29 Settembre 2026 - 9.40

Reggio Calabria non è una bussola. Al massimo è un barometro starato

Umberto Baldo

Chi cercava nelle suppletive della Camera a Reggio Calabria una bussola per le prossime elezioni politiche si sarà trovato in mano un barometro piuttosto starato.

Pretendere di estrapolare da un’elezione di riparazione il sentimento politico dell’intero Paese significa infatti scambiare le dinamiche di un territorio, le sue reti personali, e le sue macchine organizzative, per la volontà nazionale.

E il primo dato che dovrebbe consigliare prudenza è quello dell’affluenza.

Ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto.  Quasi quattro elettori su cinque sono rimasti a casa.

È vero: le suppletive hanno normalmente un’affluenza molto più bassa delle elezioni politiche. Si votava per un solo seggio, e senza il traino di altre consultazioni.

Ma quando alle urne si presenta poco più di un elettore su cinque, diventa inevitabile che il risultato sia molto più sensibile alla capacità di mobilitazione dei candidati, alle organizzazioni territoriali, ed agli elettorati più motivati.

Non sappiamo cosa avrebbero votato quelli rimasti a casa.

Sappiamo però che non possiamo usare il voto dei presenti per parlare automaticamente a nome degli assenti.

E già questo dovrebbe bastare a raffreddare gli entusiasmi di chi si è precipitato a proclamare da Reggio il vincitore delle prossime elezioni politiche.

Sul piano locale, invece, il risultato è molto chiaro.

Fabio Roscioli ha vinto per il   con un margine largo (51,02%).

E questa vittoria va letta anche alla luce di ciò che è successo pochi mesi fa a Reggio Calabria. Il seggio era rimasto libero dopo l’elezione a sindaco di Francesco Cannizzaro, esponente di Forza Italia, che alle comunali aveva conquistato il 65,68%.

Il Centrodestra, quindi, non partiva da zero.  Partiva da una macchina territoriale già collaudata. E Roscioli è riuscito a conservarne il controllo.

Qui il dato politico è importante: Forza Italia ed il sistema territoriale costruito attorno a Cannizzaro ed al Presidente della Regione Roberto Occhiuto hanno dimostrato di saper reggere anche quando qualcuno, da destra, prova a sfidarli sul loro terreno.

Ma attenzione a trasformare questa vittoria in un plebiscito nazionale per il Governo.

Reggio Calabria non ha votato per scegliere il prossimo Presidente del Consiglio.  Ha votato per eleggere un Deputato in un collegio uninominale di 71 comuni.

Sono due cose profondamente diverse.

Il centrosinistra, con Frank Benedetto, ha perso.   Ma anche qui bisogna evitare le semplificazioni.

Il candidato sostenuto dal cosiddetto Campo largo si è attestato al 36,59%, ed in diverse realtà territoriali è riuscito a essere competitivo, arrivando anche a prevalere.

Il PD, il Movimento 5 Stelle e le altre forze che lo sostenevano hanno quindi perso il collegio, ma non sono affatto scomparsi dal territorio.

È una sconfitta.  Non è però la fotografia di un’opposizione politicamente irrilevante.

Anche in questo caso, per capire che cosa significhi il risultato a livello nazionale, bisognerà aspettare un’elezione con un’affluenza normale e con una posta in gioco nazionale.

E poi c’è il vero osservato speciale di queste suppletive: Domenico Giannetta e Futuro Nazionale.

Qui le letture a caldo si sono divise tra chi ha parlato di “flop Vannacci”, e chi ha cercato di trasformare il risultato in una sorta di prova generale della futura affermazione nazionale del Generale (che lui stesso aveva enfatizzato definendo Reggio la “Sassonia” di FN).

Entrambe le letture mi sembrano premature.

Giannetta ha raccolto un risultato di quasi l’ 11%.

Non ha sfondato. Ma nemmeno è scomparso. E soprattutto non era un candidato qualsiasi.

C’è però un elemento che, proprio mentre si discute del significato del voto di Reggio, merita di essere messo sul tavolo.

Per la prima volta da quando Futuro Nazionale è entrato nei radar dei sondaggi, la crescita di Vannacci sembra essersi fermata.

