La Quarta Svolta: quando una generazione dimentica la guerra

Umberto Baldo
Sono passati più di ottant’anni dall’inizio della Seconda guerra mondiale
E questo numero confesso, mi ha fatto tornare in mente una teoria incontrata anni fa e poi accantonata: la Generational Theory degli americani William Strauss e Neil Howe.
La loro idea, ridotta all’osso, è che le società umane si muovano attraverso cicli di 80-100 anni, il classico saeculum latino, attraversando quattro stagioni. L’Alta epoca (High): il periodo post-crisi, caratterizzato da Istituzioni forti, coesione e ricostruzione. Il Risveglio (Awakening): la fase di contestazione e ricerca di libertà individuale. Il Disfacimento (Unraveling): il progressivo declino della fiducia nelle istituzioni. La Crisi (Crisis o Quarta Svolta): la fase culminante, nella quale le vecchie strutture vengono messe radicalmente in discussione e la società attraversa una grande crisi istituzionale o bellica, prima di un nuovo ciclo.
Sia chiaro: non è una legge della fisica.
E la storia europea, con il suo disordine e la sua complessità sanguinosa, sembra fatta apposta per smentirla. Dal Seicento in poi, tra guerre dinastiche, rivoluzioni e conflitti coloniali, il calendario degli ottant’anni lo abbiamo sistematicamente violato.
Eppure, lo confesso, questa teoria esercita su di me una suggestione forte, quasi ipnotica.
La mia parte razionale, nutrita di storia e diritto, diffida d’istinto degli schemi troppo rigidi e delle formule d’oltreoceano buone per tutte le stagioni.
Poi però guardo il mondo attorno a noi.
E guardo questa Europa che, a distanza di un’intera vita umana, dal 1945 sembra aver smarrito proprio alcune delle ragioni per cui era stata costruita.
È qui che la teoria comincia ad inquietarmi.
Forse il numero 80 è sbagliato.
Ma l’intuizione di fondo potrebbe non esserlo: le società cambiano profondamente quando cambia la guardia generazionale, soprattutto quando si affievolisce la memoria diretta delle tragedie che hanno fondato il loro ordine politico.
Chi la guerra l’ha vista, subita e masticata non ha bisogno di studiare la geopolitica sui libri.
Sa cos’è.
Ha conosciuto la fame, le sirene antiaeree, la paura strisciante, le macerie ed i lutti.
Per quella generazione la pace non era uno slogan da sventolare nei cortei del fine settimana, né una formula di rito nei comunicati internazionali.
Era una necessità. L’Europa del dopoguerra è stata costruita da uomini che avevano conosciuto direttamente la catastrofe.
De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet e gli altri padri dell’integrazione europea non misero insieme carbone e acciaio perché avessero una particolare passione per i regolamenti comunitari.
Avevano visto dove aveva portato l’Europa delle guerre.
E capirono che per impedire il ritorno di quel passato occorreva legare interessi, economie e destini nazionali in modo così stretto che una nuova guerra tra europei diventasse non soltanto impensabile, ma materialmente sempre più difficile.
Poi, inesorabilmente, i testimoni se ne vanno.
Il racconto del nonno si trasforma in una pagina dei manuali scolastici. Ed una generazione cresciuta nella pace comincia inevitabilmente a considerarla normale.
È forse questo il passaggio più pericoloso.
Perché la democrazia, la libertà e la pace possono finire per essere percepite come la connessione Wi-Fi: un servizio di serie, garantito a vita, per il quale non serve lottare né fare sacrifici.
Ma la storia non garantisce nulla. Quando la memoria si spegne, la guerra smette di essere una tragedia concreta e torna a diventare una variabile della politica, una parola da usare nei talk show, una possibilità astratta da discutere con sorprendente leggerezza.
Forse è anche per questo che, da qualche tempo, mi capita di fare una battuta che tanto battuta non è.
Ai giovani genitori che si preoccupano di scegliere per i figli il miglior campo da golf, il maneggio più elegante od il circolo di tennis più esclusivo, qualche volta dico: “lasciate perdere per un momento golf, equitazione e tennis. Iscriveteli ad un poligono di tiro. Potrebbe essere un investimento più utile per il loro futuro”.
Naturalmente è una provocazione.
Ma è una provocazione che nasce dal pessimismo, non dalla passione per le armi.
Perché se davvero siamo entrati in una fase storica nella quale la pace non può più essere considerata un dato acquisito, allora forse dovremmo educare i nostri figli anche a comprendere che la libertà ha un prezzo, e che la sicurezza non è un servizio garantito per sempre.
Io, francamente, preferirei poter dire loro qualcosa di completamente diverso.
Ma è proprio questo che mi inquieta: stiamo tornando a vivere in un’epoca nella quale persino una battuta del genere rischia di non sembrare più del tutto assurda.
E qui la teoria di Strauss e Howe torna a bussare alla porta.
Non perché abbia necessariamente ragione sul calendario della storia, ma perché coglie una debolezza molto umana: quando scompare chi ha pagato il prezzo degli errori, diventa più facile dimenticare quanto siano stati costosi quegli errori.
Ed è difficile non vedere, nell’Europa di oggi, alcuni segnali inquietanti.
La guerra è tornata nel continente. Le Istituzioni internazionali mostrano una crescente difficoltà nel governare i conflitti. Le democrazie occidentali sono attraversate da una sfiducia crescente, ed il compromesso politico, che dovrebbe essere il pane quotidiano delle democrazie, viene sempre più spesso trattato come una resa.
Non significa che siamo necessariamente entrati nella Quarta Svolta descritta da Strauss e Howe.
Significa però che qualcosa dell’ordine costruito dopo il 1945 si è incrinato.
E forse il problema più serio è proprio questo: abbiamo ereditato le Istituzioni nate dalla tragedia senza ereditare, insieme ad esse, la memoria della tragedia che le aveva rese necessarie.
Per decenni abbiamo dato per scontata la pace europea. Abbiamo dato per scontata la protezione americana. Abbiamo dato per scontata la democrazia. Abbiamo dato per scontata persino l’idea che le guerre appartenessero ad un passato ormai archiviato.
Forse è arrivato il momento di smettere di dare per scontato tutto questo.
Il futuro non è scritto nella teoria di Strauss e Howe. E neppure è scritto nelle stelle.
Se davvero siamo davanti ad una grande transizione generazionale, il suo esito dipenderà da ciò che saremo capaci di conservare della lezione del Novecento.
Perché la storia non si ripete mai esattamente allo stesso modo.
Ma gli uomini, quando dimenticano, hanno una sorprendente capacità di ripetere gli stessi errori.
E allora forse la vera domanda non è se Strauss e Howe abbiano indovinato il ciclo di ottant’anni.
La domanda è un’altra: quanto può durare una civiltà che dimentica perché ha costruito la pace?
Sperando solo che, questa volta, il conto non sia definitivo.
Umberto Baldo




















