28 Settembre 2026 - 9.31

Gli Houthi non sono “gli iraniani dello Yemen”

Umberto Baldo

Abbiamo preso l’abitudine di chiamare ogni milizia che combatte contro qualcuno il “proxy” di qualcun altro.
E’ un modo molto comodo per non studiare la storia.
Così gli Houthi diventano semplicemente “gli iraniani dello Yemen”, l’Arabia Saudita diventa il bastione sunnita che li combatte, e tutto sembra risolto: Iran contro Arabia Saudita, sciiti contro sunniti, fine della spiegazione.
Peccato che lo Yemen, nella sua storia, sia parecchio più complicato.
Lo Yemen è una delle culle di civilizzazione più antiche del mondo, noto nell’antichità classica come parte dell’Arabia Felix (Arabia Fortunata) per via della sua prosperità, e della ricchezza dei suoi commerci.
Questa terra millenaria deve la sua importanza storica alla posizione geopolitica strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, che la rese il fulcro delle antiche rotte commerciali di incenso, mirra e spezie.
Tra i regni più celebri dello Yemen antico ci fu quello di Saba, legato al mito biblico e coranico della Regina di Saba…
Ecco perché gli Houthi non sono “nati a Teheran”.
L’Iran è arrivato dopo, molto dopo, trovando una frattura già aperta e trasformandola in uno strumento geopolitico.
E questa distinzione non è affatto secondaria.
Tra Arabia Saudita e Yemen esiste infatti una storia di diffidenze, guerre, confini contestati, rivalità tribali ed interferenze politiche che viene da molto prima della Repubblica islamica iraniana e persino da prima che gli Houthi esistessero.
Bisogna tornare agli anni Trenta.
Nel 1934 Arabia Saudita e Yemen si fecero la guerra anche per una questione territoriale. Le regioni di Asir, Jizan e Najran, oggi saudite, erano state a lungo contese, e nello Yemen continuano ad essere percepite come parte di una storia nazionale sottratta.
Il confine sarebbe stato formalizzato definitivamente soltanto nel 2000, con il Trattato di Gedda.
Ma le frontiere possono essere tracciate con un righello. Molto più difficile è cancellarle dalla memoria.
Poi c’è il problema più generale del rapporto fra Riyadh e Sana’a.
Per l’Arabia Saudita lo Yemen non è mai stato semplicemente il Paese che sta dall’altra parte del confine.
È stato il cortile di casa.
Un cortile povero, turbolento, densamente popolato e spesso difficilissimo da governare, nel quale Riyadh ha cercato per decenni di mantenere una forte influenza attraverso denaro, rapporti con le tribù, alleanze politiche e sostegno ai diversi attori yemeniti.
Non per beneficenza, naturalmente. Perché per Riyadh uno Yemen instabile è un problema, ma uno Yemen controllato da una forza ostile può diventare una minaccia strategica.
E qui arriviamo alla questione religiosa.
Gli Houthi appartengono allo zaydismo, una corrente dello sciismo con una storia profondamente radicata nello Yemen settentrionale, e che non può essere semplicemente sovrapposta allo sciismo iraniano.
Per secoli gli imam zayditi hanno governato gran parte dello Yemen del Nord.
Poi arrivarono la Repubblica, le guerre civili e la crescente influenza saudita.
Negli anni Ottanta e Novanta Riyadh sostenne anche la diffusione del salafismo nel nord del Paese, entrando in competizione con l’antica identità religiosa zaydita.
È proprio in questo ambiente che negli anni Novanta nacque il movimento dal quale sarebbero usciti gli Houthi.
E qui la storia presenta un’altra delle sue ironie.
Negli anni Sessanta l’Arabia Saudita aveva sostenuto i monarchici zayditi nella guerra civile contro i repubblicani appoggiati dall’Egitto di Nasser.
Oggi Riyadh combatte gli Houthi zayditi sostenuti dall’Iran.
Cambiano gli amici, cambiano i nemici. Resta lo Yemen.
Poi è arrivato Teheran.
Il sostegno iraniano ha fornito agli Houthi armi, tecnologia e know how militare, contribuendo a trasformare una milizia locale in un attore capace di proiettare la propria minaccia ben oltre i confini yemeniti.
Ma anche qui bisogna stare attenti a non capovolgere causa ed effetto.
Gli Houthi non sono una creatura iraniana comparsa dal nulla.
L’Iran ha trovato negli Houthi uno strumento straordinariamente utile per proiettare la propria influenza nella penisola arabica.
Ed è qui che la vecchia storia yemenita diventa una questione globale.
Perché lo Yemen si affaccia sul Bab el-Mandeb, il passaggio marittimo che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
Chi riesce a minacciare quel passaggio può disturbare una delle grandi arterie del commercio mondiale.
Ed è precisamente quello che gli Houthi hanno dimostrato di poter fare.
Passano da lì le petroliere. Passano le portacontainer. Passano merci destinate anche all’Europa.
Ed improvvisamente quella che sembrava l’ennesima guerra tribale e religiosa dall’altra parte del mondo diventa una questione che riguarda anche noi.
Per questo sarebbe un errore raccontare gli Houthi semplicemente come “il braccio iraniano nello Yemen”.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo considerarli soltanto dei ribelli locali.
Sono il prodotto di una storia yemenita che viene da lontano, diventata oggi una pedina di una partita regionale molto più grande.
Confini, religione, tribù, rivalità fra potenze regionali, Iran, Arabia Saudita, e controllo delle rotte commerciali, si sono sovrapposti fino a trasformare una guerra locale in una minaccia internazionale
A conferma di ciò oggi c’è un elemento nuovo, e decisamente più inquietante.
Gli Houthi non si limitano più a combattere in Yemen o a minacciare il traffico nel Mar Rosso. Negli ultimi giorni hanno intensificato gli attacchi con missili e droni contro il territorio saudita, mentre Riyadh ha denunciato anche minacce nei confronti dell’area della Mecca.
Le autorità saudite hanno parlato di una vera e propria linea rossa. Gli Houthi, naturalmente, negano di avere deliberatamente preso di mira le città sante di Medina e La Mecca.
Ma la novità più significativa è un’altra.
L’Arabia Saudita ha chiesto a Turchia e Pakistan di discutere un possibile sostegno militare nell’ambito del nuovo accordo di difesa trilaterale firmato ad agosto.
E i Capi di stato maggiore dei tre Paesi si sono già incontrati a Riyadh per esaminare come dare attuazione a quell’intesa.
È ancora presto per dire che Turchia e Pakistan entreranno militarmente nella guerra. Anzi, entrambi hanno finora mostrato cautela.
Ma il semplice fatto che Riyadh abbia dovuto rivolgersi ad Ankara e Islamabad dice già qualcosa.
Perché a questo punto la domanda non è più soltanto chi controlla lo Yemen.
La domanda è quanto possa allargarsi il conflitto.
E quando entrano in gioco Arabia Saudita, Iran, Turchia, Pakistan, Stati Uniti e le rotte commerciali del Mar Rosso, quella che sembrava una guerra lontana comincia ad assomigliare pericolosamente a qualcosa di molto più grande.
È proprio qui che la vecchia storia dello Yemen incontra la geopolitica del XXI secolo.
E noi europei siamo lì, in mezzo, con le nostre navi cariche di merci che devono attraversare quel tratto di mare.
Perché c’è una lezione che i nostri “pacifisti” continuano ostinatamente a non imparare: le guerre degli altri diventano molto spesso, prima o poi, anche affari nostri.
Umberto Baldo

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