Nell’ultima rilevazione SWG per il Tg La7, del 28 settembre, Futuro Nazionale resta all’8%, lo stesso risultato della settimana precedente. Dopo una progressione quasi continua che lo aveva portato dal 7,5% di fine agosto al 7,7% del 7 settembre e poi all’8%, è la prima volta che il dato non cresce.

Non è un calo, dunque. E sarebbe altrettanto prematuro parlare di inversione di tendenza. Ma è una prima frenata.

E messa accanto al 10,94% raccolto da Giannetta a Reggio, rende ancora più difficile sostenere che una singola elezione possa dirci oggi quale sia la reale dimensione nazionale dell’“effetto Vannacci”.

Non va inoltre trascurato che fino a poche settimane fa Giannetta era il capogruppo di Forza Italia in Consiglio Regionale della Calabria, ed alle ultime regionali aveva raccolto circa 10.000 preferenze.

Quindi c’è una domanda alla quale oggi nessuno può rispondere con precisione: quanto di quel risultato appartiene a Vannacci e quanto appartiene a Giannetta?

Probabilmente entrambe le cose; non esiste un contatore che ci permetta di separarle.

Ed è per questo che sarebbe sbagliato utilizzare Reggio Calabria per stabilire automaticamente quanto valga Futuro Nazionale in Italia.

C’è poi un’altra ragione per cui il risultato va maneggiato con prudenza: il sistema elettorale.

Giannetta correva in un collegio uninominale. E nell’uninominale non basta avere un consenso. Bisogna trasformarlo in una vittoria. 

Una forza politica può conquistare una percentuale significativa, sottrarre voti agli altri e, alla fine, non conquistare nulla.

È la logica del voto utile.

Ed è anche la ragione per cui una formazione appena nata non poteva realisticamente pretendere di scardinare al primo colpo una macchina territoriale consolidata come quella del Centrodestra reggino.

Ma qui c’è il rovescio della medaglia.

Una forza politica può essere troppo piccola per vincere, ma abbastanza grande per condizionare chi vince.

Ed è questa la questione che, più del risultato di Reggio in sé, dovrebbe interessare il Centrodestra.

Se Futuro Nazionale riuscisse a trasformare il consenso raccolto attorno a Vannacci in una struttura nazionale stabile, potrebbe diventare un problema strategico per la coalizione.

Non sappiamo se accadrà.

Ma dopo Reggio sarebbe imprudente comportarsi come se quella possibilità non esistesse.

Perché il vero dato politico che esce da questa elezione non è una percentuale.

È una domanda: quanto può diventare grande Futuro Nazionale quando il consenso personale di Vannacci, il radicamento di un candidato come Giannetta, ed una competizione locale saranno sostituiti da un’elezione politica nazionale?

A questa domanda Reggio non dà ancora una risposta, e sarebbe un errore pretendere che la dia.

Perché le suppletive sono una cosa strana: possono dirci moltissimo sul territorio e pochissimo sul Paese.

Quello che possiamo dire oggi è che il Centrodestra ha conservato il collegio, che il Campo largo ha perso ma ha mantenuto una consistenza significativa, e che Futuro Nazionale ha ottenuto un risultato abbastanza rilevante da meritare attenzione, ma non abbastanza per essere trasformato in una previsione nazionale. 

E soprattutto ci resta quel 22,34% di affluenza.

Forse è proprio questo il numero sul quale la politica dovrebbe riflettere più a lungo.

Perché possiamo discutere per ore se il 10,94% di Giannetta sia tanto o poco, se il 36% di Benedetto sia un buon punto di partenza od una sconfitta pesante, se il risultato di Roscioli confermi o meno la forza del Centrodestra.

Ma davanti a quasi quattro elettori su cinque che hanno scelto di non votare, forse la domanda più seria è un’altra:  che cosa sta succedendo al rapporto tra cittadini e politica?

Questa, però, è una domanda alla quale non può rispondere una suppletiva.

E nemmeno un sondaggio.

Perché tra un collegio di 71 comuni, un candidato fortemente radicato, un’elezione suppletiva, un’affluenza al 22,34% e le prossime elezioni politiche c’è di mezzo una differenza non proprio trascurabile.

Circa sessanta milioni di italiani.

E quelli, per fortuna o purtroppo, non hanno ancora votato a Reggio Calabria.

Umberto Baldo

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