Vicenza è una città per giovani? Il centro divide: «Eventi pieni, poi per mesi non c’è più nulla da fare»

di Anita Guelfi
Il centro torna sotto i riflettori
Dopo il clamoroso successo della Notte Bianca di Vicenza, un weekend che ha animato le piazze della città dal 18 al 20 settembre, il tema del ‘Centro’ torna a far discutere.
Tema, sentito, soprattutto dai giovani vicentini che abitano e vivono la città. Ne abbiamo sentito alcuni, che ne hanno delineato punti di forza e carenze.
Tra eventi e piazze vuote
«Vicenza non è morta, ma è ferita», racconta Elia, 26 anni, lavoratore. Una definizione che racchiude una sensazione ambivalente: da una parte la difficoltà di trovare occasioni di incontro, dall’altra la convinzione che la città abbia ancora le potenzialità per ripartire.
Il problema, secondo il 26enne, riguarda innanzitutto la scarsità di iniziative durante l’anno. L’estate porta con sé alcuni appuntamenti, ma, terminati questi eventi, il centro sembra tornare a svuotarsi.
«Abbiamo sempre quell’evento che aspettiamo, che è il Lumen. Da lì c’è sempre un mese in cui non c’è più nulla da fare, se non andare alle sagre vicine, mentre in centro c’è poco o niente».
Ma organizzare nuovi eventi non è necessariamente semplice. «È facile dire “organizzate più eventi”, ma bisogna capire perché non si fanno», osserva Elia. Permessi, musica, burocrazia e organizzazione possono rappresentare ostacoli che, secondo il giovane, meriterebbero di essere approfonditi.

La fila che racconta una città
Un esempio, però, dimostra come la domanda di socialità sia ancora forte. È quello del Pellegrino, aperto eccezionalmente per qualche sera con l’evento di Selzato.
L’affluenza è stata sorprendente: «Ho fatto un’ora di coda. Il posto era molto grande, ma c’era comunque una fila che arrivava quasi fino a Monte Berico: c’era tantissima gente».
Il successo dell’iniziativa porta a una riflessione: forse non servono sempre nuovi luoghi, ma un modo diverso di utilizzare quelli già esistenti.
«Basta rivalutare le zone che abbiamo», prosegue Elia. Lo stesso discorso potrebbe riguardare Piazza Matteotti, dove l’ipotesi di eliminare il parcheggio potrebbe creare un nuovo spazio per attività e iniziative.
Anche l’apertura di nuovi locali sembra dimostrare che la voglia di stare insieme non sia scomparsa. Elia cita, ad esempio, un bar recentemente ristrutturato in via Giuriolo: durante un DJ set, racconta, «il locale era pieno, ma pieno davvero».

