzata. Contestazioni respinte dal governo e che restano, allo stato attuale, accuse della protesta.
Corruzione, emigrazione e sfiducia: le ragioni della rivolta
Dietro gli scontri si nasconde un malessere sociale che va oltre le rivendicazioni studentesche.
Una parte delle nuove generazioni albanesi ritiene di non avere prospettive adeguate nel proprio Paese, tra salari insufficienti, difficoltà di accesso all’istruzione e opportunità lavorative limitate.
L’emigrazione è uno dei temi più sentiti. Secondo Vatnikaj, nell’ultimo decennio circa un milione di albanesi avrebbe lasciato il Paese, un dato da lei richiamato per descrivere la profondità della crisi sociale.
I manifestanti guardano anche alle mobilitazioni della Generazione Z in altri Paesi, interpretandole come il segnale di una crescente insofferenza verso sistemi politici ritenuti incapaci di garantire condizioni di vita dignitose.
Rama al potere da 13 anni, sullo sfondo l’ingresso nell’Unione Europea
La crisi rappresenta una delle sfide più delicate per Edi Rama, figura dominante della politica albanese da oltre vent’anni e alla guida del governo da tredici.
Il premier ha legato una parte importante della propria strategia politica all’obiettivo dell’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea entro il 2030, presentandosi come il leader in grado di completare il percorso di integrazione.
Ma le proteste stanno mettendo in discussione la tenuta del suo governo e la fiducia di una parte della popolazione nelle istituzioni.
Per il momento non emergono segnali di una soluzione politica condivisa. Il governo esclude cedimenti di fronte alle violenze, mentre i manifestanti continuano a chiedere un cambiamento radicale.
Dopo sette giorni consecutivi di scontri, la capitale albanese resta dunque al centro di una crisi nella quale le rivendicazioni sociali e politiche si intrecciano con episodi di violenza sempre più preoccupanti.










