Il cane è morto, il padrone paga… e l’asino raglia

Ci mancava soltanto il servizio clienti dell’aldilà.
Dopo le consegne a domicilio, lo streaming e le videochiamate, adesso potremmo avere anche la possibilità di parlare con il cane o il gatto che ci ha lasciato.
Naturalmente a pagamento.
Perché nell’economia di mercato tutto si vende, compreso il dolore.
Ho trovato la notizia sul Corriere del Mezzogiorno, che il 19 ottobre ha raccontato di una presunta truffa ai danni di persone desiderose di mettersi in contatto con i propri animali domestici defunti.
Secondo quanto riportato dalla stampa, qualcuno , evidentemente proponendosi come medium, avrebbe offerto sedute spiritiche online, messaggi dall’aldilà, e persino la possibilità di risentire la voce di Fido o del compianto Micio.
Il prezzo del miracolo? Si sarebbe parlato di circa 200 euro, con un caso arrivato a 250.
E qui bisogna riconoscere che il mercato ha fatto passi da gigante.
Ai tempi di Wanna Marchi si vendevano numeri fortunati e sciogli pancia miracolosi.
Oggi, a quanto pare, il catalogo si sarebbe aggiornato: non più soltanto la speranza di diventare ricchi o magri, ma anche quella di riabbracciare, almeno acusticamente, il proprio animale scomparso.
La morte, insomma, non sarebbe più un ostacolo insormontabile.
Basterebbe una connessione Internet, un po’ di fede, ma soprattutto una carta di credito.
A questo punto, però, arriva il bello. Sempre secondo la ricostruzione giornalistica, uno dei clienti avrebbe ricevuto dai truffatori via WhatsApp un file audio che, invece della voce del proprio cane, conteneva il raglio di un asino.
E qui il soprannaturale avrebbe incontrato la tecnologia; mentre la tecnologia, evidentemente, non aveva ancora imparato a distinguere un cane da un equino.
Non sappiamo come siano andate esattamente le cose, né possiamo dare per accertate responsabilità che dovranno eventualmente essere verificate dagli inquirenti.
Ma il dettaglio del raglio è irresistibile.
Perché apre interrogativi ai quali, temo, neppure un medium particolarmente dotato saprebbe rispondere.
Da dove veniva quella registrazione? Era un errore di archivio? Esisteva forse una clientela interessata a comunicare con gli asini defunti? E, soprattutto, come si sarebbe potuto rimediare all’incidente?
La soluzione commerciale, a pensarci, non sarebbe mancata: «Signora, ci scusiamo per il disguido. Il suo amato Fido, dopo la morte, ha intrapreso un percorso spirituale di metempsicosi. Si è reincarnato in un asino. Il raglio che ha ricevuto è il segno di una nuova consapevolezza interiore. Per approfondire il messaggio sono altri 50 euro».
Qualcuno avrebbe potuto crederci? Non mettiamo limiti alla stupidità.
Anche perché la storia, se confermata nei suoi dettagli, ci ricorderebbe che la credulità umana è un settore economico nel quale c’è sempre spazio per nuovi investimenti.
Attenzione, però. Chi ha perso un animale sa bene che il dolore non è una sciocchezza.
Un cane o un gatto possono diventare compagni di vita, presenze quotidiane, membri della famiglia.
Prenderne in giro il proprietario perché soffre sarebbe una cattiveria gratuita.
Ben diverso è domandarsi se quel dolore possa essere sfruttato da chi promette ciò che nessuno è in grado di garantire.
E qui il discorso si allarga.
Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, capace di imitare voci, ricostruire volti e produrre immagini convincenti di persone che non ci sono più.
Un giorno potremmo perfino conversare con una copia digitale di un nostro caro scomparso.
Ma una cosa è conservare ricordi, fotografie e registrazioni; un’altra è confondere una simulazione con una prova dell’esistenza di una vita oltre la morte.
Del resto, l’essere umano non ha mai avuto un rapporto semplicissimo con la realtà.
Per secoli ha consultato maghi, indovini e astrologi.
Poi sono arrivati i venditori di pozioni, i guaritori televisivi e i guru di ogni genere. Adesso abbiamo Internet, l’intelligenza artificiale e, a quanto pare, anche le comunicazioni interspecie post mortem.
La modernità cambia gli strumenti, ma non necessariamente le debolezze di chi li usa.
Mi resta soltanto una curiosità.
Se davvero qualcuno avesse cercato di parlare con il proprio gatto o cagnolino defunto e avesse ricevuto per errore il raglio di un asino, chi sarebbe stato il più fortunato?
Il cliente, che avrebbe scoperto in tempo di essere forse vittima di un raggiro, oppure l’asino, che sarebbe riuscito a farsi sentire senza pagare un centesimo?
Quanto ai “gentiluomini” che, secondo le cronache, avrebbero escogitato questo sistema per spillare denaro a persone in lutto, se i fatti fossero confermati, non saprei se definirli truffatori senza scrupoli o commercianti dell’imbecillità umana.
In entrambi i casi, il loro talento consisterebbe nel trasformare il dolore altrui in una fonte di reddito. Altro che comunicazioni con l’aldilà: qui l’unica cosa che sembra comunicare davvero è il conto corrente con il portafoglio della vittima.
Ma non me la sento di assolvere troppo in fretta neppure chi abbocca.
Soffrire non significa essere autorizzati a spegnere il cervello. Se qualcuno ci promette di farci ascoltare la voce del nostro cane morto in cambio di 200 euro, la domanda da porsi non è se Fido abbia conservato nell’aldilà il suo caratteristico abbaio.
È come sia possibile credere che basti pagare uno sconosciuto per ottenere una simile prestazione.
E il dolore, per quanto autentico, non trasforma una promessa assurda in una promessa credibile.
Insomma, se la vicenda fosse confermata, avremmo da una parte chi avrebbe cercato di guadagnare sulla disperazione altrui e dall’altra chi avrebbe preferito credere ad una seduta spiritica piuttosto che a un banale principio di buon senso.
In mezzo, un asino.
Che almeno avrebbe avuto una giustificazione: lui raglia perché è un asino. Gli altri, invece, non possono invocare la stessa attenuante.