«Padova o Verona per fare serata»
Il problema, però, non riguarderebbe soltanto la quantità di eventi. Fabio, lavoratore 29enne, descrive infatti Vicenza come una città che non è riuscita a sviluppare una vera offerta per i giovani.
«Vicenza è una città morta in generale, non solo per i giovani», sostiene, sottolineando come molti siano «quasi costretti a dover andare verso Padova o Verona a fare serata».
Secondo Fabio, il centro cittadino si è progressivamente svuotato e mancano soprattutto luoghi di aggregazione che offrano alternative ai classici bar e locali notturni.
«Abbiamo bisogno di luoghi dove aggregarsi che non siano i soliti club o bar aperti solo venerdì e sabato».
L’inverno senza alternative
A pesare sarebbe anche la mancanza di iniziative durante l’inverno. Secondo il 29enne, la scarsità di alternative rischia di lasciare i più giovani senza spazi in cui incontrarsi.
«Abbiamo i giovanissimi allo sbando più totale per il semplice fatto che, siccome non hanno nulla da fare durante l’inverno, vanno in giro per le strade a divertirsi».
Il rapporto tra generazioni rappresenta un altro elemento della discussione. Sembra che, quando si cerca di animare la città, non manchino le proteste dei residenti più anziani.
«Ogni volta che si prova a fare qualcosa per animare la città, le persone più anziane portano lamentele continue ed insistenti».
Una situazione che, nella sua lettura, finirebbe per scoraggiare le iniziative rivolte ai giovani.
L’università come possibile svolta
A questo si aggiunge la dimensione universitaria. Rispetto a Padova e Verona, Vicenza avrebbe una presenza studentesca più limitata e meno capace di generare una vera vita serale.
«Non c’è vita. Non c’è scambio culturale, non c’è interazione tra diverse culture e persone», afferma.
La stessa questione viene affrontata anche da Davide, 23 anni, lavoratore, che mette al centro proprio il rapporto tra università, spazi e mobilità.
«Vicenza non è morta per i giovani, ma perché in qualche modo non è mai nata», sostiene. Durante l’estate, secondo lui, la situazione cambia: festival ed eventi riescono a richiamare molte persone, ma «poi, durante la stagione invernale, muore tutto».
Una movida che non fa il salto
Per questo motivo, una delle possibili strade per rilanciare la città sarebbe proprio quella di rafforzare la vita universitaria.
«Bisogna spingere quella e lì riprende vita la movida vicentina», spiega. Vicenza, secondo Davide, avrebbe già alcune delle caratteristiche necessarie: «È una bella città, è piena di locali. I giovani potenzialmente li avrebbe anche, è che vanno fidelizzati alla città».
Non tutti, però, ritengono che in passato la situazione fosse migliore.
«Una volta non era meglio, non è mai cambiato nulla, è identica, sempre», afferma. Il problema, quindi, non sarebbe soltanto un recente declino, ma una difficoltà strutturale che la città si porta dietro da tempo.
Anche l’offerta dei locali viene messa in discussione. Secondo il 23enne, le poche discoteche presenti non riescono sempre a soddisfare la domanda dei ragazzi, sia per la proposta musicale sia per i costi.
Il risultato sarebbe una sorta di «limbo di mezza movida»: un movimento che esiste, ma che non riesce a trasformarsi in qualcosa di stabile e realmente attrattivo.
«A livello di numeri è oggettivo che c’è», sostiene il giovane, spiegando che, lavorando nel settore, vede quotidianamente la presenza di persone e attività.
«Però non riusciamo a dare un punto di svolta».
Una città da raggiungere in macchina
Un altro problema riguarda la conformazione stessa della città. Secondo Leonardo, lavoratore 26enne, Vicenza è piccola ma allo stesso tempo dispersiva.
«Non è una città a misura d’uomo. È piccola, però frastagliata».
Molte attività sono concentrate in zone difficili da raggiungere senza automobile e questo limita le possibilità di movimento soprattutto per i più giovani.
Il riferimento è anche a locali come il Pinocchio, raggiungibili principalmente in macchina.
«Bisogna prendere la macchina», spiega, sottolineando come l’offerta sia spesso concentrata in pochi punti.
«Non hai alternative perché o vai là o…?».
Il modello delle città universitarie
La differenza con città come Padova e Verona, secondo questa lettura, emerge soprattutto nelle zone universitarie.
Il Portello di Padova, ad esempio, viene indicato come un’area capace di trasformarsi la sera in un punto di ritrovo per gli studenti. A Vicenza, invece, mancherebbero zone analoghe.
«Mi viene da pensare, per esempio, alla zona di Piazza Matteotti. Se fosse piena di bar e locali, se ci fosse più vita, anche la percezione della città sarebbe diversa».
La questione non riguarda però esclusivamente il centro. Anche i quartieri, secondo il 26enne, avrebbero bisogno di maggiori occasioni di aggregazione.
«Non c’è troppo da fare, neanche in estate in alcuni quartieri», osserva. La conseguenza è che molti giovani finiscono per spostarsi in macchina verso altri paesi o altre città.
Il rischio di un centro senza investimenti
Eppure, durante l’estate, il quadro cambia. Festival ed eventi riescono a creare movimento e a dimostrare che una domanda esiste. Il problema arriva quando la stagione degli eventi termina e il centro torna a svuotarsi.
A frenare la nascita di nuove attività, secondo Leonardo, ci sarebbero anche le difficoltà legate agli orari e alle regole.
«A me non verrebbe da dire: “Ok, apro un locale in centro”».
Il ragionamento è quello di un possibile investimento che rischia di non essere sufficientemente redditizio.
Si crea così, secondo questa interpretazione, un circolo vizioso: «Gente che non investe nel centro, persone che non vanno in centro, il centro che è vuoto e rende tutto desolato».
La questione sicurezza
La sicurezza rappresenta infine un altro elemento da considerare.
Secondo Elia e Leonardo, il fatto che in centro si percepisca una maggiore presenza della criminalità contribuisce a rendere alcune persone meno propense a frequentarlo.
«Si sa che c’è sempre più malavita e che non ci si sente sempre al sicuro», afferma Elia.
Una percezione che, per essere valutata sul piano oggettivo, richiederebbe però un confronto con i dati ufficiali sulla criminalità.
Le iniziative che partono dal basso
Nonostante le difficoltà, le testimonianze restituiscono anche alcuni segnali positivi.
Tra questi viene citato il movimento “Rimerie Vicentine Freestyle Cypher”, indicato come una realtà capace di creare occasioni di incontro e di dare nuova vita alla città.
«Sta dando una grossa mano a ridare vita alla città», racconta Fabio, secondo cui però «è un lavoro che dovrebbero fare le istituzioni comunali».
La sfida per il futuro
Il quadro che emerge è quindi quello di una città che sembra avere una domanda di socialità, ma che fatica a trasformarla in una presenza costante durante tutto l’anno.
Da una parte ci sono festival, nuovi locali e iniziative nate dal basso; dall’altra un centro che molti giovani percepiscono come vuoto, poche alternative e una forte dipendenza dagli spostamenti verso altre città.
Forse, allora, il problema non è soltanto capire se Vicenza sia una città “morta”, ma chiedersi perché, quando vengono create occasioni e spazi di aggregazione, le persone tornino a riempirli.
La fila davanti al Pellegrino, i locali pieni durante gli eventi e le iniziative organizzate dai giovani sembrano suggerire che una domanda esiste.
La sfida resta trasformare quei momenti occasionali in una presenza stabile, capace di attraversare tutte le stagioni e tutte le generazioni.


















